giovedì 4 luglio 2019

Osservazioni sul libro: "Tre piani" di Eshkol Nevo -- Neri Pozza editore


di Maria Rosa Giannalia








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In un condominio signorile  e tranquillo nei pressi di Tel Aviv, dal clima ovattato, in cui la vita sembra scorrere senza traumi, tre personaggi, protagonisti di tre racconti differenti legati da un sottilissimo filo narrativo, svelano all’immaginazione del lettore le verità nascoste del loro vissuto.
   L’autore, Eshkol Nevo, attingendo a piene mani alla tradizione letteraria degli autori israeliani, Grossman, Oz, Yehoshua, tanto per citare i più famosi, costruisce il suo romanzo giocando con una insistita attenzione agli aspetti psicoanalitici  di tutte le figure presenti nelle tre narrazioni  rivisitate però attraverso uno stile di scrittura più vicino ai grandi romanzieri americani che ai suoi connazionali.

   Il  personaggio protagonista di “Primo piano” è  Arnon, padre e marito e anche fratello di un interlocutore muto cui si rivolge per tutto il tempo del racconto.
   Nella sua narrazione dei fatti, che vorrebbero essere oggettivi, Arnon si ritrova a parlare di sé in relazione alla moglie Ayelet e a due anziani vicini di casa, Ruth ed Hermann, ai quali egli stesso e la moglie affidano frequentemente la propria bambina Ofri, in un surrogato di babysitteraggio, con soddisfazione di tutti. Fino a quando non accade IL FATTO che fa esplodere nel protagonista Arnon, angoscia, ossessione,  rabbia a stento repressi, complicanze di un cattivo rapporto con se stesso.
Arnon è un uomo inconsapevolmente ossessionato dal sesso che ne condiziona l’immaginario a sua insaputa e , in particolare, della forma forse più aberrante in cui la pulsione sessuale può manifestarsi in un uomo maturo apparentemente sano e sicuro di sé: un’ attenzione verso bambine e adolescenti che si sostanzia, nel primo caso , nell’attribuire alla sua figlioletta un subìto  e ipotetico abuso sessuale da parte dell’anziano Herman, non comprovato da nessuna analisi e indagine delle autorità competenti, nel secondo caso nell’accettare le profferte della giovanissima adolescente quindicenne, nipote dei vicini di casa Ruth ed Hermann.
   Arnon non sa, molto colpevolmente, sottrarsi ad un rapporto sessuale completo voluto dalla ragazzina   che riesce ad adescare l’uomo  con azioni furbesche e maliziose.
   In questo primo episodio l’Es freudiano viene fuori in tutta la sua prepotenza travolgendo i sensi e la ragione del protagonista che si lascia andare persino a immaginari piani delittuosi per salvare se stesso di fonte a sè, il suo rapporto matrimoniale nei confronti della moglie  e la sua consolidata vita borghese di fronte alla società cui appartiene.

In “Secondo piano” una donna, orfana della sua psicologa di fiducia, madre di due bambini, in assenza totale del marito costantemente in giro per lavoro, consuma in completa solitudine la sua vita quotidiana tra un dialogo attraverso una lunga lettera inviata alla sua carissima amica Neta, assente anche lei perché trasferitasi negli Stati Uniti, con la quale immagina di potere continuare un dialogo perpetuo con cui alleviare la sua angoscia esistenziale, e liti notturne con uno, due e forse tre, barbagianni che non si sa se reali o solo immaginati.
  La sua vita è angosciante e il racconto che ne fa all’amica in un crescendo di azioni reali e fatti  narrati, ricchi di excursus che datano al tempo della reciproca giovinezza, spiazza continuamente il lettore che viene trasportato in un ottovolante di dialoghi accennati, riportati per intero,  incisi, riprese, in un guazzabuglio narrativo. La donna, di nome Hani, si attarda a raccontare nella sua lunghissima lettera, fatti del passato , col gusto di ricordare insieme all’amica, episodi particolari, ed altri più recenti della sua attuale quotidianità, in un alternarsi anche qui di piani temporali che si avvicendano con velocità vertiginosa nella quale il lettore arranca  faticosamente per non perdere il bandolo della matassa ingarbugliata. Anche qui  IL FATTO: il fratello del marito col quale quest’ultimo aveva interrotto tutti i rapporti, arriva del tutto inatteso a sparigliare il castello di carte piuttosto traballante della vita della protagonista. Anche in questo episodio, questa apparizione improvvisa fa esplodere nella donna la consapevolezza dell’inanità del rapporto col marito, e, nel confronto con un uomo diverso, conforta ancor più la protagonista nella consapevolezza del  fallimento del suo rapporto  matrimoniale. Il piano narrativo di questo episodio sembra confermare la dimensione dell’IO freudiano, che si sostanzia nella crisi e nella sua consapevolezza.

   L’ultima parte, “Terzo piano”, ha come protagonista una donna , giudice in pensione, che nell’estrema solitudine della sua vedovanza, ripercorre la sua vita, parlando al marito morto attraverso una segreteria telefonica a lui appartenuta e ritrovata per caso, e affida alla sua stessa voce il racconto della quotidianità.
   Dvora, questo è il nome della protagonista, racconta anche lei ad un interlocutore muto, come la donna e l’uomo delle precedenti parti del romanzo.
   In questo raccontarsi  va svelando a se stessa la vera natura del rapporto con il marito tanto amato e con il figlio, cacciato di casa dal padre in seguito ad un atto di grave irresponsabilità. Durante questa affabulazione, la donna  mette a fuoco alcuni episodi della sua vita che esamina  da punti di vista diversi, diversi cioè dall’ottica che , vivo il  marito, la portavano a comportamenti socialmente corretti  soprattutto in linea con lo status suo e del marito stesso. Attraverso le sue stesse parole Dvora si rivede, come davanti ad uno specchio, ripercorrere le azioni della sua vita  rileggendole in chiave diversa. Adesso, libera da tutto, lavoro compreso, si può occupare di ciò che è più in linea col suo carattere, con la sua volizione e con i suoi desideri più profondi. E in questo percorso ecco comparire IL FATTO. Questa volta è un incontro con un uomo che non rivoluziona  la sua vita ma è soltanto il “mezzo” attraverso il quale Dvora prende consapevolezza di sé, di ciò che veramente vuole e delle proprie conseguenti azioni, questa volta scelte e agite in completa autonomia. Accetta l’amicizia affettuosa dell’uomo, si riconcilia col proprio figlio in un percorso assai tortuoso e impara ad accettare gli altri per ciò che sono senza giudicarli attraverso il filtro del proprio Super-io così come ha fatto per tutta la sua precedente vita.

   Mi è parso che l’autore, in questa sua opera, abbia voluto costruire un’architettura narrativa estremamente barocca. Le simmetrie inventive adoperate per le tre narrazioni che vedono alternarsi una figura maschile e due femminili, seguono un percorso strutturale di base sul quale fare ruotare tutte le variazioni del narrato.
   L’uso della seconda persona, giustificato dalla figura degli interlocutori a cui si rivolgono tutti e tre i protagonisti dei tre episodi, il registro colloquiale-familiare che dovrebbe rendere la scrittura semplice e fluida, la continua sospensione narrativa con variazione di percorso,  conducono il lettore all’interno di un labirinto in cui personaggi, fatti, azioni, pensieri si avviluppano in un ingiustificato stile narrativo costruito per stupire il lettore nel tentativo, forse, di coinvolgerlo completamente dentro le storie.
   Certo si nota in Eshkol Nevo una grande capacità affabulatoria che viene padroneggiata con maestria, ma l’inventio  è, a mio avviso, eccessivamente forzata, con tratti di inverosimiglianza.
C’è un aspetto che mi ha fatto riflettere: ultimata la lettura del libro, mi è stato difficilissimo ricostruire vicende  e ricordare  fatti e personaggi. Come se la narrazione, con il suo andamento vorticoso , tutto cose, ricca di particolari,

di incisi, di avvicendamenti, di piani temporali diversi , non riuscisse a mantenersi in equilibrio, non fornendo al lettore quei riferimenti attraverso  i quali leggere e interpretare il senso del narrato.
   Mi sembra che i molteplici stimoli di cui è impregnato il  romanzo non abbiano una vera giustificazione e che , a volte, siano dei pretesti per fare procedere le storie, l’ultima delle quali sfocia in una fine che, tutto sommato, si sostanzia in un “lieto fine” assolutorio e risolutivo che rende banale  lo sforzo costruttivo di un romanzo il quale, sicuramente, nell’intenzione del suo autore, voleva essere molto di più di quello che riesce a comunicare al lettore: una sperimentazione non precisamente ben riuscita.




mercoledì 19 giugno 2019

CHESIL BEACH di Ian McEwan



Recensione di Gemma Pardocchi



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Il titolo si riferisce ad una spiaggia sulla costa del Dorset sulla Manica, il cui nome deriva dall’Old English ‘ceosol’ o ‘cisel’, un misto di sabbia e  ciottoli  multicolori più o meno grandi, levigati dal mare, patrimonio dell’Unesco. Alle spalle la laguna di Fleet e più a sud l’isola di Portland. La spiaggia è quindi stretta fra la laguna e il mare e caratterizzata dal rumore prodotto dalle onde della risacca che si infrangono sui ciottoli.
La scelta del luogo dove ambientare il momento più cruciale della storia dei protagonisti, Edward e Florence,  non fu casuale, ma voluto da McEwan: il fatto che  i due si trovano come bloccati su una spiaggia instabile, con alle spalle la laguna, “rende la sensazione di dover arrivare ad una consapevolezza, passare il limite, e invece si rimane intrappolati proprio su questo confine”. La spiaggia diviene il  luogo simbolico della rivelazione della fragilità dell’identità e dello smarrimento dell’Io. Un topos che si ritrova nella letteratura inglese da Arnold a Stevenson, Joyce, Woolf, la spiaggia rappresenta uno spazio geografico di limite, problematico e instabile, dove il precario equilibrio fra terra e mare, sempre mutevole e in mutazione, simboleggia il precario equilibrio fra individuo e mondo a cui appartiene,  l’ impossibilità di controllo sul reale, o l’impossibilità di incontro reale fra elementi.

I due protagonisti del romanzo, giovani appena sposati, freschi di studi,  trascorrono la prima notte di nozze nel luglio del 1962  in un albergo sulla spiaggia di Chesil. Entrambi non hanno mai avuto esperienze sessuali, e non hanno mai affrontato l’argomento pur vivendo alle soglie di una rivoluzione culturale che cambierà veramente mentalità e comportamenti dei giovani europei. Arrivano impreparati al matrimonio e si portano dentro riserve e paure che non riusciranno a sciogliere pur amandosi e volendo fortemente trascorrere la vita insieme. Lui, Edward, vive con trepidazione e desiderio, ma con molta ansia questo momento, temendo di commettere qualche sbaglio che offenda lei e rovini così il loro rapporto, perciò è disposto ad avere tutta la pazienza necessaria. Lei, Florence, è terrorizzata dal pensiero di ciò che avverrà e prova disgusto anche per il solo contatto fisico e   ha cercato di sottrarsi durante l’anno del  loro fidanzamento ai baci di lui. Le piacerebbe avere bambini se fosse possibile averli senza rapporti, e si rende conto che forse sarebbe stato meglio parlare con Edward di questa ‘anomalia’ ma glielo impedisce la sua riservatezza e il fatto che affrontare tali argomenti era assolutamente impossibile nel loro tempo e ambiente.
Essi sono ragazzi ‘normali, ’ figli del loro tempo, anche se provengono da situazioni sociali differenti. Edward di famiglia non agiata ha tuttavia continuato gli studi fino alla laurea in Storia e vorrebbe continuare a studiare e fare il ricercatore, ma troppo preso dal desiderio di lei, capisce che deve sposarla per poterla avere e si dichiara. Per potersi sposare,  accetta un posto di lavoro dal padre di lei. Ha vissuto come un normale ragazzo della sua età un’esistenza tranquilla anche se non si è sottratto alle risse tra studenti, si considera un ‘temerario fisico’ e teme un po' questo suo carattere a volte irruento. Edward ama la musica jazz ma ammira moltissimo la sua Florence e il suo talento di violinista.
 Florence, nata  da una famiglia agiata, è timida e a volte impacciata, ma è una brava musicista e si mostra decisa a intraprendere la carriera musicale e fonda un complesso classico che dirige con  determinazione e abilità. Sembrerebbe che i due abbiano poco in comune, si conoscono solo superficialmente e anche se sono convinti di amarsi e di volere una vita insieme, non riescono veramente a comunicare. Entrambi però ambiscono a liberarsi dalla famiglia e anelano alla libertà, a scrollarsi di dosso tutte quelle regole e convenzioni che imbrigliano i giovani del loro tempo.

Il racconto della loro storia procede alternando quello della prima notte di nozze con flash back nelle loro vite, l’infanzia, la scuola, la famiglia,  le amicizie del college, episodi relativi ai primi movimenti di protesta che preludono al grande movimento della fine degli anni ’60 e primi anni ’70, in un andamento sinuoso, che mantiene viva l’attenzione del lettore e non stanca mai. L’introspezione psicologica nei personaggi è condotta in maniera profonda ma  ‘naturale,’ senza pesantezza:  scaturisce dai pensieri e dai comportamenti narrati e molto spesso percepiamo il punto di vista dell’uno o dell’altro in maniera netta.
Attraverso i loro pensieri, per esempio, e il loro desiderio di liberarsi del limite rappresentato dalle regole degli adulti, apprendiamo il divario esistente fra la mentalità degli anziani e quella dei giovani, mondo

conservatore versus mondo moderno, patriottismo e orgoglio nei primi e realismo nei giovani               che non credono più ad una Inghilterra decisiva sulle questioni mondiali.
Tutta la storia è focalizzata sul momento di transizione fra passato e futuro, tra un’educazione troppo riservata, avvolta nel silenzio, che non affrontava temi legati  alla vita sessuale, e l’esigenza di  un’educazione basata sulla conoscenza ed esperienza, sulla libertà, che sarebbe stata la bandiera delle proteste giovanili  che avrebbero dato il via a un cambiamento epocale.                    
Florence in un certo senso rappresenta il contrasto e il punto di passaggio dell’Inghilterra dal puritanesimo dell’epoca vittoriana, limitante e repressivo in campo sessuale e la nuova era di liberazione sessuale della fine degli anni ’60: un ‘dramma’ che lei  non riesce ad affrontare. Sembra quasi che l’autore voglia dirci che nonostante questa apertura dei costumi e la libertà conquistata, non sarebbe stato facile scrollarsi di dosso i tabù e le paure radicate nell’intimo dall’educazione puritana.
Florence è una personalità complessa, incarna la dicotomia fra passato e futuro, desiderio e aspirazione ad una vita amorosa appagata e felice e il desiderio di rimanere padroni di se stessi, di affermarsi e di soddisfare il proprio Io. Florence però non riesce a conciliare le due cose, sente che  la sua integrità, indipendenza e libertà  sono  minacciate dal rapporto sessuale che lei considera una sorta di prevaricazione dell’uomo sulla donna. Il personaggio è come sdoppiato: da un lato è innamorata di Edward e vuole veramente condividere la vita con lui;  vuole compiacere il marito,  come si conviene ad una sposa, durante l’approccio della prima notte; dall’altra tutto il suo essere si ribella e prova solo disgusto. Non riesce a confidarsi in lui, a parlargli della sua paura, del suo problema.
D’altronde i due sposi  non hanno mai affrontato argomenti riguardanti il loro rapporto, chiusi nel silenzio e nella  riservatezza per paura di offendere l’altro, di ferirlo, di allontanarlo. Un’incomunicabilità di fondo che unita a ingenuità e inesperienza, li porterà al fallimento della prima notte di nozze ed al fallimento del loro matrimonio. Sarebbe bastata una parola, più fiducia nell’altro, più esperienza da parte di Edward nel condurre l’approccio sessuale, più carezze, più tempo.

Il finale, a mio avviso bellissimo, nonostante la conclusione non felice, è un’analisi profonda e sottile dei sentimenti e dei comportamenti umani: lui è prima invaso dalla rabbia dopo la fuga di lei dalla camera nuziale, poi cerca di far rivivere l’amore che sente in lui svanito, richiamando alla mente i bei e consolatori ricordi dei momenti di intesa e felicità; ma alla confessione di lei di non avere avuto il coraggio di rivelargli la sua avversione per il rapporto fisico, si infuria ancora di più per la totale mancanza di fiducia senza la quale non esiste matrimonio, ma ancora di più si sente profondamente offeso e deluso dalla proposta di lei di avere altre donne ma  di continuare la loro vita matrimoniale.

Una bella storia, condotta in modo magistrale dal punto di vista stilistico, un’analisi psicologica profonda e raffinata, un piano simbolico ricco di immagini e suoni come il rumore fragoroso delle onde di risacca sulla spiaggia di ciottoli, che fa da contrappunto al crescendo dei sentimenti: fallimento, rabbia, delusione,  amarezza in un movimento senza fine; e di contrasto al silenzio che avvolge gli sposi durante la cena di nozze. La spiaggia su cui si consuma il dramma dei due sposi stretta fra il mare e la laguna rappresenta il limite del loro rapporto, l’incapacità e quindi l’impossibilità di superare la fisicità come problema e andare incontro con  libertà alla complessità e pienezza del rapporto amoroso; mentre la precarietà dell’incontro tra l’acqua e la sabbia, rappresenta l’incomunicabilità e quindi  l’impossibilità di un incontro reale  fra i due.
Un tema centrale del libro mi pare l’Amore in diverse sfumature: il rapporto fra la coppia Edward-Florence sollecita delle domande. Cosa vuol dire amare? Essere ‘innamorati’? E‘ ciò che Ed prova per Flo? o ciò che  Flo prova per Ed? piacere di stare assieme? essere innamorati vuol dire annullarsi l’uno nell’altra? Si può amare senza ‘donarsi’ sessualmente? Ci può essere amore senza confidenza, senza fiducia? Vivere nella paura di ferire l’altro, di causare la rottura di un equilibrio sottile, è amore? ma se l’equilibrio è sottile è vero amore?

Gemma Pardocchi

lunedì 27 maggio 2019

La terza età delle donne: il principio



Arriva un momento in cui stai facendo cose ordinarie, anche banali. Ad esempio stai entrando in una banca, che so, a chiedere un mutuo per comprare la tua unica e sola casa dopo una faticosa vita di traslochi in case rabberciate alla meno peggio, magari dopo che hai deciso di separarti da un marito ingombrante e faticoso.
Una banca è , in un certo senso, come una chiesa. Entrarci comporta raccoglimento, compunzione, attenzione anche a ciò che ti metti addosso. Devi dare l’impressione di essere una persona affidabile. Quindi niente cose eccessivamente frivole ma neanche raffazzonate. Il giusto equilibrio che dica subito, a colpo d’occhio, che sei una donna elegante, seria, affidabile, lavoratrice, equilibrata e anche bella. E che ci tieni al tuo aspetto.
Quindi.        
Quindi, con tutta la carica che ti dà il desiderio di potere acquistare finalmente non dico la casa dei tuoi sogni, ché è da tanto che ci hai rinunciato definitivamente,  ma perlomeno una casa comoda con il riscaldamento, dopo anni di abbigliamenti casalinghi degni di un igloo, in una zona silenziosa dove i vicini non decidano di farti sentire a volume spiegato, a tutte le ore del giorno, le ultime novità di Sanremo, insomma una casa decente degna di questo nome, parcheggi la tua utilitaria e varchi la soglia del santuario. Ti sei guardata anche allo specchietto dell’auto, prima di incamminarti e hai visto che non sei troppo male e magari ti dai un ultimo ritocco di rossetto.
Insomma, adesso sei lì, in quel luogo sacro, dove una porta a vetri alta e pesante, ti restituisce la tua immagine. Tu lo sai, ovvio, che sei una donna qualsiasi , pure un po’ sprovveduta, ma all’esterno…oh,  hai l'aspetto di una guerriera pronta all’assalto.
Apri e vedi, nell’androne,  un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquanta che tu sei pronta ad archiviare tra quellichenontiinteresserannomaineanchemorta.
Sei abituata ad avere addosso gli sguardi degli uomini che , si sa, anche senza volerlo, le donne le guardano sempre, purché ben messe e con parvenza di giovinezza. Ma tu sai che devi tirare dritta per la tua strada, come sempre hai fatto dalla pubertà in poi, senza ricambiare né sguardi né parole, facendo finta di nulla.
E invece non succede niente. Il tizio non ti lascia neppure passare per prima, ma oltrepassa l’ingresso senza neppure reggerti la porta, anzi lasciandotela quasi sbattere in faccia.
Sbigottita, non sai se per la sorpresa o per la cattiva educazione,  entri a tua volta, fermando con una veloce bracciata la porta, entri e quando sei dall’altra parte, ti giri ad accompagnare la vetrata e vedi lo stesso tizio che, con passo veloce, raggiunge una giovane donna, alta, bionda, alla quale daresti sì e no, neanche trent’anni. E’ vero, hai molti pensieri per la testa, soprattutto quello, importante, per il quale sei andata proprio in quella banca e archivii tutta la faccenda in uno sgabuzzino mentale in cui ti proponi di non entrare mai più.
Allora vai dritta verso l’ascensore. Sei sola, devi arrivare al quinto piano per raggiungere il direttore al quale esporre cautamente la tua richiesta di mutuo. In garanzia hai pensato di potere portare il tuo stipendio (sei una buona lavoratrice), il tuo status sociale ( una donna ancora giovane, mediamente colta, in grado di potere lavorare per molti anni, una sola figlia a carico e niente marito che, con i tempi che corrono, è una cosa assai buona, perché, secondo come è messa la tua famiglia, ti tocca mantenere anche lui)  e infine il tuo charme, o quello che pensi di avere ancora.
Vieni accolta da un’impiegata che ti fa accomodare in una orribile saletta con il niente intorno, neppure un giornale, né una pianta, niente di niente, ma solo un freddo  il dottore la prega di attendere, arriva subito.
Ti siedi, ti guardi in giro, non c’è nulla che possa attrarre il tuo sguardo, neanche la finestra che dà sul retro in un cortile stretto dove l’unica immagine è quella di un muro con alcune crepe nell’intonaco dalle quali si intravedono delle macchie di muffa. Aspetti. Agguanti il tuo cellulare, unica risorsa in questo frangente, compulsi nell’ordine: posta, messaggi, facebook. Ti accorgi che nessuno ti ha scritto mail, nella box ci sono solo pubblicità di vacanze a Dubai in alberghi da mille euro a notte, di prodotti dimagranti, di offerte imperdibili  per l’acquisto di una nuova automobile, di fb che ti informa che Sempronio Vivamaria ti ha taggato in un suo post, messaggi di conoscenti che ti informano di incontri e serate ai quali ti guarderai bene dal partecipare, post in fb che sembrano scritti da Pierini Formaggini anziché da uomini e donne maturi, e altre cose così. Aspetti. Aspetti, e ancora aspetti. E’ passata quasi un’ora e pensi: cavolo, sembra di essere dal dottore o in una fila che, so, dell’INPS, non certo in una banca. Finalmente una presenza: viene introdotta nella tua stessa saletta, dalla medesima impiegata, una ragazza, giovane, questa volta bruna, i capelli lisci con taglio irregolare, grandi occhi color nocciola, minigonna e stivale borchiato. Sembra appena uscita da Vogue. Saluta, si siede nella poltroncina vicino alla tua e si dispone pure lei all’attesa.
Dopo ancora cinque lunghi minuti, finalmente ecco il direttore, un tipo tarchiato, occhialuto, un po’ di pancia prominente messa in mostra dal biancore di una camicia  spiegazzata ai fianchi.

Tiri un sospiro di sollievo e, mentre pensi che sia finita quella attesa ignobile e inadatta al luogo e alla tua persona, fai per alzarti e andargli incontro. Quello, come se non ci fossi, va dritto dritto verso la brunetta, la saluta calorosamente, la invita ad entrare nel suo ufficio, poi, rivolgendosi a te: “ Mi scusi, signora, è una faccenda di pochi minuti e poi sono subito da lei!”.

martedì 21 maggio 2019

L'otium, ovvero l'arte del non-fare

di Maria Rosa Giannalia


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 Uno dei problemi della terza età, quando ormai si è definitivamente lasciato il lavoro, quando i figli sono andati via di casa e fortunatamente non ci imbrigliano nei loro molteplici bisogni (per esempio affidandoci i loro pargoli per diversi giorni o per tutta la settimana) o quando dobbiamo continuare ad occuparci della casa e di tutte le minute incombenze ad essa collegate, che richiedono molte ore, rimane finalmente un tempo abbastanza lungo per noi. Il fatto è che spesso non siamo abituati. Non siamo abituati, dico, non a gestire il tempo, ché quello impariamo presto a farlo, subito dopo  l’adolescenza, ma a gestirlo in funzione solo NOSTRA. 

   E’ talmente strana questa cosa che, quando càpita, si sentiamo come frastornati. Si affollano alla mente tante di quelle belle attività nuove da realizzare, che non sappiamo da dove iniziare e soprattutto COME iniziare. Non ci viene in mente, ad esempio, di iniziare e basta. Nella nostra precedente vita avevamo orari prestabiliti, compiti assegnati,  colleghi e colleghe incombenti, dirigenti  che ci tenevano il fiato sul collo. E tutto ciò ci ha abituato a non pensare il tempo come interno a noi, come una categoria nella quale non dovessimo sempre  parcellizzare e organizzare ogni gesto della nostra giornata.  Eravamo abituati a fare entrare dentro l’involucro temporale tutte le nostre  necessità di lavoro  e personali adattandoci ai ritmi precostituiti.

   E’ normale, quindi,  che di fronte al tempo allargato e vuoto di impegni che ci si apre davanti, sentiamo come un senso di perdita e di smarrimento: vorremmo gestirlo ma ci mancano i riferimenti. I riferimenti di prima non  esistono più, e, conseguentemente, dovremmo crearcene di nuovi, organizzando in funzione solo nostra, le ore, le settimane, i mesi.
   Capita quindi che abbiamo la sensazione di PERDERE TEMPO. Senza riflettere che il tempo non esiste al di fuori di noi e non possiamo perdere una cosa che non esiste.
  Ecco perché abbiamo necessità , adesso, di imparare a concepire il tempo in maniera distesa, in funzione solo di ciò che  ci serve, non per fare , ma per pensare. Anche il pensiero autonomo richiede un sacco di tempo e, per attivarlo, è necessario coltivare la mente attraverso buone letture, buoni film, buoni spettacoli, belle attività anche manuali, ma anche attraverso buone conversazioni. Il confronto ci permette infatti di non isolarci, in un tempo in cui ci viene a mancare tutto l’entourage lavorativo che, anche se, a suo tempo , ci risultava faticoso, ci garantiva una rete di rapporti sociali importanti per la nostra realizzazione.
   E’ arrivato un altro tempo, diverso, in cui dobbiamo crearci le nostre  attività e dare loro un altro senso, senza altra necessità che quella del nostro piacere personale.
Allora perché non iscriversi a qualche associazione di persone che condividono gli stessi nostri interessi? Perché non riservare qualche giorno alla settimana per incontrarsi piacevolmente con le amiche e gli amici e OZIARE? L’ozio ha una grande valenza perché, sgombrando la mente  dalla necessità, ci aiuta a riflettere sui valori fondanti del genere umano. Non per nulla i latini ritenevano l’OTIUM la più bella di tutte le attività contrapponendolo al NEGOTIUM che  marcava la sfera “del fare” cioè di tutte le azioni necessitate.
   Ma solo l’Otium è un privilegio, in quanto dà respiro alla mente ed eleva l’animo verso finalità alte.

E questo i nostri padri latini lo sapevano bene!




mercoledì 1 maggio 2019

Antonio Tabucchi: Tristano muore ed. Universale Economica Feltrinelli




Recensione di Maria Rosa Giannalia


Si tratta di un’opera assai complessa ancorché breve: nella finzione letteraria del protagonista morente  che convoca  un famoso scrittore presso di sé nella sua casa in Toscana, per raccontargli la sua vera esperienza di partigiano affinché egli, lo scrittore, possa scriverla e serbarne memoria, l’autore coinvolge totalmente il lettore  trascinandolo con sé attraverso tutta la rivisitazione  che egli intende fare delle sue esperienze amorose, politiche e di combattente partigiano. Tutto ciò solo ed esclusivamente dal suo mutevole punto di vista.
Questo patto narrativo, una volta accettato dal lettore, risulta estremamente vincolante per quest’ultimo: non gli permetterà più, una volta iniziata la lettura , di perdere il bandolo della matassa,  costringendolo a seguire tutte le evoluzioni narrative che il protagonista intraprende con la tecnica del flusso di coscienza.
Il protagonista, malato terminale, sul suo letto di morte, in preda a pochi momenti di lucidità intervallati da altri straniati e distorti dalla morfina, inizia il suo racconto.
E’ un racconto allucinato, in cui egli ripercorre tutta la sua esperienza di partigiano a partire dalla guerra in Grecia dove era stato mandato come militare  fascista, quindi come “invasore” fino ad arrivare, attraverso una serie di  azioni di guerra, quasi tutte individuali, a rifiutare la logica di quella guerra cui il suo paese, l’Italia fascista, lo aveva costretto, per schierarsi quasi subito a fianco degli “invasi” quando, in Grecia, uccide un militare nazista che si era reso protagonista di un atto di estrema crudeltà sparando prima ad un ragazzino e poi ad una vecchia.
La sua vicenda si conclude in Italia dove  combatterà da partigiano contro i nazifascisti e riuscirà ad annientare un intero plotone  di nazisti praticamente da solo meritando la medaglia di guerra e il titolo di eroe.
Queste imprese sono strettamente intrecciate agli amori della sua vita: due donne, la greca Dafne (chiamata anche Mavrì Elià), e  l’americana Marilyn (chiamata anche Rosamunda/Guagliona), donne che il protagonista ha amato in modo diverso e che hanno segnato la sua vita e infine anche la tedesca Frau, amica/governante che lo assiste con un ruvido amore fraterno per tutto il corso della sua vita nella casa in Toscana in cui egli si ritira, la casa dei suoi genitori.
La narrazione ha un percorso ricorsivo: i temi, innumerevoli, che vengono proposti via via, non si esauriscono in una singola analisi, ma ricompaiono continuamente componendosi e frantumandosi e ricomponendosi in immagini sempre nuove come all’interno di un caleidoscopio che mostra prospettive continuamente diverse dalle quali potere evincere una lettura molteplice.
E così il flusso narrativo permette al protagonista di parlare della valenza della scrittura:

"…E invece il mondo è fatto di atti, azioni… cose concrete che però poi passano, perché l’azione, scrittore, si verifica, succede… e succede solo in quel preciso momento lì, e poi svanisce, non c’è più, fu. E per restare ci vogliono le parole, che continuino a farla essere, la testimonino. Non è vero che verba volant. Verba manent. Di tutto ciò che siamo, di tutto ciò che fummo, restano le parole che abbiamo detto, le parole che tu ora scrivi, scrittore, e non ciò che io feci in quel dato luogo e in quel dato momento del tempo. Restano le parole… le mie… soprattutto le tue… le parole che testimoniano. Il verbo non è al principio, è alla fine, scrittore. Ma chi testimonia per il testimone? Il punto è questo, nessuno testimonia per il testimone… Felice, infelice, sai, non è questo il problema che mi pongo, scrittore, quello che mi consola è che nella grande addizione, nella vostra odiosa addizione piena di cifre, io non ci figuro come un’unità fra tutte le altre, nella somma non sono stato contato, bene, mi volevate pari ed ero dispari, vi ho fatto sbagliare i calcoli… È la mia poesia del lunedì, o del martedì… quella della domenica l’ho dimenticata perché non mi piaceva, e ti regalo questa…

Della libertà e di quanto inganno ci sia nell’imposizione della libertà:

"…un uomo libero, la tua parola è sacra e nessuno può distruggere la tua parola, e questa è la vera libertà, è per questo che ci siamo battuti fin da sempre tutti noi che amiamo la libertà, affinché tu possa parlare, affinché tu possa esprimere il tuo pensiero libero, parla, la mia civiltà te lo permette, tu sei qui per parlare, devi parlare, apri la bocca, scaccia le mosche dalla bocca e parla, non mi guardare con quello sguardo ebete, fammi il piacere,"

Della storia e del suo significato intrinseco e anche del suo valore per l’individuo:

Ma perché mai dobbiamo pensare che la vita sia o così o cosà, te lo sei mai chiesto, scrittore? Io credo che te lo sei chiesto, e forse è per questo che ti ho chiamato. Ma lui a quel tempo il futuro lo vedeva diviso in due, perché pensava che la storia fosse divisa in due, idiota, non sapeva che la storia la facciamo noi, ce la costruiamo con le nostre mani, è una nostra invenzione, e ne potremmo fare un’altra, se solo volessimo, se solo non ci lasciassimo convincere dalla storia che lei è o così o cosà, se solo avessimo la forza di dirle, signora storia, lei non è niente, non faccia tanto l’arrogante, lei è solo una mia ipotesi, e se non le spiace ora la invento come preferisco. Ma per dire questo bisogna essere vecchi, e inutili, quasi cadaveri come sono io, quando hai capito che lei era un’illusione, un fantasma, ormai non puoi più farla, è già stata fatta. La storia è come l’amore, è una musica, e tu sei il musicista, e mentre la suoni sei di un’abilità enorme, un interprete che soffia a pieni polmoni nella sua trombetta o sfrega con rapimento il suo archetto sulle corde… magnifico, un’esecuzione perfetta, applausi. Ma non conosci lo spartito. Quello lo capisci dopo, molto più tardi, ma ormai la musica è svanita…

E di tanti altri aspetti esistenziali fino al più importante di tutti, l’ultimo, la paura e il senso della morte:

La vera paura è quando l’ora è fissata e sai che sarà inevitabile…è una strana paura, si prova una sola volta nella vita, e non si proverà mai più, è come una vertigine, come se si spalancasse una finestra sul niente, e lì il pensiero si annega davvero come se si annientasse. E’ questa la vera paura…[…] C’è un amore religioso della morte che ha qualcosa di necrofilo, quasi che si amasse più un cadavere di un vivo…Una bella morte…la morte non è mai bella, la morta è laida, sempre, è la negazione della vita…Dicono che la morte è un mistero, ma il fatto di essere esistito è un mistero maggiore, apparentemente è banale, e invece è così misterioso…

Infine due osservazioni riguardanti lo stile : non ci sono nel testo figure retoriche che non siano necessitate ai fini dell’efficacia narrativa. Ogni espressione, ogni parola, ogni verbo, sono estremamente calibrati e inseriti in un tutto organico che collega indissolubilmente forma e contenuto e porta il lettore a “sentire” il protagonista narrante dal di dentro, a condividere i suoi stessi pensieri e i suoi punti di vista, a perdersi insieme a lui in questo tourbillon di immagini e emozioni , sentimenti ricorsivi che dicono e poi contraddicono ogni affermazione, ogni analisi, ogni fatto.
E’ un libro , certo, difficile, ma a mio parere, è uno di quei libri fondanti nella carriera di un lettore. 


giovedì 18 aprile 2019

Sa strangia

di Maria Rosa Giannalia





   Venne nell’isola ma non fu per sua volontà. Per matrimonio, mi disse. Sì,  doveva sposarsi. Ma non era con uno di noi. Disse che era con uno della sua stessa isola che lavorava qui. E fu per questo che venne.
   Quando arrivò a Cagliari era il dodici giugno del millenovecentosettanta. Era di pomeriggio ed era arrivata con suo padre. Mi raccontò che quando l’aereo, - un fokker a elica che sembrava un pullman del cielo con la sola differenza che aveva le ali - atterrò sulla pista di Elmas, aveva pensato di essere atterrata in un posto strano, un posto dove un vento fortissimo e caldo le scompigliò quei suoi capelli biondi che cominciarono a sparpagliarsi di qua e di là come fiamme senza torcia e che lei non riuscì a fermare né a sistemare in alcun modo. Le altre poche donne scese dall’aereo  non ci facevano proprio caso, anzi sembravano non accorgersi di quello scompiglio sulla loro testa e avanzavano sicure e dritte sulla pista, tenendo le valigie sospese a filo sul cemento.
   Margherita si sentì avvolta in un silenzio che non aveva mai sentito prima: un silenzio colorato del giallo bruciato di tutta la vegetazione alta che cresceva lussureggiante e disordinata ai bordi della pista. Fu presa da una specie di ubriacatura, la stessa che continuò ad accoglierla  ad ogni suo successivo sbarco sull’isola, quando, tornando dalle strade vocianti e affollate della sua città, si ritrovava, solo dopo un’ora, depositata in una culla ovattata e primordiale, in cui ogni suono cessava.
   Margherita non aveva mai conosciuto quel silenzio. Aveva conosciuto musica, strilli di bambini, urla di adulti, strepiti di venditori ambulanti che andavano e venivano per le stradine  strette dei quartieri della sua città di quell’altra grande isola da cui proveniva, la Sicilia, a vendere la frutta e la verdura, il pesce e le uova, i gelati, le olive, le pentole, le scope, le cianfrusaglie di casa a tutte le donne. Perciò,  quella nuova atmosfera, intrisa  di silenzio, quasi la smarrì.
   Non era abituata. E nei giorni e negli anni della sua vita di sposa disperata, quando usciva di casa nella speranza di incontrare qualcuno che avrebbe raccolto la sua parola per restituirla accresciuta di altre parole, anche sconosciute, dovette rimanere sempre delusa. Nessuno le si rivolse mai direttamente e pochi ricambiarono il suo saluto. Prigioniera di quei silenzi, Margherita intesseva , nella sua casa, fili di discorsi articolati, arricchiti da tanti che pensi? e come stai?  e da improbabili che ne pensi?  e vieni  da me!
Tuttavia attendeva sempre con un filo di speranza. Un giorno  o l’altro, si diceva, avrò un’amica anche qui. E ogni mattina provava ad uscire: per le strade cittadine incrociava sguardi, ma solo di uomini che sembravano bambini nella loro piccola statura e quasi timorosi e tuttavia sfacciati ché lei i loro sguardi li sentiva sulla pelle appena l’incontro dei corpi lasciava la mano all’assenza.
   Decise che il silenzio della sua casa, privo di voci, quando il marito   non c’era, dovesse diventare sonoro. E allora iniziò  a cantare le nenie della sua fanciullezza con la voce di sua madre che gliele suggeriva sottotono alle  orecchie.
   E si faceva compagnia  così. E dal silenzio della casa, la sua voce traboccava fuori, nei marciapiedi e nella strada, e lei cantava e cantava e le vicine non si affacciavano mai neppure per dire buongiorno.
 “Itta si boli nai custa strangia?". [1] sentì per caso dire ad una vicina una di quelle mattine della sua solitudine, in cui la disperazione l’aveva afferrata più forte e l’aveva gettata fuori dalla porta. Quella domanda non era per lei ma riguardava lei senza coinvolgerla. Aveva però ben capito, ché, nei silenzi che l’avvolgevano, qualche frase riusciva a coglierla con l’angoscia di farla anche sua ma senza riuscirci: quella lingua era stata a lungo per lei come pioggia di diversa acqua  di un altro pianeta. Anche senza confronto, però,  la ripetizione dei suoni le aveva portato infine anche i significati. Ma .non osava rispondere per paura. Sapeva di essere una strangia[2],  come sentiva vagamente che la chiamavano tra loro le donne del vicinato, ammiccando con il mento e lo sguardo verso di lei. Imparò così ad ascoltare. E quando Bonaria, la sua vicina piccola e magra, un giorno  la vide passare per caso, Margherita ripagò il suo sguardo con un grande sorriso. Bonaria non parlò né sorrise, ma le offrì un piccolo pane con la crosta dura e tagliuzzata a cresta di gallo: “Coccoeddu si zerriara, Margherita, coccoeddu".[3]

Da: Racconti dalla Sardegna- Historica Edizioni, 2019




[1] Cosa vuole dire questa straniera?
[2] Una straniera
[3] “Coccoeddu ( pane a pasta dura) si chiama, Margherita, coccoeddu”.

venerdì 29 marzo 2019

Quando lo stato pensa davvero al benessere dei cittadini

   

   Come molti di noi, nell'estate del 2015 ho scelto di trascorrere le mie vacanze a Vienna. Ho incontrato moltissimi connazionali che hanno avuto la mia stessa idea. Diciamo pure che un buon ottanta per cento dei turisti in giro per la città erano, come me, italiani. 
  Le motivazioni della mia scelta erano determinate dalla mia curiosità, tutta letteraria, di ritrovare l'atmosfera di finis Austriae che così bene gli intellettuali del primo novecento hanno tratteggiato. Volevo ritrovare quell'atmosfera degli scritti di Musil, dei romanzi di Joseph Roth, visitare la cripta dei Cappuccini, andare alla ricerca del paesaggio urbano struggente  di quel mondo trascorso  ma non sopito. 

   
Insomma, come sempre faccio in questi miei viaggi per l'Europa, sono andata alla ricerca di un'atmosfera.
  Ma c'è sempre uno scarto tra l'intenzione della ricerca e il risultato, ma per alcuni versi il mio obiettivo non è andato del tutto disatteso. Quel sentimento di languida malinconia, per le strade di Vienna, c'è ancora, specie se ci si allontana dal centro battuto a tappeto dalle orde ormai inarrestabili del turismo di massa. Per esempio in alcuni quartieri a ridosso della Ringstrasse, un po' defilati ma tuttavia ancora centrali. O ancora verso le periferie urbane della Rathaus, o, meglio ancora, nella Berggasse famosa per essere stata la via in cui Freud aveva scelto di abitare e di installare il suo studio medico, in un appartamento al primo piano del numero 19,  dove condusse i suoi studi sulla psicoanalisi. O ancora a ridosso del Parkgasse dove ancora esiste la casa che Wittengenstein fece costruire per la sorella, attualmente sede di un centro culturale bulgaro.

   
   Questi sono quartieri , se vogliamo, un po' più periferici rispetto al centro, ma il rispetto per le geometrie urbane, per il decoro della città, per la vivibilità delle aree cittadine, è rigoroso ed è un preciso obiettivo che la municipalità persegue quotidianamente, sia con l'attenzione all'ambiente che alla percorribilità delle strade e, quindi, alla frequentabità delle stesse periferie da parte di tutti i cittadini, turisti compresi.
 Perché non tutti i turisti hanno gli stessi gusti: ce ne sono di quelli che , quando visitano una città, sono interessati non solo ai monumenti più importanti e famosi ( e pubblicizzati), ma anche a quelle zone che hanno un "significato culturale" alto.

  
   Lo stesso non si può dire per le nostre città italiane, peraltro bellissime, ma la cui valorizzazione si ferma esclusivamente alle zone centrali. Per cui, allontanandosi dal centro, il turista o anche chiunque visiti la città, ha la sensazione nettissima di passare dal paradiso all'inferno: spesso si ritrova strade mal asfaltate, sporche e non raggiungibili facilmente con i mezzi pubblici.
  Ora io credo che l'Italia non abbia nulla da invidiare ad altre città europee ché anzi le sue bellezze superano di gran lunga, anche solo per il numero, quelle di molte altre città europee.
   Ma se non le sappiamo valorizzare al meglio, come pretendiamo poi di competere in una delle attività economiche più significative del nostro tempo, cioè il turismo?

mercoledì 13 marzo 2019

Fermata al 58


di Salvatore Pinna

Aipsa edizioni, Roma 2018

Bel racconto in prima persona , attraverso gli occhi di un bambino , del pullulare di vite intorno al Castello, quartiere principale e più antico di Cagliari, in un arco temporale che va, orientativamente, dal ‘48 al ’58 del novecento, gli anni importantissimi  della ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale fino alla elezione al pontificato di Giovanni XXIII. Questa elezione è ritenuta, sempre dall’autore, uno spartiacque che conclude un’epoca, quella della sua fanciullezza e adolescenza vissuta nell’innocenza e nel tepore di un quartiere fortemente connotato e connotativo.
   Non si tratta dello sviluppo di una storia: il libro narra, in 57 capitoli più l’epilogo, tante piccole storie, quelle dei bambini che nascono e crescono in una comunità separata  geograficamente dal resto della città sia dalla posizione – la rocca in cui sorge il quartiere denominato Castello e chiamato “acropoli” dall’autore - sia dall’appartenenza sociale – piccola comunità fortemente stratificata in miseri - i baraccati all’interno delle rovine dell’ex questura, di cui si parla solo tangenzialmente per sottolinearne la non appartenenza-, i poveri, i piccolissimi borghesi e i benestanti.
   Tutto questo mondo è visto e descritto attraverso gli occhi del bambino protagonista e io narrante, che non si nomina mai ma che, invece, nomina per nome, cognome e talvolta soprannome, tutti i compagni e gli adulti.
   Il protagonista descrive le avventure, tra gioco, studio ed esperienze d’infanzia, di tutti i suoi coetanei, con i quali viene a contatto, e dei loro genitori, ma solo quando le  storie di quest’ultimi intervengono a collimare con le avventure dei piccoli. Sullo sfondo La Storia che , in questo caso, coincide con le narrazioni delle attività dell’associazione parrocchiale di S. Saturnino, collante principale che tiene insieme tutti i ragazzini conferendo loro una formazione religiosa secondo i canoni dell’epoca, nella quale essi si identificano. L’azione cattolica e il circolo S. Saturnino ad essa collegato sono le uniche istituzioni che offrono loro la possibilità di condividere un tempo ben organizzato, ad opera dei preti, per i  giochi (le partite di calcio) e la formazione culturale (le proiezioni nel cinema parrocchiale).
   Il punto di vista  si mantiene costante lungo tutta la narrazione e il registro linguistico adoperato  varia col variare dell’età del protagonista.
   Mi è sembrato molto ben costruita la rappresentazione di questa vita in verticale attraverso le vie di Castello che si snodano tortuose e strette contornando  la quotidianità dei loro abitanti.
   La narrazione ha l’andamento della descrizione di tranches de vie che non va a sfociare, universalizzandone i contenuti, in un respiro più ampio. I capitoli si aprono e chiudono come delle scenografie in cui avvengono i fatti circoscritti alle sensazioni derivate dalle esperienze fanciullesche, anche se aleggiano, per tutte le pagine, apprezzabile freschezza e levità che ben si sposano con il narrato. Le parole accompagnano con precisione i gesti e le imprese dei bambini  e degli adolescenti e ne risaltano bene i contorni. Però il lettore è come uno spettatore che vede attraversare davanti a sé, su uno schermo, le scene che divertono e alimentano la sua curiosità e l’intrattengono piacevolmente, ma non lo coinvolgono intimamente.
   Solo in alcuni punti la cronaca lascia la mano a momenti di godimento letterario, come ad es. nel momento in cui l’autore, identificandosi col narratore, narra al presente e attraverso una consapevolezza matura, i pensieri del bambino di allora incapace ancora di tradurre in riflessione consapevole l’esperienza  del confronto con altri bambini e  del valore della tradizione.
   Quanto significato e quanta valenza questa assuma negli accadimenti della vita sono espressi nel pensiero  dell’io narrante adulto: nella raggiunta consapevolezza, egli si accorge che  tali accadimenti non sono del tutto casuali ma  la casualità che riveste le cose si dà attraverso una forma definita dall’ambiente di provenienza familiare. Il quale, se non si radica in una tradizione, appunto, non riesce a fornire elementi di riferimento sicuri:


 “Io sapevo che non solo non avevo la memoria della tradizione, ma avevo perso anche quella che, nel bene e nel male, mi avrebbe restituito un po’ di me stesso. Se mio padre avesse continuato a fare il contadino povero senza terra mi avrebbe potuto trasmettere di essere un contadino povero e senza terra. Avrei saputo zappare, seminare, innestare e parlare il sardo. Anche questa è una tradizione”.

   Un altro elemento significativo del libro mi pare si debba ricercare nell’assenza di rilevanti presenze femminili. Anche la descrizione delle prime innocenti esperienze della sessualità, rendono bene  il gusto della scoperta ma il punto di vista è sempre e solo quello maschile,  dei bambini, appunto.
   Mancano del tutto i padri: i padri non esistono se non come riferimenti negativi o insignificanti.    Queste assenze si possono ben interpretare come incapacità di quegli uomini di intraprendere un rapporto con i ragazzi e mantenerlo. Sono esistenze volatili o pesanti e destabilizzanti ( il caso del padre di Marteddu).
  A fronte di queste assenze ci sono , viceversa, delle presenze ben marcate, i preti, che necessariamente assolvono al compito negato dai padri.
   Le madri, sono meglio connotate, ma di sfuggita. Tanto che l’autore ricorre ad un espediente narrativo in cui direttamente la madre del protagonista si racconta e racconta il suo punto di vista, sull’ambiente familiare e sulla dolorosa esperienza della perdita di un figlio. Questa presenza narrativa che appare in “camei” che costellano, a tratti, la narrazione, hanno, secondo me, la funzione di introdurre uno sguardo diverso, quello femminile.
   Peccato, perché queste pagine non sembrano intrecciarsi profondamente col resto delle narrazioni, e rimangono  come “voce” isolata che non commenta ma racconta solo di sé.
  
Il libro di Salvatore Pinna ha, nel suo complesso,  una grande valenza locale: quella di avere raccontato il territorio di quella  parte  importante della città di Cagliari che va a consistere nel Casteddu e’ susu  colto nel periodo di passaggio da una ricostruzione cogente con pochi margini di meta cognizione, alla consapevolezza di una nuova società il cui inizio  è dato, come significato dal titolo, Fermata al cinquattotto, lo stesso anno in cui si interrompe per sempre l’innocenza dei ragazzi di Castello e si chiude definitivamente un’epoca che non avrà più legami col nuovo mondo , quello delineato dal nuovo corso di cose  del circolo di San Saturnino conquistato da più scafati e politicizzati uomini organici al potere.


Maria Rosa Giannalia

martedì 29 gennaio 2019

Jan Mac Ewan: Chesil beach trad. di Susanna Basso. Ed. Einaudi, 2007




Recensione di Maria Rosa Giannalia 

Erano giovani, freschi di studi, e tutti e due ancora vergini in quella loro prima notte di nozze, nonché figli di un tempo in cui affrontare a voce problemi sessuali risultava semplicemente impossibile. Anche se facile non lo è mai”.

Inizia così il libro di Mc Ewan e in questo incipit mi pare sia riassunto molto bene lo spirito della narrazione e l’argomento che l’autore svilupperà. Una sorta di proemio che è informazione per i lettori rispetto a ciò che dovranno attendersi da questo romanzo.
La storia dei due protagonisti Edward e Florence, giovanissimi e colti, di buona famiglia lei, di famiglia  più povera e meno organica al contesto sociale borghese lui, lascerebbe supporre uno sviluppo narrativo giocato sul rapporto di coppia e sugli intrecci di una vita coniugale all’interno di quella stessa società inglese  che tanto innovativa è stata per tutta la generazione a cavallo dei due decenni degli anni sessanta e settanta del novecento.
In realtà il focus narrativo è proprio  su quanto viene esplicitato al lettore nell’incipit: la prima notte di nozze.
Due freschissimi sposi, Florence ed Edward, vanno a questo appuntamento assolutamente impreparati tecnicamente e psicologicamente, poco avvertiti anche nella capacità di autoanalisi in relazione all’avvenimento che càpita loro e loro malgrado.
Basta una semplice eiaculatio precox del giovane sposo, giusto al primo incontro sessuale durante i preliminari amorosi della loro prima notte, a fare esplodere tutto l’apparato matrimoniale , le attese, i progetti di vita e di lavoro posti in essere dai due giovani attraverso la lunga e meticolosa preparazione delle nozze con il corollario di presentazioni delle reciproche famiglie assai squilibrate sia per status sociale che per cultura e per tipologia di rapporto interparentale.
La famiglia di Florence sembra essere solida ed estremamente borghese, fondata su certezze  consolidate dall’appartenza generazionale dei genitori della giovane che non hanno dubbi riguardo a cosa sia veramente importante nella vita. Dall’altra parte, invece, c’è la famiglia dello sposo, completamente priva di certezze e ri-costruita su una cogente necessità: la malattia mentale della madre, che risulta essere eversiva rispetto ad ogni logica borghese di strutturazione della famiglia e dei rapporti parentali.
In questa situazione di partenza i due giovani sposi si collocano ciascuno con le sue proprie aspettative legittime che però, a causa di quel primo ed unico approccio sessuale, non avranno alcun seguito nella loro storia di coppia. Nello sfondo, una società, quella inglese, già avviata, da una parte,   verso il cambiamento epocale che non la vedrà mai più protagonista indiscussa di quell’impero coloniale che , per secoli, l’ha collocata al centro della storia del mondo, e dall’altra verso lo smantellamento dei valori forti che hanno connotato , ugualmente per secoli, quella stessa borghesia che era riuscita ad esportare nel resto del mondo persino i comportamenti interpersonali  sociali e familiari. La deflagrazione della rivoluzione sessuale degli anni sessanta, partita proprio da quella stessa società così avvitata sulla propria pruderie, fa implodere tutto il sistema su cui si era saldato e solidificato l’impero.
In questa ottica il fatto alla base del libro di Mc  Ewan, che  costituisce il dispositivo drammatico di tutta la narrazione - vale a dire l’incapacità dei due giovani di affrontare il primo loro rapporto sessuale -,   si sposta dall’essere un semplice avvenimento casuale e secondario, in fondo abbastanza frequente nella storia dei rapporti di coppia, a diventare un più ampio e importante  “fatto epocale” che porta alla luce l’incongruenza della società borghese dell’Inghilterra di fronte al cambiamento della storia. Cambiamento che non è determinato, in questo caso,  da macro-avvenimenti come  catastrofi, guerre o i conflitti economici tra stati, ma, più semplicemente,dalla trasformazione lenta ma inesorabile della mentalità sociale  capace, però, di stravolgere abitudini, comportamenti e con essi, le strutture sociali. Ecco che, quindi, la sessualità, quella sessualità descritta nel romanzo, non più episodica e acquiescente prestazione della donna nei confronti del proprio marito, ma non ancora fatto di matura e consapevole  volizione, finisce con l’essere eversiva, sintomo e causa ad un tempo della destabilizzazione delle strutture sociali.
Per questi motivi il romanzo di Mc Ewan mi è sembrato molto funzionale  ad esprimere lo sgomento di un’intera generazione , quella tra gli anni sessanta e settanta, di fronte al cambiamento epocale dei valori sociali. La narrazione si avvale di un linguaggio semplice, fluido, chiaro che supporta l’architettura del romanzo stesso, molto congruente con il narrato, precisa e senza sbavature stilistiche.


Donatella Di Pietrantonio: L’arminuta-Einaudi editore 2017





di Maria Rosa Giannalia

Si tratta di un romanzo che già dal titolo di testo rivela la situazione della protagonista: l’arminuta, cioè la “ritornata” che tale rimarrà per tutto il romanzo: il lettore non conoscerà il suo nome ma solo il suo ruolo dentro la situazione narrata.
L’autrice tratteggia il dramma di un’adolescente che, dopo essere stata adottata in modo informale da una zia acquisita, come si usava nel passato  della storia italiana, viene restituita alla famiglia di provenienza a causa di un ripensamento cialtronesco da parte di questa succitata madre adottiva di nome Adalgisa.
In realtà il dramma della ragazzina costretta a passare da una vita borghese con tutti i crismi di una buona educazione e di un’attenta cura da parte della famiglia adottiva, ad una realtà poverissima e deprivata culturalmente ed anche umanamente alla quale  spesso la povertà costringe, si trasforma via via in qualcos’altro che infine stupisce per le conseguenze positive dell’amore.
Di quale amore si tratti , l’autrice ce lo svela pian piano congiuntamente al ritmo narrativo del suo romanzo: la giovanissima “arminuta” viene restituita ad una realtà che, anche se mancante di tutto, possiede la forza del sentimento più sublime dell’amore: quello disinteressato della sorellina Adriana. Grazie a lei la protagonista riscatterà il suo ruolo di “oggetto di scambio” tra due madri fasulle  e accetterà di vivere la sua nuova vita fatta di autenticità , alla quale appunto viene restituita.
Io ho letto in questa chiave la “restituzione” di questa ragazzina, dapprima sconvolta e coinvolta con danno personale da avvenimenti che non capisce, per diventare via via capace di acquisire autonomia sentimentale.
Il libro è costruito attraverso una scrittura che alterna espressioni dialettali e registro colloquiale, per passare al registro medio, quando l’autrice, nei passi descrittivi e più precisamente narrativi, riesce a rivolgersi alla generalità dei suoi lettori.
Nel suo insieme questo romanzo presenta tutte le caratteristiche della dignità narrativa contemporanea senza però avere la presunzione di collocarsi nella sfera del “letterario”.
Personalmente l’ho trovato molto dignitoso nel mantenere ciò che promette fin dall’incipit.



lunedì 19 novembre 2018





Raccontare e raccontarsi: laboratorio di scrittura creativa

Docente: Maria Rosa Giannalia


In questo laboratorio, chiunque abbia la voglia di scrivere di se stesso o strutturare un racconto breve, potrà imparare a farlo.
Il laboratorio è destinato a tutti coloro che hanno sempre desiderato misurarsi con questa forma espressiva per comunicare agli altri il proprio immaginario e dare forma ai propri desideri del raccontare a parole.

Il laboratorio si articola in 12 incontri di due ore ciascuno in un orario comodo anche per chi lavora: dalle 18.00 alle 20.00, all’interno degli accoglienti locali dell’associazione Maestr’ale di Cagliari in via Sonnino n. 65, che già da diverso tempo ci ospita.
Il calendario si può visualizzare qui di seguito.

Cosa intendiamo quando parliamo di scrittura creativa?

Definire precisamente cosa si intende con l’espressione “scrittura creativa” non è semplice. Possiamo qui orientativamente dire che la scrittura creativa è una particolare forma di scrittura che ha come scopo l’invenzione delle immagini per parole, destinata ad un pubblico di lettori che possano fruirne per diletto personale.
Nel corso del nostro laboratorio impareremo a strutturare , progettare e scrivere la nostra autobiografia a partire da un oggetto evocativo della nostra infanzia o adolescenza, oppure da una fotografia. Partendo da questi oggetti inizieremo a rievocare, immaginare e sistemare letterariamente i nostri ricordi per renderli fruibili e interessanti per i lettori.
Impareremo anche a strutturare , progettare e scrivere un racconto attraverso la teoria e la prassi della scrittura letteraria.
Il laboratorio è suddiviso in tre momenti sequenziali ed integrati tra loro, corrispondenti alla durata di tre mesi.


Primo momento:

Inventare

Durante il primo mese tratteremo dell’invenzione di una storia: anche quando desideriamo raccontare fatti realmente accaduti, il racconto esige una trasformazione letteraria: trasferire i fatti di cui si fa esperienza in una forma che possa accattivare il lettore e inchiodarlo alla lettura dalla prima all’ultima parola. Questa possibilità ci è data proprio dalla scrittura letteraria che non è una scrittura per informare né per comunicare notizie e fatti accaduti, ma per emozionare e coinvolgere sentimentalmente il lettore e suscitarne l’empatia. In un racconto si inventano: il paesaggio, l’ambiente , i personaggi, gli avvenimenti, la trama.


Secondo momento:

Disporre

La disposizione di tutti gli elementi succitati assume un’importanza grandissima nella costruzione di un testo. Chi scrive deve decidere sulla forma da dare al racconto: quali avvenimenti presentare prima e quali dopo, in quali tempi collocare i personaggi e come intrecciarne le relazioni, quali espedienti di trama utilizzare ( colpo di scena, agnizione dell’identità di uno o più personaggi, flashback…).


Terzo momento:

Quale stile adoperare

La scelta dello stile dipende non solo da ciò che si vuole comunicare ma da come lo si vuol comunicare. Scegliere le parole, il registro linguistico, la punteggiatura, dà l’opportunità di rendere interessante il testo per il lettore, di coinvolgerlo intimamente nella narrazione sollecitandone l’identificazione con i personaggi e con la storia. Gli elementi di stile si avvalgono della retorica, vale a dire delle forme del comunicare, la cui efficacia è riscontrabile fin dai primordi della letteratura e di cui gli scrittori classici  sono i maestri. Per questo motivo, durante tutta la durata del laboratorio, prenderemo in esame dei testi esemplari tratti dalle opere dei più grandi maestri classici e moderni per analizzare le tecniche e , possibilmente, imparare da loro.


  
Calendario degli incontri


Mercoledì 30 gennaio    2019
Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari
Mercoledì 6 febbraio     2019

Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari
Mercoledì 13 febbraio   2019

Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari
Mercoledì 20 febbraio   2019

Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari
Mercoledì 27 febbraio   2019

Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari
Mercoledì 6 marzo        2019

Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari
Mercoledì 13 marzo      2019

Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari
Mercoledì 20 marzo      2019

Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari
Mercoledì 27 marzo      2019

Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari
Mercoledì 3 aprile         2019

Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari
Mercoledì  10 aprile      2019
Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari
Mercoledì 17 aprile       2019
Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari




I partecipanti saranno seguiti, per tutta la durata del corso, dalla docente che curerà la comunicazione e l’interazione  online attraverso la creazione di una mailinglist, una chat dedicata e un gruppo chiuso in facebook.


Dove ?

Il corso avrà luogo presso i locali dell’associazione  Maestr’Ale in via Sonnino n. 65 a Cagliari


Quanto costa?

Il corso ha un costo di soli 90 euro complessivi che copriranno, a titolo di contributo liberale alle spese, i costi dell’ attivazione e della gestione on-line. La cifra indicata si verserà in un’unica soluzione anticipata all’atto dell’iscrizione.

Per informazioni rivolgersi telefonicamente al n. 3493235986
oppure scrivere al seguente indirizzo di p.e. maria.giannalia@tiscali.it