giovedì 7 giugno 2018

Píntame angelitos negros


Poche volte mi è capitato di ascoltare  con passione e commozione un testo così bello come quello che stamattina ho sentito nell'interpretazione di Margarita Medina, un'allieva del corso di scrittura autobiografica per stranieri presso l'associazione Arcoiris di Quartu Sant'Elena. Margarita è una donna minuta, timida  e con uno sguardo dolcissimo, ma quando ha iniziato a leggere la poesia si è infiammata di un vigore  scenico che ha prodotto in tutti noi un ammirato silenzio. I miei occhi sono andati per loro conto e lacrime di commozione mi hanno appannato lo sguardo. Non mi succede molto spesso, sia per l'età che preserva da banali meraviglie, sia per poesie troppo diffuse e per questo prive dello stupore della prima volta.

Tutti noi abbiamo ascoltato e apprezzato la canzone di Fausto Leali: Angeli neri, ma pochi di noi conoscono il testo intero e soprattutto l'autore di questa bella poesia:  si tratta di Andrés Eloy Blanco, poeta argentino, appartenente al gruppo venezuelano della generazione del '68, che scrisse questo testo  pubblicato nel 1958, 
Questa poesia si può ben considerare un inno contro la discriminazione razziale. E' molto conosciuta in tutti i paesi di lingua spagnola e il testo fu musicato da Manuel Alvarez Renterìa in un ritmo di bolero. Il cantante che ne interpretò lo spirito fu Manuel Infante e successivamente Antonio Machìn.
Canzone in lingia originale qui
Riporto qui il testo in lingua spagnola e la traduzione in italiano

Píntame angelitos negros 

di Andrés Eloy Blanco


¡Ah mundo! La negra Juana,
¡la mano que le pasó!
Se le murió su negrito,
sí, señor.

—Ay, compadrito del alma,
¡Tan sano que estaba el negro!
Yo no le acataba el pliegue,
yo no le miraba el hueso;
como yo me enflaquecía,
lo medía con mi cuerpo,
se me iba poniendo flaco
como yo me iba poniendo.
se me murió mi negrito;
dios lo tendría dispuesto;
ya lo tendrá colocao
como angelito de Cielo.
—Desengáñese, comadre,
que no hay angelitos negros.
Pintor de santos de alcoba,
pintor sin tierra en el pecho,
que cuando pintas tus santos
no te acuerdas de tu pueblo,
que cuando pintas tus Vírgenes
pintas angelitos bellos,
pero nunca te acordaste
de pintar un ángel negro.
Pintor nacido en mi tierra,
con el pincel extranjero,
pintor que sigues el rumbo
de tantos pintores viejos,
aunque la Virgen sea blanca,
píntame angelitos negros.
¿No hay un pintor que pintara
angelitos de mi pueblo?
Yo quiero angelitos blancos
con angelitos morenos.
Ángel de buena familia
no basta para mi cielo.
Si queda un pintor de santos,
si queda un pintor de cielos,
que haga el cielo de mi tierra,
con los tonos de mi pueblo,
con su ángel de perla fina,
con su ángel de medio pelo,
con sus ángeles catires,
con sus ángeles morenos,
con sus angelitos blancos,
con sus angelitos indios,
con sus angelitos negro,
que vayan comiendo mango
por las barriadas del cielo.


Traduzione

Ah! mondo, la nera Giovanna
ha avuto un brutto destino!
Il suo bimbo nero è morto.
Sì, signore.

-Ah, compare dell'anima,
così integro era il mio corpo nero!
Io non ho visto nel mio corpo 
i segni del disfacimento!
L'ho protetto col mio corpo,
ma mi stavo indebolendo,
mi stavo ammalando,
il mio bambino mi è morto!
Dio lo ha voluto con sé
e lo ha posto nel cielo
come un angelo.

-Non illuderti, comare,
ché non ci sono angeli neri!

Pittore di santi di camere da letto,
pittori di gente ricca e nobile,
quando dipingi i tuoi santi
non ti ricordi del tuo popolo,
quando dipingi le tue vergini,
dipingi angeli belli,
però non ti sei ricordato 
di dipingere angeli neri.

Non c'è un pittore che ha dipinto
angeli della mia terra?
Io voglio che ci siano angeli bianchi 
ma anche angeli neri.
Gli angeli di famiglie ricche
non sono sufficienti per il mio cielo.
Se rimane un pittore di santi,
se c'è un pittore del paradiso,
lasciagli dipingere il paradiso
con i colori della mia terra,
con i colori del mio popolo,
con i suoi angeli di perle,
con i suoi angeli dai capelli corti,
con i capelli biondi,
con i capelli scuri,
con i suoi angeli indios,
con i suoi angeli neri,
che vanno mangiando manghi
nelle strade del paradiso.

sabato 26 maggio 2018

Due Tragedie greche : Edipo a Colono ed Eracle

di Rosetta Martorana


Inizia con questo bel reportage e con le due recensioni che seguono, la collaborazione con Rosetta Martorana alla quale do il benvenuto mio e di tutti i lettori del mio blog per questa e per altre scritture di cui ci farà partecipi in queste pagine.




NOTIZIE  SUL TEATRO GRECO  DI  SIRACUSA  E  RECENSIONI  SULLE TRAGEDIE

Quest’anno ricorre il 54° festival del teatro greco di Siracusa, splendida città siciliana sulla costa ionica che è famosa per il parco archeologico della Neapolis che racchiude l’anfiteatro romano, il teatro greco e l’orecchio di Dionisio, una grotta scavata nel calcare a forma di orecchio umano.
L’Istituto Nazionale del Dramma Antico (INDA) a partire  dal 1914 inaugurò le annuali rappresentazioni di opere greche che, a parte le interruzioni legate alle vicende storiche come i conflitti mondiali, continuano ad oggi ad essere allestite con maestria e professionalità richiamando un pubblico internazionale che ,non solo gode dello spettacolo artistico, ma ammira le bellezze naturali e storiche di una città come Siracusa.
La prima fase di costruzione del teatro greco risale al V secolo a.C. e rifatto nel III secolo a.C. per subire delle trasformazioni in epoca romana. E’ stato documentato che la forma a semicerchio diventerà canonica alla fina del IV secolo a.C. in quanto prima aveva delle gradinate rettilinee. La forma a semicerchio era ed è a tutto vantaggio dell’acustica, di cui s’interessò il tiranno Gerone II al momento della ristrutturazione tra il 238 a.C. e il 215 a.C.
Secondo la tradizione greca l’attività teatrale era concessa a tutti i cittadini, anche ai più poveri, grazie al fondo istituzionale creato per questo tipo di attività (Theorikon). Durante la dominazione romana le attività teatrali persero d’importanza perché sostituite dagli spettacoli dei gladiatori.




Dalla fine degli anni “70” ho personalmente seguito, con la cadenza biennale e poi annuale , perché  così era organizzato il calendario delle rappresentazioni, le varie opere greche che si sono avvicendate, trasmettendo sempre delle forti sensazioni e dei profondi stati d’animo che ti trasportano nelle vicende narrate, nella psiche e nel pathos dei personaggi. Tutto questo immerso in un paesaggio naturale unico e di rara sensazione fisica e spirituale che raggiunge il suo culmine al momento del tramonto quando le luci sceniche si sostituiscono con dolcezza agli ultimi raggi solari. Chiunque dovrebbe provare l’atmosfera che vi si respira, particolarmente quando il vocio degli spettatori lascia lo spazio al silenzio che precede la recitazione.         






                                  Edipo a Colono di Sofocle



Prima di affrontare questa tragedia è necessario fare un accenno ad “ Edipo re “ che narra di un re amato dal popolo per il suo carisma, ma che nell’arco di un solo giorno conosce il suo drammatico passato che lo vede autore dell’assassinio del padre Laio e genitore di figli che sono frutto dell’ amore incestuoso con la madre Giocasta. Edipo, appresa la notizia del gravissimo atto di ybris di cui inconsapevolmente si era macchiato, si autopunisce accecandosi e lasciando la sua Tebe per andare in esilio ed espiare la colpa procuratagli dal Fato.
Edipo, cieco e mendicante, nel suo vagare, arriva nel bosco di Colono, accompagnato e guidato dalla figlia Antigone; un oracolo ha predetto che morirà a Colono. Il coro dei vecchi ateniesi in un primo momento cerca d’allontanarlo, ma mosso da pietà desiste. Ismene , l’altra figlia di Edipo, arriva ed annuncia la lotta dei fratelli Eteocle e Polinice per il dominio di Tebe. Viene rivelato l’oracolo da Ismene, in base al quale Edipo, vivo o morto, avrebbe salvato i suoi alleati; ecco perché essi avrebbero cercato il suo favore o lo avrebbero avuto in loro potere. Gli dei inviano un tuono improvviso come segno dell’imminente morte di Edipo.
La rappresentazione di “ Edipo a Colono” si svolge in una scenografia essenziale, in cui campeggia un busto maschile visto di schiena che alla fine sarà la tomba di Edipo e che vuole rappresentare l’umano che dà le spalle al presente ed il volto all’aldilà; gli attori indossano  degli abiti contemporanei per la continuità temporale del dramma della morte. L’allestimento teatrale rispetta fedelmente le caratteristiche dell’eroe, “avido di vendetta ed egoista”, vittima del Fato che lo vuole parricida e incestuoso; biasima gli dei, augura la morte fratricida ai figli Eteocle e Polinice, impreca e maledice ogni aspetto della vita. 
Si poteva correre il rischio di un “ happy ending” attraverso una “ interpretatio christiana” con esiti pacifici ed armoniosi, ma non è avvenuta nel rispetto dello stile sofocleo che alla fine conduce Antigone verso Tebe dove, tutti sappiamo, la fine che l’attende.
Il filo conduttore è la rivendicazione dell’innocenza, o meglio dell’incolpevolezza, di Edipo che è stato un “prescelto” degli dei che lo hanno condannato a vivere un ruolo altamente tragico.



                              Eracle  di Euripide

Mentre Eracle è impegnato nell’Ade a lottare contro Cerbero, il tiranno Lico gli ruba il trono di Tebe e decide di uccidere la di lui moglie (Megara), i figli ed il padre (Anfitrione). I Tebani implorano la salvezza dei condannati a morte e, quando ogni speranza sembra perduta, torna Eracle portando con sé Teseo, strappato al mondo dei morti. Eracle uccide il malvagio Lico, salvando i suoi familiari, ma la dea Era, per vendetta nei confronti di Anfitrione con cui aveva avuto una relazione, fa impazzire Eracle con l’intervento di Iris e Lissa, la quale personifica la rabbia. Eracle completamente folle uccide la moglie ed i figli salvando Anfitrione, solo per volontà di Atena. I corpi dei morti sono onorati dal padre Anfitrione e Teseo convince l’amico Eracle a purificarsi per il tramite della sopportazione della vita così piena di dolore. 
La scenografia di questa tragedia è caratterizzata da una grande parete frontale con le foto di persone defunte, mentre alla base ci sono delle tombe/lavacri con acque purificatrici dove si immergeranno Megara ed i figli prima di morire ed infine Eracle dietro suggerimento di Teseo.
Un’altra caratteristica di questa opera sofoclea sta nel continuo movimento dei corpi che culmina nel coro degli anziani tebani accompagnati ritmicamente dal suono dei tamburi  che dominano la scena dal punto di vista acustico. Il coro femminile ed i personaggi di Iris e Lissa si esprimono con una gestualità che ben esprime il pathos del momento. Le attrici, oltre alla recitazione dai toni alti e incisivi, ricorrono anche loro alla gestualità che è il “fil rouge” scenico.
Ciò che colpisce è l’interpretazione tutta al femminile (con l’eccezione del coro maschile) che ha dato un tocco particolare a tutta la rappresentazione. Infatti la regista Emma Dante, ha voluto sviluppare dell’eroe la fragilità che  lo rende paradossalmente virile in quanto fruitore di una forza interiore e non fisica e brutale. Abbandonando i panni di un semidio, Eracle è un essere umano: egli appartiene al mondo dei vivi e a quello dei morti da dove torna.
Euripide introduce la novità del posticipare la follia di Eracle alle sue “fatiche”, contrariamente a quanto avviene nella tradizione dove le prove a cui l’eroe si sottopone sono strumento di espiazione. In questo modo Eracle entra in scena come un fantasma che nella prima parte uccide il tiranno Lico, ma nella seconda parte si trasforma in una marionetta omicida manovrata da Era.                                                                                                                                      


domenica 22 aprile 2018

Il circo Agor- di Giuseppe Perricone



A otto o nove anni sono stato innamorato di una giovanissima acrobata di circo. Pupetta era la figlia del proprietario. Il circo era uno di quelli che si fermano soltanto nei piccoli borghi di provincia ed era piccolissimo anche se per me, che non ne avevo visto mai altri, era il massimo.
Ogni anno svernava nel mio paese e quando arrivava montava il tendone nella spianata antistante la scuola elementare e tutti i pomeriggi gli “artisti”, animali compresi, sfilavano per le vie del paese invitando la gente a intervenire al fantasmagorico spettacolo che si sarebbe tenuto la sera.
Il mio problema era: chi doveva accompagnarmi? Mio padre non poteva, visto che tornava tardi da Palermo dove lavorava e la mattina doveva alzarsi ancora col buio per prendere la corriera che doveva riportarcelo. Soluzione: mi ci avrebbe portato qualcuno dei miei cugini più grandi, Franco o Lorenzo, o entrambi. Due ragazzoni, i miei cugini, alti e robusti di circa vent’anni che vivevano con nostra nonna chè i genitori e il resto dei fratelli (cinque) erano emigrati in America qualche anno prima.
Sulle prime non ne volevano sentire.
-“Che dobbiamo andarci a fare,” - dicevano - “a vedere quattro sfasolati ?” - Non ne valeva la pena secondo loro.
“Pinò, - mi chiamavano così, - vuoi venire stasera al circo?”
Si, questo invito, me lo rivolsero il giorno dopo la “prima”. Era di domenica. Quella mattina nella banchina, così è chiamata la piazza del mio paese, li avevo sorpresi mentre con altri amici sfottevano Turiddu, detto il guercio per via di un occhio di vetro, poiché la sera prima era andato al circo. Loro dicevano che non ci sarebbero mai andati a meno che non fossero stati costretti. La mia costernazione era immensa, chè i miei mai mi avrebbero lasciato andare da solo di sera. Mentre tornavamo a casa di nonna, Turiddu che abitava nella stessa strada continuava a vantare lo spettacolo del circo ed era talmente entusiasta di una acrobata Pupetta che gli brillava l’unico occhio sano, o era l’altro? mentre ne parlava. Notai che quando accennava a Pupetta guardava me allusivamente e, ammiccando ... “picciotti è bravissima, capitemi!” Io capivo soltanto che Turiddu voleva convincere i miei cugini ad andare al circo e ovviamente speravo che riuscisse nel suo intento. Ma quelli erano irremovibili anche se ora, dopo tutti gli ammiccamenti di Turiddu, sembravano un po’ più ammorbiditi. Ma no, solo se costretti sarebbero andati a vedere cose che manco i picciriddi ne volevano sapere, continuavano a ripetere. Non era vero, intervenni io, io ero picciriddu e ne volevo sapere. Come se loro frequentassero abitualmente il lidò di Parigi. Li ho odiati. Mentre eravamo a tavola dalla nonna stavo per impetrare la grazia da mio padre quando mi sentii rivolgere quell’invito da Lorenzo. Pensavo mi prendesse in giro. No, diceva sul serio. Ne fui certo quando mia nonna si offrì di pagare lei il mio biglietto e i due bellimbusti accettarono i soldi. Non vedevo l’ora che scurasse. Per fortuna era inverno e scurava abbastanza presto. All’orario stabilito passammo a chiamare Turiddu. “Potete pensare quello che volete ma io ci vado ogni sera” - aveva, infatti, concluso la mattina, prima di accomiatarsi da noi. “Ah, alla fine vi siete convinti a vedere lo spettacolo che manco i picciriddi vogliono vedere?”. “Ma no” - risposero quelli – “Pinuzzu (sono sempre io) piangeva e mia nonna ha voluto che lo portassimo al circo.” Capito? Ero il loro alibi per salvare la faccia con gli amici. Infatti mi guardarono male quando io protestai che non era vero che piangevo e che anzi stavo per chiederlo a mio padre che sicuramente mi avrebbe accontentato visto che era domenica.
Fu lo spettacolo più bello che avessi mai visto fino ad allora, sebbene fossi rimasto un po’ deluso per la mancanza del trapezio (qualche tempo prima avevo visto il film con la Lollobrigida, Burt Lancaster e Tony Curtis). Per la prima volta vidi animali che avevo solo visto nel libro di scuola o in qualche fumetto: un dromedario, uno scimpanzé che ovviamente si chiamava Cita (o Chitah?) e un lungo serpente col quale si esibiva un’avvenente danzatrice. I pagliacci mi fecero ridere a crepapelle. Un prestigiatore che era anche il presentatore, il direttore e il proprietario del circo ci intrattenne a lungo con i suoi miracoli di magia. A sentire il presentatore ognuno di questi artisti proveniva da una diversa parte del mondo, dalla Russia, dall’Ungheria, dalla Spagna tutti Paesi questi che conoscevo attraverso i libri di scuola ma che solo ora che ne vedevo alcuni degli abitanti erano diventati reali.  I miei cugini tuttavia rimanevano impassibili, fino a quando non vennero fuori quattro acrobati spericolatissimi, tre uomini e una donna. Lei era una ragazzina di non più di diciott’anni. Me ne innamorai non appena la vidi. Stavo in apprensione per lei ogni qualvolta si esibiva in qualche numero spericolato, anche se stando all’enfasi che metteva il presentatore nell’annunciarli tutti i numeri erano pericolosissimi, anche quello di due cagnolini che sotto la sapiente guida di un vecchio con una lunga barba bianca a tratti riuscivano a camminare sulle zampe posteriori. Avevo il cuore in gola per l’ansia quando lei in piedi sull’estremità di un asse che poggiando il suo centro su un fulcro la catapultava per aria dopo che un suo collega si era lanciato dalle spalle di un terzo sull’altra estremità della stessa asse e lei dopo un doppio salto mortale all’indietro atterrava in piedi sulle spalle del quarto acrobata. Purtroppo il numero degli acrobati si esaurì subito con mio sommo disappunto. “Ed ecco ora a voi la più grande contorsionista che si sia mai esibita in un circo” - diceva il presentatore – “Dall’Ungheria ... Pupetta !” Allora, per me e per tutti gli altri coltissimi spettatori era plausibile che una Ungherese si chiamasse Pupetta. Mi rallegrai quando scoprii che l’improbabile ungherese Pupetta non era altri che la stessa ragazza che si era esibita poco prima nel doppio salto mortale. Il numero che eseguì fu stupefacente. Sembrava che tutti i suoi arti fossero snodabili, ognuno di essi indipendente dal resto del corpo. Riusciva a piegarsi indietro fino a far spuntare la testa attraverso le gambe divaricate. Sembra la Trinacria esclamai. I miei cugini furono d’accordo ché erano di sentimenti separatisti. Nella loro stanza a casa di nonna tenevano appesa al muro la bandiera della Sicilia indipendente. Eravamo tutti entusiasti, separatisti compresi. Poi ci furono i cavallerizzi che con le loro piroette sul dorso di due cavalli riuscirono ad attrarre la mia attenzione nonostante la mia mente fosse rimasta a Pupetta. Tutto lo spettacolo durò circa due ore e quando finì mi aspettavo che ce ne saremmo tornati a casa. Invece no. I miei cugini, Turiddu e altri tre o quattro giovanotti a quanto pare dovevano congratularsi con gli artisti. Anch’io volevo congratularmi ma, “tu si picciriddu, - mi dissero, - e poi non ci possiamo andare tutti insieme.” Questa seconda causale potevo anche capirla ma non riuscivo a trovare un nesso tra la mia età e il fatto che non potevo congratularmi pure io. Notai che i giovanotti alla spicciolata si avviavano per le congratulazioni verso il punto da cui entravano ed uscivano gli artisti, alcuni dei quali, i maschi, erano già nella pista per rimettere tutto in ordine in previsione dello spettacolo della sera successiva. Stranamente nessuno dei giovanotti si congratulò con loro. Io rimasi con Lorenzo, mentre Franco e Turiddu andarono con la prima tornata di congratulatori. Sicuramente si erano divertiti più di quanto avessero dimostrato durante lo spettacolo perché stiedero un bel pezzo a congratularsi. Pensai che avessero dato anche una mano d’aiuto a sistemare gli attrezzi del circo perché quando finalmente vennero fuori qualcuno si stava rimettendo la giacca o il cappotto. Io non mi annoiavo, ero contento anzi perché mi trovavo ancora nello stesso luogo dove stava Pupetta e, chissà, poteva venire fuori ad aiutare i suoi colleghi affaccendati a ripulire la pista e allora sarei sfuggito alle grinfie di Lorenzo e nonostante l’età pure io le avrei fatto le mie congratulazioni per la sua bellissima esibizione. Lei avrebbe notato il mio ardire e si sarebbe innamorata di me e quando io avrei avuto, questa volta si, l’età giusta ci saremmo sposati e sarei andato col circo, che era un lavoro dove mi sarei sempre divertito e avrei guadagnato di che vivere, senza contare che sarei stato sempre in giro per il mondo ... l’Ungheria, ... la Russia, ... la Spagna ....
Ero assorto in queste fantasticherie quando i separatisti si passarono le consegne Lorenzo a congratularsi e Franco con me. Quelli della prima tornata intanto se ne andarono a casa e rimanemmo Turiddu io e il mio carceriere. Lorenzo se la prese proprio comoda e quando finalmente uscì disse che era stato con Pupetta e con la danzatrice col serpente ma questa volta senza, perché lui gliene aveva portato un altro più bello del suo. Io non me ne ero accorto che Lorenzo avesse portato un serpente e sì che a casa della nonna di animali ce n’erano, cani (i miei cugini erano cacciatori esperti), furetti, gatti, galline, uccelli in gabbia, ma mai avevo visto un serpente a casa. Disse pure mentre tornavamo che Pupetta gli aveva ripetuto il numero della trinacria e questa volta aveva fatto partecipare pure lui e tutti giù a ridere, tanto che contagiarono pure me. Non riuscivo ad immaginare Lorenzo, grande e grosso, piegato all’indietro a farsi spuntare la testa fra le gambe. Mi sarebbe piaciuto vederlo dissi e qua tutti e tre i bellimbusti a ridere fino a piegarsi in due e io con loro anche se non ne capii il motivo. Quasi tutte le sere andavamo al circo con mia somma struggente felicità. I numeri di tutti gli altri dopo le prime sere mi annoiavano anzi mi sembravano interminabili tanto quanto le esibizioni di Pupetta mi sembravano brevissime.

Alla fine di ogni spettacolo le consuete congratulazioni dei giovanotti mentre io me ne restavo seduto al mio posto sotto lo sguardo vigile del cerbero separatista di turno, con l’unica magra consolazione che era quella di stare ancora per qualche minuto il più vicino possibile alla mia adorata “Dulcinea”, casta pura e nobile quanto lo era quell’altra.


venerdì 2 febbraio 2018

1Q84 di Murakami Aruki: alcune osservazioni

1Q84 dello scrittore giapponese Murakami Aruki è un romanzo che intriga ed effettivamente inchioda alla pagina il lettore, anche il più scafato. Su di me ha avuto un effetto di coinvolgimento tale che non ho saputo smettere di leggere in modo sistematico e sequenziale fino all'ultima pagina. Questo però non vuole essere da parte mia una introduzione ad un giudizio di valore.
Andiamo con ordine: la trama è piuttosto complicata. Si narra di due giovani, Aomame e Tengo, che, nel corso di tutto il romanzo, non si incontrano mai. Anzi la narrazione procede per capitoli ben separati in cui, alternativamente, vengono narrati le azioni della protagonista femminile, Aoname e del protagonista maschile, Tengo. Neanche alla fine del romanzo ci sarà un'agnizione se non nel ricordo di entrambi.
Aomame, protagonista femminile, esercita due mestieri: il primo, alla luce del sole,  come fisioterapista in una palestra di Tokio, il secondo, solitario e nascosto, come killer per un mandante solo: una rispettabile signora dell'alta borghesia giapponese.
Tengo è un editor di una casa editrice di Tokio assai importante, alle dipendenze di un editore tanto implacabile quanto determinato nel condurre a termine l'edizione di un libro molto particolare dal titolo : La crisalide d'aria opera di una ragazzina diciassettenne di nome Fukaeri.
I due procedono nelle loro azioni come due parallele che mai si incontreranno se non nel sogno.
I due giovani sono segnati dalla solitudine che non viene minimamente scalfita neppure dai rapporti sessuali occasionali, per Aomame, o, nel caso di Tengo,stabili e prolungati con una donna sposata, assurta al ruolo di amante.
A Tengo viene affidato un compito: riscrivere di sana pianta il libro La crisalide d'aria per l'incapacità della sua autrice di sapere scrivere correttamente vista la dislessia e la disgrafia che la abita.
Durante questa operazione di scrittura, Tengo si immerge in un ambiente surreale e affascinante al tempo stesso, che è l'ambiente di Fukaeri la ragazzina inquietante per la quale il protagonista sente una profonda attrazione.
Aomame invece, nel suo ruolo di efficientissima killer, con tailleur firmato e tacchi a spillo, non si distrae mai dai suoi compiti per i quali viene ben pagata e che, alla fine della narrazione, vanno a confluire esattamente nella eliminazione di uno strano uomo, mezzo santone e mezzo superuomo, intrigante soggetto-oggetto di una comunità religiosa che lo adora come una persona sacra.
Aomame è ossessionata dal ricordo di un unico ragazzo conosciuto durante l'infanzia: Tengo, di cui si è innamorata e che non riesce mai più a dimenticare. Aomame fin dall'inizio della sua avventura personale, non smette mai di essere inquieta. La sua è una inquietudine esistenziale che la divorerà fino alla fine.
Tengo, anche lui, serba perenne il ricordo di una bambina di dieci anni, appunto Aomame, unica ad avergli saputo infondere un sentimento di amore profondo. I due non si cercano per tutta la durata del romanzo e neppure si trovano: compiono le loro rispettive missioni, portando avanti la loro esistenza fino alla conclusione annunciata dall'autore a metà percorso narrativo.
Che libro è questo? Non è una storia d'amore, nè di avventura. E neppure di fantasy. Ci sono, nel corso di tutta la narrazione, delle presenze evocate, i little people, così vengono chiamati da Fukaeri certi esserini misteriosi in grado di produrre cloni perfetti di alcuni dei personaggi del libro.
L'ottica in cui si muove Murakami è  spiazzante: lascia il lettore occidentale avviluppato in una narrazione in cui trovare il fulcro centrale e l'avvicendamento delle azioni è piuttosto complicato. Ci sono molte azioni che rimangono incomprensibili alla ragione narrativa: il continuo fermare l'azione per raccontare a ritroso la storia pregressa dei personaggi, per esempio. 
Murakami ha una tecnica particolare nella focalizzazione dei personaggi: sembra che questi non abbiano spessore psicologico poiché l'autore non scava nel profondo, almeno non con le tecniche narrative cui siamo abituati. Però i protagonisti assumono rilievo e anima attraverso la narrazione dei fatti e delle azioni. Sembra quasi che  Murakami voglia presentare queste sue creature letterarie inserendole in una realtà plausibile di cui egli cura tutti i particolari per creare la massima coerenza e verosimiglianza nei confronti di una vicenda che , viceversa, è continuamente proiettata nella distorsione della distopia che il lettore, tuttavia, può abitare razionalmente all'interno del patto narrativo.
Il linguaggio, costruito attraverso un registro linguistico medio, che non indulge mai né alle iperboli del parlato né al lirismo affabulatorio, crea ambienti apparentemente confortevoli che sanno però improvvisamente trasformarsi in spazi malefici  e stranianti.
I due principali protagonisti praticano fino in fondo due percorsi differenti fino alla drammaticità del finale in cui né Tengo né Aomame raggiungeranno il loro traguardo, perché, a ben vedere, nessuno  dei due ha un traguardo da raggiungere.

mercoledì 31 gennaio 2018

MEM Presentazione libro: Leggere Scritture

Serata di presentazione

 E’ stata davvero una bella serata quella di venerdi 26 gennaio 2018 alla MEM: le allieve e gli allievi del corso di scrittura –biblioteca di Pirri- in un’aria festosa e di grande partecipazione di pubblico, hanno presentato il loro libro “LEGGERE SCRITTURE”.


 La direttrice della MEM dr.ssa Dolores Melis si è molto complimentata sia con gli allievi che con la loro docente Maria Rosa Giannalia per la determinazione con cui hanno saputo portare a termine un compito  non certo semplice: la scrittura di un libro!                    Gli allievi si sono avvicendati nella lettura di alcuni brani tratti dai loro racconti catturando l’attenzione del pubblico che ha risposto con entusiasti applausi. Naturalmente l’aria festosa nella quale si è svolto tutto l’evento, si è molto giovata dall’accompagnamento musicale alla chitarra elettroacustica ad opera di Gianmarco Massa e dalla proposta di  due brani musicali, per chitarra classica, composti ed eseguiti da Ezio Palmas, entrambi anche autori di racconti dell’antologia presentata.
 Il pubblico  si è particolarmente interessato all’esperienza condotta per la prima volta presso la biblioteca di Pirri e ha rivolto agli allievi delle domande pertinenti circa il loro lavoro.

Qui di seguito alcune immagini dell’evento e un filmato.


















giovedì 25 gennaio 2018

'A Truvatura – Settima e ultima puntata



di Giuseppe Perricone




A lungo andare, vedendo aggravarsi sempre più le condizioni di salute della figlia senza che il marito, a parte le cure mediche, si decidesse a prendere uno qualunque dei provvedimenti da lei sperati, cominciò ad odiarlo. Non gli confidò più le sue paure, tanto sapeva che era tutto tempo perso. Lo conosceva bene.
   Per circa sei mesi ancora continuarono quei ritrovamenti, poi cessarono. Naturalmente Don Gaetano continuò a cercare ancora per qualche altro mese, fin quando anche lui dovette arrendersi all'evidenza: il bottino dei briganti si era esaurito. Donna Agatina invece affermava che ad esaurirsi, invece, era stata la Truvatura.                         
   A seguito di tutti quei ritrovamenti Don Gaetano, in pochis­simo tempo divenne uno dei più ricchi abitanti del paese. Le ricchezze accumulate e gli immobili che queste gli avevano consentito di acquistare, avrebbero consentito di vivere di rendita ad almeno tre generazioni di Arcoleo. Ma lui non era uomo da restarsene con le mani in mano. Infatti, intraprese l'attività di sensale e si diede al commercio.
   Anche in queste nuove attività tutto procedeva a gonfie vele. Non sbagliava mai un affare. La gente cominciò a rivolgersi a lui e a consultarsi con lui per i propri negoziati, e lui dietro compenso di una adeguata percentuale dispensava loro i suoi consigli. Un consulente finanziario ante litteram. Unico cruccio di Don Gaetano era la salute della sua piccola Adelina. Infatti, la bambina era ormai allo stremo. Il medico era divenuto un abituale frequentatore di casa Arcoleo. Prima veniva soltanto quando richiesto, ma quando queste chiamate divennero quotidiane, egli stesso decise di passare ogni giorno a visitare la piccola. Ma, la bimba continuava a essere inappetente e nulla potevano le continue cure ricostituenti.
   Negli ultimi tempi si rese necessario far venire i migliori specialisti da Palermo, nessuno dei quali seppe diagnosticare con precisione la malattia di Adelina. Tutti erano concordi sul fatto che la bambina stesse letteralmente morendo di fame. Intanto i genitori assicuravano che non le facevano mancare niente, che il cibo che le portavano a letto lei lo mangiava anche se malvolen­tieri. Si, é vero che spesso, quando si recavano a ritirare il piatto nella stanzetta, vi trovavano ancora del cibo che la bimba non riusciva a mandare giù, ma in linea di massima lo trovavano vuoto.
   Sentendo ciò uno degli specialisti narrò di un altro caso simile che gli era capitato. Lì si era trattato di una giovane che in seguito ad una delusione sentimentale, rifiutava il cibo e per non far capire niente ai familiari, di nascosto, lo buttava nel bagno. Ma, chiamato in tempo, egli era riuscito a scoprire il sotterfugio e a salvare la ragazza costringendola a mangiare guardata a vista dai suoi, il tutto coadiuvato da appropriate cure ricostituenti. Chissà, poteva darsi che anche questa pazien­te nascondeva il cibo, visto che solitamente mangiava da sola. Ma per quale motivo? Era impensabile che una bambina di otto anni avesse subìto una delusione sentimentale. Forse non voleva più vivere in un mondo dove per la sua infermità era considerata diversa e dove lei stessa si considerava di nessuna utilità, specialmente in una famiglia come la sua dove ognuno dei compo­nenti, in un modo o nell'altro, si dava da fare per gli altri.
   - Ah... Se mi aveste consultato prima! - sospirò lo specia­lista - Avremmo almeno appurato la fondatezza della mia ipotesi. Ora, se anche riuscissimo ad avere conferma di quanto ho ipotiz­zato, sono fermamente convinto che, purtroppo, ormai ci sia ben poco da fare.
   Questo fu il responso che Don Gaetano si ebbe da quella consultazione. Ne fu costernato. Da quel giorno Adelina non mangiò più da sola. Il cibo le veniva fatto ingoiare quasi a forza, ma era tutto inutile perché lo vomitava subito dopo.
   Un giorno che era rimasta sola in casa con Adelina, Donna Agatina mandò a chiamare 'u Zù Vicé[1], un uomo sulla sessanti­na che aveva fama di possedere delle facoltà medianiche ed era perciò in grado di scoprire eventuali "presenze" malefiche e cacciarle.
   Quando l'uomo arrivò in casa degli Arcoleo, non appena ebbe varcato l'uscio della stanzetta della piccola malata, fu preso da una specie svenimento, almeno così disse poi, ma subito ripresosi scappò via gridando che quella stanza era infestata da Spirdi maligni contro i quali lui non poteva nulla e che la bambina era ormai condannata.
   - Guai a voi che li avete disturbati! - gridò - Vi é pia­ciuto arricchirvi con la Truvatura? Ora ne pagate il pegno.
   Detto questo 'u Zù Vicé fuggì via.
   Fino a quel momento Donna Agatina aveva sempre sperato che avesse ragione il marito nel giudicare le sue paure soltanto delle sciocche superstizioni, ma ora aveva avuto purtroppo con­ferma dei propri sospetti.
   Era da pochissimo uscito 'u Zù Vicé, quando rientrò Don Gaetano. La Donna gridando al suo indirizzo vitupèri e ingiurie, prese a colpirlo con pugni e schiaffi.
   Sentendo questo strepito, i vicini accorsero e convinsero Don Gaetano ad uscire chè ci avrebbero pensato loro, le donne, a calmare Donna Agatina che intanto continuava ad accusare il marito di star causando la morte della figlioletta.
   Quando le vicine riuscirono finalmente ad acquietarla fecero rientrare Don Gaetano e solo dopo che anche gli altri figli furono rientrati si decisero a lasciarli.   
   Donna Agatina raccontò ai familiari della venuta dello Zù Vicé e di cosa questi avesse scoperto.
   Don Gaetano le fece terminare il racconto, poi con calma espresse la sua opinione in proposito:
   - In primis - disse - io ho sempre considerato 'u Zù Vicé un ciarlatano, che sfrutta l'ignoranza della gente come te per campare. In­fatti, che lavoro fa? Nessuno. Secondo: chi, in paese, da quando siamo in questa casa e la fortuna ha cominciato a sorriderci, non ha attribuito ciò alla Truvatura? Perciò non c'é da meravigliar­si delle affermazioni di quell'imbroglione. Ha soltanto ripetuto quello che pensano tutti. E poi, secondo voi, le preoccupazioni di Mastro Gaspare, che per me rimangono soltanto sue impressioni, non hanno contribuito al diffondersi di questa diceria? 'A Truvatura… i Spirdi… tutte fesserie. Voi avete mai visto Spirdi qui dentro? No! Quanto abbiamo trovato non lo abbiamo trovato dentro casa, ma fuori, in campagna. E lì, in quella zona, in tempi passati imperversava una banda di briganti e il tesoro che noi abbiamo trovato apparteneva a loro che per nostra fortuna non ci sono più.
   - Parliamo ora della salute di Adelina. -  continuò, ma questa volta con la voce un pò incrinata dall'emozione che le procurava il dover parlare della figlioletta.
   - Lo sappiamo tutti che Adelina é stata sempre così malatic­cia. La colpa non é di nessuno. Ora, chissà cosa le passa per la testa, ha deciso che non vuole più mangiare. Avete sentito cosa ha detto il Dottore venuto da Palermo? Si sarà convinta che é solo di peso a tutti noi e vuole liberarci. Magari é convinta di farci del bene. Ma io non mi arrendo. Vediamo come va ora che la controlliamo quando mangia; se dovesse continuare a peggiorare, la porto in Continente, chè là ci sono gli scienziati che fanno resuscitare pure i morti!
   Aveva finito appena di pronunciare quest'ultima frase, quan­do udirono le grida di Concetta, la figlia maggiore, dalla stanza della sorellina, dove si era recata per controllare se stesse riposando: - Papà ... Mamma ... Correte! Adelina ... Adelina forse é morta!
   Come un solo uomo si precipitarono tutti nella stanzetta della bambina e, purtroppo, con sgomento appurarono che Adelina non dava più alcun segno di vita.
   - Bartolo! - chiamò Don Gaetano, con voce rotta dall'emo­zione - Vai a chiamare subito il dottore, corri! - poi, rivolgen­dosi alla moglie, che aveva incominciato a gridare il proprio dolore, e ai figli, intimò loro di mantenere la calma chè, forse, Adelina era soltanto svenuta. Ma il tono della sua voce era quello di chi è già lui stesso il primo a dubitare di quanto va affermando.
   Ma Adelina era proprio morta! Tutto era ormai compiuto.
   Venuto il medico, non potè fare altro che constatare l'avve­nuto decesso della bambina. A questo punto Donna Agatina fu presa da una crisi isterica. Si sca­gliò contro il marito, con furore e rabbia più veemente di prima. Era come spiritata. A nulla valsero le implorazioni dei figli né la loro intercessione affinché si calmasse e smettesse di colpire il marito, il quale, come inebetito, non faceva niente per ripararsi da quei colpi. Quando, finalmente i figli riuscirono a bloccarla, la donna cadde svenuta fra le loro braccia.
   Donna Agatina da quel giorno non rivolse più la parola al marito e si chiuse in un mutismo da cui usciva soltanto per "par­lare" con la sua Adelina che la sua mente, ormai andata, non volle mai credere morta.
   Ma la sorte di Don Gaetano non fu migliore di quella della moglie.
   Da quel giorno infatti fu tormentato dal dubbio e dai rimorsi che si portò dietro fino alla fine dei suoi giorni. La gente in paese disse che quella era la sua condanna: vivere a lungo (era quasi centenario quando morì) e tormentato dai suoi sensi di colpa. Sì, sua moglie aveva avuto ragione fin dal primo momento, pensava. Ma come poteva minimamente immaginare quello che sarebbe accaduto? Si giustificava adducendo a scusante il fatto che non aveva mai creduto a tutte quelle storie frutto della fantasia popolare e perciò non poteva prevedere quello che sarebbe succes­so. Ma era vero?
   Aveva sfidato il soprannaturale ed era stato sconfitto. Ma sarebbe stato più giusto che a pagare per le sue colpe, per la sua incoscienza, fosse soltanto lui e non la figlioletta innocente da ogni colpa. ... La sua incoscienza ... Fino a che punto aveva potuto considerare incoscienza il suo modo di agire? Perché dopo i primi ritrovamenti aveva preferito comprare la casa invece del terreno? Non era stato perché in fondo anche lui era convinto che tutto aveva avuto inizio proprio da lì, da quella casa? Che continuan­do ad abitarla, in qualunque altro luogo avesse condotto i suoi scavi avrebbe trovato ugualmente i suoi tesori? Ecco perché l'acquisto della casa era stato prioritario. Tutto il resto sarebbe stato consequenziale.  E quando Mastro Gaspare lo mise in guardia sui pericoli che la sua Adelina avrebbe potuto correre in quella stanzetta, perché riservò alla bimba proprio quella?               
   Se fino a quel momento l'aveva fatto, ora Don Gaetano non poteva più continuare ad ingannare la propria coscienza con falsi alibi, ora che la sua bambina era morta. Aveva sacrificato la sua prediletta, la sua adorata Adeli­na, per il proprio tornaconto, così come le popolazioni primitive, nei loro riti pagani, sacrificavano vittime umane per assicurarsi il favore delle loro sanguinarie Divinità e ottenerne benessere per tutta la tribù.
   La casa degli Arcoleo, nel giorno del funerale della bambi­na, fu invasa dai vicini. Quanto si mormorava in paese sui motivi che avevano portato la bimba alla tomba, aveva commosso i paesani, la cui piètas era palese sui volti di tutti. Anche Mastro Gaspare Lo Monaco con i due figli più grandi era presente. Anzi, come uno della famiglia, rimase per tutto il giorno seduto alle spalle di Don Gaetano al capezzale di Adelina che giaceva sul suo piccolo letto di morte al centro della stanza, col volto pervaso da una serafica serenità che in vita forse non aveva mai avuto.
   Quando la morticina fu deposta nella piccola bara bianca, si creò all'interno di quella stanza un certo movimento, tanto che Mastro Gaspare coi figli, per creare più spazio, indietreggiando finì per ritrovarsi nella camera successiva, quella che sia lui che Don Gaetano avevano adibito a camera da letto. Nella penombra i suoi occhi andarono ad una piccola vetrinetta, al centro della quale, su uno scaffale di vetro, faceva mostra di sé una scarpina da donna. Una scarpina da donna tutta d'oro.

F I N E




[1]  Il Sig. Vincenzo. (“Zù” sta per zio in segno di rispetto)

domenica 21 gennaio 2018

Leggere Scritture: presentazione dell'antologia di racconti delle allieve e degli allievi del corso di scrittura della biblioteca di Pirri

Le allieve e gli allievi del corso di scrittura tenutosi nell'anno 2017 nella biblioteca di Pirri, presenteranno l'antologia dei loro racconti, scritti durante il loro percorso di formazione, il giorno 26 gennaio 2018 alle ore 18.00 presso la MEM di Cagliari. Le letture dei testi saranno intervallati da piacevoli esecuzioni di brani musicali.
Vi aspettiamo numerosi.

giovedì 18 gennaio 2018

'A truvatura- Sesta puntata



di Giuseppe Perricone



   Superato il primo momento di smarrimento, cominciò a pensare al da farsi.
   Doveva comprare quel fondo al più presto e diventarne pro­prietario a tutti gli effetti, onde evitare ogni tipo di rivendi­cazione da parte di chicchessia su eventuali futuri ritrovamenti. 
   Presa questa risoluzione, si decise a chiamare i figli che lavoravano poco distante.
I ragazzi, vedendo il padre seduto per terra, il volto di un pallore cadaverico, pensarono che si fosse sentito male. Ma Don Gaetano, senza proferir parola, si limitò ad indicare loro con un cenno della mano il tegame con le monete d'oro ancora sparse sul terreno accanto a lui. Pure i picciotti ammutolirono per la sorpresa.
   Il padre, con voce strozzata per l'emozione e la tensione, raccontò loro le circostanze del ritrova­mento e, quando ebbe finito il suo racconto, intimò a tutti e quattro i figli di non farne parola ad anima viva.
   Quando seppero della cosa, anche le donne di casa Arcoleo ebbero la stessa reazione dei loro congiunti maschi. La gioia di Donna Agatina fu immensa anche se una sensazione di males­sere la prese nel notare la strana reazione della piccola Adeli­na. Infatti, come ebbe a dire in seguito, la bambina le diede l'impressione che le sue manifestazioni di gioia fossero dovute più al fatto di vedere gli altri suoi familiari felici, che alla consapevolezza dell’improvvisa ricchezza piovuta in modo così inaspettato in casa loro. Anzi la donna aveva l’impressione che Adelina non fosse tanto sorpresa da quell'avvenimento che, nessuno sano di mente, poteva mai sperare potesse capitargli, specialmente gente da sempre vittima della mala sorte come erano gli Arcoleo.
   Naturalmente quella notte stentarono ad addormentarsi. Don Gaetano e la moglie non fecero altro che parlare dei progetti che ora avrebbero potuto realizzare. Tuttavia, già quella stessa notte Donna Agatina esternò al marito le sue perplessità sulla strana reazione della più picco­la delle figlie. Senza dirlo apertamente, dai discorsi che fece, lasciò trasparire il suo pensiero: e se Adelina, all'insaputa di tutti, avesse avuto una qualunque parte nel ritrovamento di tutti quei soldi? Chissà, forse quello non era stato che un modo come un altro di recuperare la Truvatura (il cui pensiero non l'aveva mai abbandonata), senza destare sospetti in alcuno?
   Nonostante la donna non avesse manifestato esplicitamente que­ste sue paure, Don Gaetano indovinò ugualmente i suoi pensieri. Cercò di tranquillizzarla spiegandole che certa­mente la felicità di Adelina era da attribuire al suo modo di reagire a quella degli altri suoi familiari, tuttavia ciò non significava necessariamente che la bambina sapesse già da prima quanto sarebbe accaduto quel giorno; e che, se aveva mostrato indifferenza all'oro, era solo perché, ancora troppo piccola per apprezzarne il valore, non poteva nemmeno immaginarne gli effetti sul loro futuro immediato.
   Donna Agatina sembrò accettare di buon animo le spiegazioni del marito e finalmente cercarono di dormire un poco.
   L'indomani mattina Don Gaetano raccomandò per l'ennesima volta alla moglie e ai figli di tenere la bocca chiusa con chiun­que su quanto accaduto il giorno precedente. Esaurite queste raccomandazioni, coi quattro ragazzi si recò in campagna per riprendere il lavoro interrotto, con la segreta speranza che potesse ancora ripetersi quanto già accaduto il giorno prima.
   Era certo che se il tesoro da lui trovato era veramente appartenuto ai banditi non era mera illusione sperare che altri tesori potessero essere celati nel sottosuolo di quel terreno. Infatti, stando a quanto si diceva ancora sul conto di quella banda, l monete, i ducati d'oro che aveva rinvenuto non dovevano essere che la minima parte del bottino che i brigan­ti avevano accumulato in tanti anni di furti e rapine, finaliz­zate, a sentir loro, al ripristino della dinastia dei Borboni nel Regno delle due Sicilie. Comunque quel giorno non successe niente di straordina­rio, così come nei due successivi.
   Il terzo giorno, quando ormai stava per convincersi che in quel campo non avrebbe trovato più niente, non appena ebbe ini­ziato a dar di zappa sul terreno, ecco venir fuori un altro fagotto simile al primo. Questa volta ad essere avvolto dagli stracci fu un secchio di metallo, che oltre ad essere anche questo colmo di ducati d’oro, conteneva alcuni gioielli di pregiata fat­tura.
   A questo punto Don Gaetano ebbe ormai la certezza che insistendo nelle sue ricerche da quel terreno sarebbe venuta fuori la fortuna sua e della sua famiglia.
   Lasciò i figli in campagna e tornò subito a casa. Aveva deciso di recarsi in città per depositare quel denaro in banca.
   Anche questa volta, in casa Arcoleo le manifestazioni di gioia furono grandi. Un'unica ombra offuscava quella gioia. Adelina, già dal giorno precedente stava poco bene. Qualunque cosa mangiasse non riusciva a trattenerla nello stomaco ché subito la vomitava.
   Don Gaetano per portare i soldi in banca ricorse ad un sotterfugio. Li nascose nei panàra di vimini che era solito usare per la raccolta in campagna e li coprì con della frutta di stagione, dopo di che prese la corriera per la città.
   Quando, verso le tre pomeridiane, ritornò, già dalla fermata della corriera notò davanti casa sua un'insolita animazione. Vide, fermi davanti all'uscio, parlare con alcuni vicini due dei figli che, stando alle sue raccomandazioni, a quell'ora avrebbero dovuto trovarsi ancora in campagna.
   Pensò che qualcuno della sua famiglia doveva essersi lascia­to sfuggire qualche parola sui loro ritrovamenti. Infuriato fece quasi di corsa il tratto di strada che lo separava da casa e stava quasi per avventarsi sui ragazzi quando vide uscire il medico di famiglia.
   Capì allora che i suoi timori erano infondati e fu sorpreso di sentirsi sollevato. Ma come, il medico in casa sua, segno che qualcuno doveva sentirsi male, sicuramente Adelina, la sua predi­letta, e lui si sentiva sollevato?
   Questa constatazione lo fece star male. Si sentì in colpa verso la sua bambina. Come a voler rimediare assalì il dottore: - Che c'è, Dottore? Che ha la mia bambina? - e mentre gli poneva queste domande lo strattonava per il bavero della giacca come a voler scaricare sul Dottore i suoi sensi di colpa.
   Il medico si meravigliò non poco per l'agitazione Di Don Gaetano, infatti, non lo aveva mai visto in quello stato, nono­stante quella non fosse la prima volta che Adelina aveva bisogno delle sue prestazioni mediche per via del suo fisico macilento e della sua salute cagionevole.
   Lo tranquillizzò spiegandogli che Adelina non aveva niente di grave, era solo debole perché digiuna da due giorni, ma che con la cura che le aveva prescritto, una cura ricostituente, si sarebbe rimessa in sesto. Rispetto alle altre volte aveva avuto un piccolo svenimento, ma non c'era niente di cui preoccuparsi.
   Adelina doveva soltanto rimettersi in forze con pasti sosta­nziosi, anche se ciò avrebbe comportato ai suoi familiari qualche sacrificio economico.
   Ora fu la volta di Don Gaetano di tranquillizzare il Dot­tore. Da ora in avanti ad Adelina e a nessuno della sua famiglia sarebbe mancato più niente. Ora aveva di che pagare. Poteva pagare anche il medico che fino ad allora, conoscendo le condi­zioni economiche degli Arcoleo, da loro non aveva mai preteso alcun pagamento, a parte qualche panàro di frutta o qualche capo di selvaggina.
   A dimostrazione di quanto asseriva, chiamò il più grande dei suoi figli, Bartolo, prese dalla tasca un rotolo di banconote, ne tirò fuori una di grosso taglio e lo mandò con la ricetta del medico dallo speziale per le medicine; poi chiamò Nino e con un'altra banconota uguale alla prima lo spedì a comprare quella carne che in casa Arcoleo si vedeva a malapena soltanto nelle feste comandate. 
   Quando finalmente entrò in casa era ancora talmente scosso e preoccupato per la salute della figlia che non notò neanche le espressioni di stupore dei vicini che gli avevano visto estrarre dalla tasca quel grosso rotolo di banconote.
   Al capezzale di Adelina trovò la moglie che non appena si accorse di lui quasi lo aggredì accusandolo di aver causato con la sua testardaggine il malessere della bambina. Infatti, ormai ne era sicura, quel malessere era da attribuire alla Truvatura. Sissignore, quelle monete e quei gioielli facevano parte della Truvatura! E lui non poteva nascondere l'evidenza dei fatti.
   La flebile voce di Adelina bloccò sul nascere l'alterco che stava per scoppiare tra i genitori. Infatti Don Gaetano era pronto per scagliarsi verbalmente contro la moglie per rintuzzare quelle ingiuste e stupide accuse nei suoi confronti.
   - Non siete contenti che non siamo più poveri? - domandò la bimba. Aveva un'espressione di beatitudine dipinta sul viso quale nessuno di loro due ricordava di averle mai visto prima. Era evidente che la bambina era felice. Era come se fosse appagata. Questa fu l'impressione che entrambi i genitori ne ebbero.
   Quella sera stessa Don Gaetano si recò a trovare Mastro Gaspare Lo Monaco con l'intenzione di comprare la casa. Pattuito il prezzo, gli lasciò la caparra e soltanto al suo rientro mise al corrente della sua decisione il resto della famiglia.
   La moglie non disse niente. Bartolo, invece, fece notare al padre che sarebbe stato più opportuno comprare l'agrumeto visto che proprio lì avevano trovato la loro ricchezza, ma l'uomo spiegò che, per quanto ne sapeva lui, nessuno nella sua famiglia da generazioni aveva mai posseduto una casa, e lui, quando si era sposato aveva giurato a sé stesso che avrebbe fatto di tutto perché un giorno potesse averne una di proprietà. Poi, se avessero rinvenuto ancora altra "roba" in quel terreno, avrebbe comprato anche quello.
   Le aspettative di Don Gaetano non vennero deluse. Infatti, i ritrovamenti continuarono nella media di due o tre al mese, fu così che gli Arcoleo comprarono successivamente alla casa anche il terreno in questione e un altro adiacente.
   Purtroppo, a distanza di due o tre giorni da ognuno di quei recuperi corrispondeva un ulteriore peggioramento della salute di Adelina.
   Ormai la piccola non si alzava più dal letto; malgrado ciò conservava la sua serenità e anzi, era lei a confortare la madre che non si muoveva quasi mai dal suo capezzale. Donna Agatina non poté non constatare che questa serenità, questa espressione di beatitudine, la figlia non l'aveva mai avuta, se non dal giorno che il marito era tornato a casa con quel primo tegame colmo di monete d'oro.
   Adelina era contenta perché ora erano ricchi o, piuttosto, perché riteneva di essere lei stessa causa dell'impro­vviso benessere di cui era beneficiaria la sua famiglia? Donna Agatina propendeva per questa seconda ipotesi. La bambina sapeva più di quanto dava a vedere. Di questo ne era certa, così come era certa, purtroppo che la sua bambina avrebbe pagato con la vita per quelle ricchezze. Quello che la faceva dannare era la convinzione che la bimba sapesse di dover pagare di persona e pareva accet­tare la cosa più che con rassegnazione, quasi con gioia; magari era convinta che in questo modo, non sarebbe più stata soltanto un peso per la sua famiglia, bensì colei che col suo sacrificio consentiva ai propri cari di non patire più gli stenti e gli affanni di sempre.
   Ecco perché la bimba, nonostante le insistenze della madre, non voleva sentirne di farsi cambiare di stanza dal padre!
   Anche l'atteggiamento del marito era per Donna Agatina causa di tormento. Perché non voleva darle retta? Cosa voleva dimo­strare? Che non esistono gli Spirdi? E se anche avesse avuto ragione lui, cosa costava cambiare di stanza la bambina? O era perché in cuor suo il marito sospettava che questo cambiamento avrebbe irrimediabilmente compromesso il continuo ritrovamento di quei tesori, che lui insisteva a considerare bottino dei brigan­ti? Come poteva pensare che quella banda, dopo lo scontro con i Piemontesi non avesse avuto alcun superstite in grado di recupe­rare tutta quella refurtiva? Possibile che Don Gaetano, si chiedeva la moglie, non si ponesse questi interrogativi? E se invece, se li poneva, era davvero convinto che tutto quello che stava loro capitando fosse dovuto solo a un caso fortunato? D’altronde non era nemmeno pensabile che l'uomo fosse disposto a sacrificare la figlia prediletta allo scopo di arricchirsi. Lei sapeva quanto il marito l’amasse.

(continua...)