domenica 24 aprile 2022

Cinque stagioni di Abraham Yeoshua

 


 Recensione di Maria Rosa Giannalia

 


   Ad Haifa, città dello stato di Israele, nello sfondo del conflitto latente con la Palestina, in un sottofondo di guerra con alterne vicende , con odi mai sopiti, con recriminazioni dovute alle diversità di abitudini religiose e sociali, Abraham Yeoshua intesse una storia di gente comune, attraverso la vicenda del protagonista, Molcho, impiegato statale, ebreo osservante, ligio agli insegnamenti della sua religione e della sua famiglia. Questi si trova ad affrontare un periodo molto doloroso della sua vita a causa della malattia mortale della moglie, della responsabilità dell’assistenza che a questa deve, alla responsabilità che  dovrà assumersi nell’accudimento del figlio minorenne e del rapporto con gli altri due figli maggiorenni uno dei quali ancora convivente.

   Dopo la morte della moglie che si dà tutta nell’incipit del romanzo, Molcho si ritrova vedovo, ancora relativamente giovane ( ha cinquantatrè anni), alle prese con una società che lo vorrebbe sposato con una seconda moglie dopo un giusto periodo di lutto, osservante delle pratiche rispettose della tradizione nella conduzione della famiglia, ligio al rapporto con la suocera - che non ha mai mancato di assicurare la sua presenza durante la malattia della figlia, assumendosi la propria parte di responsabilità nella gestione della famiglia, nipoti compresi - e infine affettuoso e devoto figlio di una madre esigente e un po’ tirannica che vive a Gerusalemme e che  reclama le attenzioni verso la sua persona.

   Molcho è un uomo mite, vissuto sempre all’ombra della moglie che si intravede qui e là nel testo essere stata la conduttrice più ferma del ménage coniugale  con la sua determinazione teutonica, essendo di origine tedesca e informata alla cultura mitteleuropea piuttosto che a quella introspettiva e analitica tipicamente ebraica.

    Dopo il periodo prescritto per il lutto, Molcho conosce diverse donne: la prima della serie, una collega del suo stesso ufficio ma di grado superiore al suo, la seconda, la moglie di un cugino ebreo ortodosso privo di discendenza che per questo è pronto a divorziare e a “cedere “ a lui la sua stessa moglie, e infine una ragazza ebrea russa, figlia di un’amica della suocera che si rifiuta di vivere in Israele e vuole caparbiamente tornare a vivere nella Russia ex sovietica. C’è un’altra figura femminile, la più improbabile nella vita di Molcho , ma anche la più perturbante, la figlia appena adolescente di un indiano che il protagonista incontra per caso nel corso di un viaggio di lavoro cui era stato costretto dal proprio direttore  d’ufficio.

     Ognuna di queste figure rappresenta nella vita di Molcho un itinerario differente e un’occasione di conoscenza e di riflessione su di sé.

      Ricondotta a questi elementi la trama si presenta alquanto scarna ed essenziale, ma il modo con cui l’autore intreccia le vicende minimali di questi personaggi conferisce alla narrazione  ritmo e  notevole spessore letterario.

      Si può quasi dire che questo romanzo abbia un andamento emotivo più che narrativo, poiché la narrazione procede attraverso la focalizzazione dei diversi episodi che vedono Molcho impegnato nel rapporto con queste differenti donne.

      Dalla vita fatta di routine con i suoi movimenti e le sue pause che il protagonista ha condotto con la moglie , intersecata dalla presenza costante della suocera che ammira e rispetta e il cui ruolo non contesta mai all’interno della sua famiglia, Molcho passa al rapporto con la collega, donna volitiva e prescrittiva che per una fatalità di quelle imprevedibili, durante un viaggio in Germania est dove insieme si erano recati per una breve vacanza, sarà costretta  a “subire” la presenza di Molcho in veste di uomo accudente anziché di amante focoso quale lei se l’era immaginato o forse aveva sperato che fosse.

   Con Yah’ra , moglie del cugino ebreo ortodosso, Molcho ha l’opportunità di vivere un po’ di giorni insieme , quasi una prova prematrimoniale che avrebbe potuto preludere ( almeno nella mente del cugino) ad un secondo matrimonio. Questo rapporto iniziale è però confuso e intermittente: Molcho trova diverse caratteristiche sgradevoli nella donna, e, dopo averla passata al setaccio della sua analisi, capisce di non avere alcun interesse reale per lei. Il tutto mentre il marito continua a telefonare per informarsi dell’andamento della prova o , forse, perché inconsciamente legato ancora alla donna dalla quale realmente non vuole divorziare.

    Il rapporto che Molcho intesse con l’ultima delle tre donne, la più giovane, una ragazza non ancora ventenne che lui ha acconsentito, spesato di tutto, di riaccompagnare in Europa da dove la ragazza tornerà in Russia, è il più destabilizzante per il lettore: non si capisce se lui abbia acconsentito per rendere un favore alla suocera o per fare un viaggio gratuito o perché in fondo interessato anche alla compagnia della ragazza stessa. Lo stesso protagonista non lo sa, avverte dei sentimenti confusi ma non li analizza, la ragazza gli sfugge e lui disattende lo scopo di quel viaggio.

     La confusione dei sentimenti è cadenzata da una caratteristica concreta di Molcho: il suo rapporto con il denaro. Non è un uomo avido, sicuramente, ma possiede una parsimonia maniacale che tarpa ogni manifestazione di affettività e, in certo modo, lo possiede .

     Ma l’ultima figura femminile credo sia per Molcho quella maggiormente perturbante ma nello stesso tempo anche necessaria per la sua comprensione dell’universo femminile: una ragazzina dodicenne, innocente, priva quasi di caratteristiche femminili, che turba il suo equilibrio sentimentale. L’attrazione sconveniente che Molcho, uomo maturo, prova, lo costringe a fare finalmente i conti con la sua psiche e con la sua anima e a condurre una specie di autoanalisi che , infine, lo porterà alla comprensione di sé.

    La narrazione di Yeoshua che ha un ritmo lento, un registro medio, un lessico ordinario, sottolinea e quasi accompagna l’itinerario morale  del protagonista in una sorta di educazione sentimentale che quest’ultimo non è stato in grado, nonostante la maturità e l’esperienza accumulata nel corso della sua vita , di raggiungere pienamente.

       Il ritmo che l’autore sceglie per questa scrittura sembra accompagnare questa evoluzione lenta ma compiuta. Il fatto, ad esempio, di avere dato alla narrazione uno sviluppo cronologico che parte proprio dalla morte della moglie, dà la possibilità all’autore di sviluppare questo tipo di itinerario verso l’affrancamento dai condizionamenti sociali del contesto ebraico e dalla tirannia del femminile, così presente e incalzante nella vita del protagonista da renderlo totalmente succube delle scelte altrui e incapace di determinare volitivamente  il suo modo di essere.

       I flash-back sparsi nella narrazione danno la possibilità all’autore di rappresentare compiutamente anche gli altri personaggi che si connotano principalmente nella relazione con il protagonista.

      Veramente interessante l’uso del lessico quotidiano e familiare attraverso il quale Yeoshua dipinge la vita del protagonista nel contesto, che è sempre sullo sfondo e molto defilato, della realtà di Israele tra guerra continua e voglia di normalità.

 

Maria Rosa

giovedì 21 aprile 2022

CRISTIAN T. di Gianni Usai.

                                                   la foto è presa da qui


Recensione di Ornella Pani


Cristian T. è un uomo normale a tutti gli effetti: ha un lavoro sicuro, una moglie e un figlio.

Finché un giorno si sveglia in una realtà in cui lui è la stessa persona, ma la sua vita è diversa; è sposato con un'altra donna, non ha figli, e ha realizzato il sogno di diventare uno scrittore di successo.

Ma chi è il vero Cristian T. e cosa sta succedendo?

 

In questo romanzo si possono trovare diversi richiami alla cosiddetta "letteratura del doppio", perchè la domamda che pone è antica: come comporre il conflitto di ogni uomo con il proprio alter ego, con la propria ombra.

Dr.Jekyll e Dorian Gray la rinnegano, tentano di separarla da se stessi e di distruggerla, con gli esiti nefandi che conosciamo. Anche Cristian T. tenta di comporre l'antico conflitto, ma la sua risposta è diversa, per due ordini di rgioni: la prima è che il protagonista non sembra poi così sicuro di quale sia la parte migliore di sé, quella che vorrebbe salvare.

La seconda ragione è che, nel caso di Cristian T., le cose sono molto più semplici di come sembra. Ed è questa, a mio avviso, la forza del romanzo: il lettore è portato a lavorare con l'immaginazione, mentre la verità è sotto i suoi occhi.

 

 

 

lunedì 29 novembre 2021

Sulle tracce della memoria

Non è detto che il viaggiatore curioso ed esperto non voglia tornare allo stesso luogo in cui è nato. Il viaggiatore sa sempre tornare sugli stessi luoghi e non trovarli mai uguali: è lo sguardo che cambia. Lui lo sa. Ma questa consapevolezza non lo sottrae alle seduzioni della memoria. E quindi ritorna illudendosi di ritrovare quelle immagini che la memoria gli ha restituito negli anni, nei decenni passati. Capita così che, da viaggiatrice, mi faccio allettare dalla possibilità di visitare alcuni luoghi che un tempo mi passavano sotto gli occhi e senza che li vedessi veramente. Occhiate distratte o forse sguardi usuali che appiattiscono, nella quotidianità, tutte le differenze. Ho rivisto così una strada , la via Bandiera, dove con mia madre andavamo a comprare le scarpe da Patania, ottime scarpe a prezzi imbattibili o ancora pezzi di stoffa per farci vestiti, gonne tutte a mano e con l’aiuto della Singer. A volte confezionati da mia madre stessa o dalle sartine che in paese abbondavano. Stamattina non c’era più nulla di tutto questo. Una folla variopinta di pakistani, indiani, cinesi, nordafricani con teorie di bancarelle a conferma della multietnicità di questa città mediterranea a vocazione da sempre orientale e multiculturale. I palermitani invece se ne sono andati o si aggirano, pochi, in veste di turisti come me, o accompagnatori di amici. E gli altri che invece sono rimasti sono quelli che si arricchiscono, che mangiano e speculano - perchè non possono fare altro che questo - sulla città che muore, priva di servizi efficienti, priva di strutture pubbliche degne di questo nome, prive anche di gentilezza, avendo perduto per strada l’antica grazia popolana che produceva empatia nei confronti di chiunque. La città è diventata altra cosa e nella trasformazione subita ha cambiato le forme gentili a favore di un’asperità che le era, un tempo, estranea. E così capita che anche l’antica focacceria San Francesco a ridosso dell’omonima chiesa, è preda di una massa di turisti vocianti che premono per sedersi nei tavolini sparsi nell’intera piazza davanti alla chiesa e che fanno a coltellati per accaparrarsi un posto, sicuramente allettati dalla pubblicità di quella che un tempo era modesta trattoria per viandanti dove, adesso, la stessa focaccia di ricotta schietta , come erroneamente tradotta nel menù, non ha più nulla della bontà di un tempo quando calda e fumante veniva servita a poco prezzo ai viaggiatori. La vastedda che servono ai tavoli è diventato un panino qualunque, freddo, dove la farcitura di schietto non ha più nulla solo il nome sbagliato nella necessità della traduzione . In realtà la stessa focaccia da schìetta qual era ( cioè ragazza nubile) è diventata solo schìetta arraggiatizza. Nel sapore e nel prezzo: la stessa raggia dei palermitani.

venerdì 20 agosto 2021

Blu di Giorgia Tribuiani - Fazi editore 2021

Recensione di Maria Rosa Giannalia
Ho appena finito di leggere “Blu” romanzo di Giorgia Tribuiani. Fazi editore 2021 E’ la storia del disagio adolescenziale di Ginevra, chiamata Blu in famiglia fin dall’infanzia, nome in cui i genitori riconoscono la parte buona della protagonista bambina contrapposta alla parte cattiva che, viceversa, è tutta di Ginevra. Questo sdoppiamento di personalità dura nel tempo segnando la personalità della diciassettenne di sensi di colpa e di ossessioni dei quali si libererà con grande dolore solo attraverso un percorso difficile. L’autrice narra con una modalità incredibilmente coinvolgente attraverso un tu narrante che investe il lettore fin dalle prime pagine catapultandolo nelle diverse e lancinanti ossessioni di Blu. In effetti parlare di narrazione non è del tutto appropriato: si tratta piuttosto di una vera e propria rappresentazione del disagio, fin dall’incipit, con tutta la miriade di pensieri, stati d’animo, azioni, dialoghi, oggetti, sapori, odori che Ginevra-Blu prova in ogni istante. La scrittura di Giorgia Tribuiani affilatissima, penetra all’interno della psiche della protagonista e ce la mostra in tutto il suo dramma nell’impossibilità dell’interazione con amici e familiari ma anche nella comunicazione con la performer Dora Leoni , artista della cui arte insieme alla persona la ragazzina si innamora ma dalla quale riceve un ennesimo rifiuto insieme però alla consapevolezza del suo futuro percorso. La Blu, amata dai genitori con corrisponde alla Ginevra che assomma in sé tutte le frustrazioni che alimentano il suo enorme malessere, malessere che va a consistere in azioni inconsulte di cui solo lei e noi lettori , attraverso la particolare scrittura dell’autrice, conosciamo le profonde motivazioni. Questa particolarissima scrittura molto innovativa che passa dal tu all’io narrante, caleidoscopica, emotiva, fàtica e interrogativa, consente al lettore di penetrare il mondo del disagio e lo colloca all’interno di una montagna russa fatta di parole che lo sollevano, lo avvolgono in spirali e labirinti, lo precipitano, lo risollevano dentro il vulcano emotivo di Ginevra-Blu dal quale lui, il lettore, uscirà solo alla fine insieme alla stessa protagonista. La stessa sintassi spezzata, ritmica, segue il filo dei pensieri e si storce alla comunicazione delle emozioni. Il flusso di coscienza si mescola con il dialogo, con il discorso indiretto libero, in una commistione di registri che mescola il parlato alle riflessioni in un continuum senza soluzione né pause. La scrittura ibridizzata dell’autrice accoglie tutta la tradizione novecentesca rivisitata in chiave di terzo millennio, con le sospensioni, la punteggiatura , il parlato, a tratti, anche del fumetto. Giorgia Tribuiani ha scritto un romanzo di formazione di cui anche il lettore diventa parte attiva potendo osservare dall’interno il difficile cammino di un’adolescente verso la conquista della libertà e dell’autonomia e soprattutto della consapevolezza.

giovedì 8 luglio 2021

Cambiare l'acqua ai fiori di Valérie Perrin ed. e/o, 2020

 

 

 

 


 

 Recensione di Maria Rosa Giannalia

 

Questo romanzo di Vàlerie Perrin ha avuto uno straordinario successo di pubblico e di vendite. Questo grande successo mi ha incuriosito poiché, dopo la lettura che ne ho fatto, il romanzo non mi aveva per niente entusiasmato. Pertanto, ho voluto capire  come mai solo io non fossi stata particolarmente attratta da “Cambiare l’acqua ai fiori”. L’ho riletto una seconda volta, magari, ho pensato, la lettura frettolosa che ne avevo fatto, mi aveva impedito di apprezzarne l’impianto generale. Così, ultimata la seconda lettura ho cercato di analizzare questo testo con gli strumenti di analisi che possiedo e che , generalmente, utilizzo , anzi, utilizzavo, solo per i testi di studio perché questo genere di analisi richiede un certo tempo che solitamente magari non ho desiderio di impiegare per i romanzi di piacere.

 

Intanto chi è l’autrice? Valerie Perrin è la compagna di Claude Lelouch e come tale ha avuto modo di fare una buona esperienza di sceneggiature di film come recita anche Wikipedia : L'incontro con Claude Lelouch nel 2006 ha dato il via alla sua carriera cinematografica come fotografa di scena e poi come co-sceneggiatrice degli ultimi film del regista[1], ma sono soprattutto i suoi romanzi a renderla nota al grande pubblico. Fatto, questo, da tenere molto presente nell’analisi di questo testo che andrò a sviluppare.

 

 Mi pare opportuno iniziare proprio dalla struttura del romanzo: come è concepito? Come è stata scelta la tematica? Quale trama e quale ordito sono stati intrecciati per costruire questo libro di successo? E soprattutto cosa ha convinto milioni di persone del terzo millennio a decretarne il successo? Sono tutte domande che mi sono posta e alle quali tenterò di dare risposte, premettendo che non è uno di quei libri che io sceglierei per mia volontà.

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La fabula è piuttosto scarna:  Violette, una donna con un vissuto problematico, si innamora di un uomo molto narcisista, si dà a lui anima e corpo, lo sposa, ha una bambina, lui la tradisce con molte donne diverse, lei si disamora progressivamente ma , incapace di abbandonarlo al suo destino, continua una vita di sacrifici in cui lei mantiene, solo col suo lavoro, tutta la famiglia, fino a quando la morte accidentale della bambina non le fa prendere coscienza di sé, facendole rivoluzionare la sua condizione di donna sottomessa e sfruttata a favore della costruzione su altre basi più gratificanti della propria vita.

Il romanzo ha un impianto strutturale molto antico. Si potrebbe infatti rapportare alla struttura delle fabulae milesiae, antesignane del romanzo, riprese, nella tradizione latina, da Petronio e da Apuleio. L'autrice, non so quanto consapevolmente, ha attinto proprio alla più classica delle strutture: quella ad incastro. La storia viene accresciuta via via da diverse altre storie, molte delle quali ridondanti e poco legati al nucleo centrale del racconto. Cioè una matrioska di narrazioni alcune delle quali del tutto autonome e non necessarie (la storia di Iréne e di Gabriel ad esempio, o anche la storia di Francoise e Philipe, quella di Paul e Julien) che si collegano con la storia principale solo tangenzialmente. E servono non per sviluppare, arricchire e ampliare il nucleo centrale del romanzo, ma solo come riempimento del testo in sé. Una sorta di storie nella storia.

 Il narratore principale, sempre interno, cioè Violette, si alterna con altri personaggi nella variazione anche del genere letterario: la lettera, il diario intimo, il testo poetico etc. Cioè l'autrice si è giocata la carta della commistione di molti generi nel gioco della variazione. Espediente anche questo utilizzatissimo nelle narrazioni classiche dove però la commistione dei generi era riferita a e necessitata da un contesto molto specifico, in cui, non esistendo ancora la cultura di massa, questi romanzi avevano più la funzione di intrattenere in modo semplice piuttosto che di fare partecipare il lettore in modo attivo alla costruzione del testo stimolandolo a mettere in atto tutta la sua enciclopedia personale, le sue esperienze, il suo mondo, per elaborare in maniera significativa le proprie emozioni e riflessioni che  possano attivare il pensiero e generare conoscenza.

Questa éscamotage - ripeto, presente nella struttura dei romanzi antichi- fornisce l’opportunità all’autrice di deviare l’attenzione del lettore verso altre vicende, in modo che egli non si annoi o quantomeno tenga sempre desta l’attenzione che, viceversa, in un approfondimento maggiore del tema centrale, potrebbe calare, con abbandono conseguente della lettura.

   In altri termini, ciò che mi appare evidente è come l’autrice abbia tenuto presente il suo pubblico di riferimento, pensando ad un suo personale lettore empirico che, per la maggior parte dei casi, ha potuto coincidere con il lettore di massa, ma non con il lettore reale il quale potrebbe anche non prestarsi al gioco che questa costruzione strutturale sottende.

   Di questa macchinosa costruzione della struttura mi sembra che la narrazione centrale non  risenta positivamente perché alla variazione del  genere non corrisponde alcuna variazione del registro linguistico che si mantiene sulla falsariga del registro iniziale, con pochi dialoghi e molti “ spiegoni” vale a dire molte parti in cui soprattutto il narratore sia interno sia esterno racconta non solo i fatti ma anche le emozioni, sostanzialmente impedendo il contributo del lettore al quale viene raccontato sempre non solo ciò che hanno fatto e fanno i personaggi ma anche ciò che sentono, vale a dire le emozioni. Ne consegue che il lettore ingenuo o di primo livello (come viene definito da Umberto Eco nel suo  Lector in fabula)  viene suggestionato dalla scorrevolezza del testo poiché non gli è richiesto alcuno sforzo e alla fine del romanzo lo stesso lettore ha l'impressione di aver letto un libro assai gradevole e anche coinvolgente. Ma solo perché è stato confermato nelle sue emozioni e nei suoi sentimenti più semplici e generali e certamente  tenuto a debita distanza dalle riflessioni più profonde e, direi, molto più complesse, degli universali del sentire umano, poco arrincchendosi a livello personale. Però gli rimane l’impressione di avere passata qualche ora di gradevole lettura.

 In base a questa lettura che ne ho fatto ( assolutamente personale, per carità, che non vuole minimamente essere prescrittiva per nessuno), io sfaterei il mito di questo romanzo per ricondurlo nell'alveo dei libri furbi costruiti per coinvolgere i lettori,  conducendoli falsamente sul territorio di un argomento grave, cioè la morte, ma trattandolo con una leggerezza non di stile ma solo di intenti, poco credibile e poco adatto , almeno per il mio sentire, alla tematica trattata nel romanzo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Valérie Perrin " Cambiare l'acqua ai fiori" Ed. e/o 2020


 Recensione di Antonella Pingiori


Da quando l'uomo ha scoperto il fascino e il mistero del racconto, ha sempre voluto avvicinarsi al mondo che, per mezzo delle parole, esso evoca e costruisce. Ma non tutti gli uomini sono uguali per ovvie ragioni e, quando i generi hanno iniziato a essere codificati, ben presto la letteratura si è divisa tra quella alta e quella popolare. Un esempio? Nella Roma imperiale pochi eletti leggevano e gustavano l'Eneide di Virgilio, mentre le grandi masse correvano ad assistere agli spettacoli dei mimi e a quelli, violenti e brutali, dei circhi. E nessuno si stracciava le vesti. Agli inizi del secolo scorso, c'era chi apprezzava i romanzi di Pirandello e chi si sdilinquiva per quelli di Guido da Verona. Alcuni generi letterari, come quello rosa e quello giallo, sono stati creati appositamente per un pubblico non troppo colto e non troppo esigente, che poteva, senza grande fatica, essere accontentato nella sua richiesta di intrattenimento.

    Oggi, però, nel 2021, sembra ancora più diffusa l'idea che un libro, qualunque esso sia, debba distrarre, far rilassare, divertire e, magari, non far pensare alla noia del quotidiano. Tutto questo almeno per il tempo che si decide di dedicare alla sua lettura. Chi considera, invece, la letteratura una forma di comunicazione artistica; chi pensa che l'opera debba interrogare e inquietare colui che legge; chi è convinto che leggere significhi capire i meccanismi attraverso i quali il testo stesso è stato costruito storcerà un po' il naso. Ma tant'è. Siamo in un Paese libero ed è giusto che in una buona libreria ognuno trovi quello che sta cercando. E se la maggior parte delle persone intende leggere per non pensare, gli altri, meno numerosi che chiedono al libro qualcosa che prima non possedevano, se ne faranno una ragione.

    Quello che chi frequenta la letteratura alta non riesce a sopportare è che venga spacciato come romanzo degno di tal nome, con tutto quello che questa definizione porta con sé dalla metà del Settecento a oggi, un libro di letteratura popolare. Come definire, infatti, una storia raccontata con una prosa piatta e molto elementare? Come giudicare quegli epitaffi, posti come rubrica all'inizio di ciascun capitolo, che si sforzano di proporre profonde verità e che spesso provocano invece un sottile imbarazzo in colui che legge? Come giudicare questo testo che propone una storia di abbandono, di amore mal riposto e di grande dolore, che viene diluita ininterrottamente con riferimenti a storie minori o parallele, che hanno tanto il sapore di digressioni atte a raggiungere un numero cospicuo di pagine? Il mercato impone anche questo: testi ponderosi che tengano occupato il lettore per molti giorni in modo da non fargli rimpiangere, alla fine, i soldi che ha speso per l'acquisto. E proprio perché il testo è ponderoso, in quanto a numero di pagine, l'editore può puntare su un prezzo di copertina per lui vantaggioso.

    Intanto il testo si dilata, si allunga e chi ha il coraggio necessario per proseguire nella lettura percepisce che si tratta dell'opera di una persona che non scrive abitualmente ma che ha pensato che la trama principale, che ha ideato, potesse reggere e che quindi potesse essere sviluppata. Chi, si sarà detta, riuscirà a resistere se gli racconto la storia di una donna infelice e sfruttata che trova la sua ragion d'essere nella maternità? E chi, quando si arriva al colpo di teatro, non proverà un incontenibile sentimento di solidarietà? Una storia. Infatti, quella proposta da “Cambiare l'acqua ai fiori” è solo una storia. Ma un tempo non si parlava della poetica dell'Autore? E non si leggeva un romanzo, un romanzo vero, per capire quale visione del mondo e dell'uomo avesse chi lo aveva scritto?

    Fermiamoci qui. Stiamo parlando come persone che amano la letteratura colta e non quella popolare. E leggere nella quarta di copertina che “Cambiare l'acqua ai fiori” è il romanzo più bello del mondo ci fa francamente ridere.

Aridatece “Il nome della rosa”, per restare nell'ambito floreale...

 


venerdì 5 febbraio 2021

Sulla faccia della terra- Romanzo di Giulio Angioni

Recensione di Maria Rosa Giannalia



 

Editore: Feltrinelli

Collana: Indies. Feltrinelli/Il Maestrale

Anno edizione: 2015

 

   Chi volesse leggere questo libro di Giulio Angioni, antropologo, come una lettura di piacere, credo avrebbe qualche difficoltà. Ritengo infatti, che questo sia uno di quei  romanzi che richiede attenzione e impegno anche se si presenta in forma molto agile e breve - sono appena centocinquanta pagine circa-  ma assolutamente pregnante per i contenuti espressi.

    Il contesto storico è la lotta che  Pisa e Genova ingaggiano senza esclusione di colpi per impadronirsi del giudicato di Cagliari,  libero da asservimenti feudali ad altre entità politiche estranee all’isola di Sardegna la quale,   nel medioevo, presenta una storia differente rispetto a quella del resto dell’ Europa infeudata e sottoposta alla reggenza dell’imperatore, essendo organizzata in quattro Giudicati indipendenti ognuno dei quali risponde all’autorità della reggenza di un giudice autoctono e autonomo. Unico esempio di autogoverno  nell’Europa feudale.

   La narrazione si incardina sulla figura di un narratore interno, certo Mannai Murenu, vinaio di Seui, che settant’anni dopo i fatti accaduti nell’anno 1258, quando i Pisani prendono d’assalto la città di Santa Gia ( l’antica Cagliari), radendola al suolo e spargendovi sale sopra, dopo essersi dato per morto, in realtà resuscita e, da vecchio, racconta la storia della quale è stato testimone .

   In questa avventura Mannai è   in compagnia di  Paulinu da Fraus servo di convento, Akì, schiava persiana, Vera da Tori di nobile casato. Al quartetto si aggiungerà più avanti l’ebreo Baruch,  paralitico, e due giovani sediari che hanno il compito di trasportarlo. Questi personaggi si stabiliscono presso lo stagno prospiciente la città di S. Gia - ,in realtà Santa Igia - in una isoletta-lebbrosario dove difficilmente i pisani si avvicineranno e dove i sette protagonisti potranno sopravvivere grazie all’abbondanza di pesce, di frutti di mare e altri buoni nutrienti presenti in abbondanza nello stagno.

E lì riescono ad organizzarsi la vita in una sorta di minisocietà strutturata senza gerarchie, dove ciascuno  assume valore e necessità grazie alle proprie competenze nell’arte della sopravvivenza. La società organizzata ha una struttura orizzontale  nella quale tutti hanno voce in capitolo legati tra di loro non da rapporti di potere ma  di solidarietà.  Questa piccola compagnia riesce a sopravvivere  fino a quando i nemici  pisani  decidono di distruggere la loro comunità e l’isolotto- lebbrosario in cui hanno preso dimora.

   Fin qui l’esile trama. Ma il romanzo è molto più che la sua trama poiché, a mio parere, credo sia stata pensata dallo stesso autore come narrazione a carattere antropologico.

    Il romanzo funge da pre-testo per un approfondimento  che mutua dai testi narrativi una struttura finalizzata , proprio attraverso il narrato , alla conoscenza-descrizione dei caratteri antropologici degli isolani di questa parte costiera.

     Nel testo si colgono parecchi spunti in tal senso a partire dai tòpoi di riferimento molto connotati: gli scampati alla distruzione, per esempio, che decidono di riorganizzare la propria vita in una comunità di pari senza alcun ordine gerarchico ma solo in base alle esigenze di sopravvivenza; lo stagno dove questa minuscola società nascente trova  il luogo ideale per la sopravvivenza e lo elegge come luogo degli scambi ( cuncambias); i riti della nascita e del matrimonio. Lo stagno è il luogo dove si incontreranno e si stabiliranno gli altri personaggi convenuti successivamente, come  tre soldati tedeschi capitati nell'isolotto per caso e altri. Tutte queste presenze di diversa provenienza geografica ed etnica convivono nell’isola-lebbrosario denominata Terra Nostra, in pace e in solidarietà intorno al personaggio-chiave l’ebreo Baruch, còlto, saggio, razionale, in grado di indirizzare la piccola comunità e di indicare con chiarezza i  valori su cui fondare la nuova comunità.

   Mi sembra sia evidente l’esigenza da parte dell’autore di descrivere una utopia sociale, dove rispetto, solidarietà, amore nella piccola comunità nascente, si oppongono all’avidità, all’arroganza, al disprezzo per la cultura dei nativi, tipica dei conquistatori. La mitezza predominante dei personaggi non permette loro di resistere all’ultima grande offesa dei Pisani che alla fine distruggono tutto con la loro violenza. Solo l’amore salva , nella conferma finale dell’affermazione classica amor vincit omnia et nos cedamus amori che alla fine si sostanzia nella rinuncia della libertà di nascita dell’unico personaggio di nobile casato, Vera de Tori, la quale, anziché rinunciare al marito tanto amato ma di condizione servile e agli stessi figli anche loro servi  perché nati da un servo, si rende serva anche lei. In fondo ogni romanzo ha un lieto fine e questo è il fine lieto con cui Angioni conclude la sua storia.

   Ma gli uomini? C’è un passo che mi ha fatto molto riflettere: 

 

E siccome il peggio di altrove è spesso una minaccia anche per noi, sull’Isola Nostra, Paulinu mette a frutto anche altrimenti il genio militare dei tedeschi, prima che se ne vadano davvero dal loro re tedesco di Sardegna ( re Enzo?).

In caso di attacco che si fa? Resistere? Manco a pensarci. Vie di fuga piuttosto, giù per la laguna…

 

Non si parla mai di lotta né di resistenza, ma solo di fuga e di scampo.

La forma prescelta è quella della narrazione a più voci: a Mannai Murenu al quale l’autore Giulio Angioni affida il compito dell’aedo che parla la lingua dei sardi in una sintassi calibratissima che riprende il parlato traslato solo nelle parole dell’italiano, si affiancano, come  narratori di secondo grado, tutti gli altri personaggi ognuno dei quali parla nella sua lingua resa  attraverso la differenza di registro linguistico: colta e raffinata quella di Baruch l’ebreo, immaginifica quella di Akì la schiava persiana, umile e tutta cose, quella di Tidoreddu e dei sediari. E così il romanzo procede intessendo la piccola storia, che qui assume dignità di racconto degli umili, contrapposta alla grande storia che sfugge spesso alla comprensione dell’umanità che la sta vivendo e che difficilmente ne comprende le ragioni.  Così la storia raccontata dalle donne diverge totalmente da quella raccontata dagli uomini: ognuno si racconta la sua storia che alla fine è fatta più dal racconto dei modi di sopravvivenza che dalle vicende che trovano posto nei libri.

La narrazione costruita attraverso la creazioni di archetipi presenta però un limite: l’intento didascalico dell’opera affiora tra le righe e attraversa tutta la vicenda rendendone  meno avvincente la lettura. Il carattere antropologico dell’opera non permette l’approfondimento psicologico dei personaggi, svincolandoli dal loro ruolo e mostrandoli al lettore in tutti i loro risvolti umani, così come avviene in genere nelle letture di piacere. Perciò il lettore assai difficilmente potrà rinvenire questa piacevolezza. E’ necessario piuttosto che egli si avvicini all’opera in un’ottica diversa.  Tuttavia tale aspetto costituisce il grande valore di questo libro: la creazione di un universo archetipico  della popolazione sarda attraverso la tipicizzazione dei personaggi. Non può sfuggire all'attenzione del lettore  che tali archetipi sono quelli che tuttora stanno alla base dei connotati caratteriali degli isolani.

 


  

 

 

sabato 9 gennaio 2021

La vita davanti a sé Di Romain Gary Ed.Neri Pozza

 Recensione libro di Maria Rosa Giannalia



   Durante la lettura di questo romanzo, non ho potuto fare a meno di inoltrarmi virtualmente per le strade di Belleville, quartiere multietnico di Parigi dove è ambientata la vicenda. E siccome l’ho visitato in uno dei miei viaggi in quella  città, quel quartiere, che attraverso le parole del romanzo,  si è offerto alla mia immaginazione, mi è apparso diverso e  lontano dall’immagine attuale che si squaderna agli occhi di chi ci si rechi oggi, ma ancor più lontano mi sembra essere dalle descrizioni che ne fa Daniel Pennac nel bellissimo suo libro “La fata carabina” e la saga dei Malausséne.

   Il quartiere di Belville, così come ce lo presenta Romain Gary, è un quartiere di poveri immigrati della seconda generazione dall’Africa e da altri paesi ex colonie francesi, dove si consuma la vita di madame Rosà e di Momo i due protagonisti principali del libro.

   La trama del romanzo è semplice: una ex prostituta, ormai vecchia e in disarmo, ospita a casa sua per sbarcare il lunario i figli , anche molto piccoli, di altre prostitute  le quali, piuttosto che affidarli ai brefotrofi statali, preferiscono darli in cura a Madame Rosa perché sanno di poterli riprendere appena sarà loro possibile.

   Ma M.me Rosa è stanca, grassa, vecchia e pure ebrea, vive in un appartamento molto popolare al sesto piano senza ascensore dove da lì a poco non potrà più salire se non con l’aiuto dei suoi vicini di buona volontà.

   Momo in questa strana “famiglia” è il bambino più grande, sa di avere dieci anni, o così le ha detto M.me Rosa, ma quasi alla fine del romanzo il lettore scoprirà che ne aveva quattordici ben sottaciuti dalla stessa Rosa che, affezionatasi moltissimo al ragazzino, vuole tenerlo con sé quanto più possibile. I due si amano rispettivamente di un amore filiale (Momo) e materno ( M.me Rosa),amore che è molto più di un surrogato di quello vero che normalmente esiste tra madre e figlio, perché nato dalla necessità ma scelto consapevolmente. Intorno a questo sentimento che  è il leit-motiv di tutto il romanzo, il suo autore fa girare una serie di personaggi che stanno in relazioni differenti con i due protagonisti.

   Così possiamo vedere Momo che , dopo un inizio di convivenza molto sofferta, si relaziona in modo molto affettuoso col piccolo della comitiva che sorride sempre e con il quasi coetaneo ragazzo ebreo col quale solo apparentemente si scontra ma che, poco per volta, impara ad amare nonostante la diversità di religione. E ancora Hamil il venditore di tappeti che legge, oltre al Corano, anche Victor Hugo nel suo romanzo più avvincente “I Miserabili”; il dottor Katz, medico di fiducia, ebreo, di M.me Rosà, pronto ad intervenire tutte le volte che quest’ultima ha necessità delle sue cure per sé e per i bambini; M.me Lola, una trans simpatica e allegra , pronta ad intervenire anche lei per qualsiasi bisogno di questa strana famiglia. Insomma una vera e propria girandola di personaggi che diventano persone vive attraverso le parole dell’autore.

   E’ una Parigi periferica, minore, lontana dalla luci e dallo sfarzo dei luoghi in cui la letteratura ottocentesca collocava le storie di contesse, conti e marchesi, molto più vicina a quella del realismo di Emile Zola ma calata nella temperie del secondo novecento. E, dicevo, lontana anche dai personaggi di Daniel Pennac molto più scanzonati e improbabili con il loro ottimismo e la vocazione a vivere perennemente di espedienti. Anche questi personaggi che Romain Gary mette in campo vivono di espedienti, ma sono quegli espedienti  tristi che fanno risaltare la miseria , l’infelicità, la sperequazione sociale nella società parigina del secondo novecento dove i bambini, vittime incolpevoli, devono cercare da sé i riferimenti affettivi senza i quali è molto difficile sopravvivere.

   Si leggono così alcuni episodi del romanzo dove si racconta che Momo nello spasmodico desiderio di fare tornare la madre, sporca con i suoi escrementi tutto il pavimento della casa di M.me Rosa, come gli avevano detto che avrebbe dovuto fare se voleva far tornare alla svelta la madre stessa. Episodi, questi, che tramite la potenza dell’ironia fanno entrare il lettore all’interno dei sentimenti e delle emozioni di Momo, come anche di tutti gli altri personaggi.

   Il romanzo ha la potenza di una rappresentazione vivida affidata oltre che alle immagini anche all’architettura della storia vivacizzata dalla presenza di flash back,  alla scelta linguistica e del punto di vista. La narrazione è infatti giocata tutta nell’ottica del punto di vista di Momo, cosa che permette di spaziare su quel mondo narrato con l’occhio di un bambino quasi adolescente che, con la sua visione innocente del mondo, ne svela tutte le nefandezze e il dolore.  Ma questa infanzia dolente non va a rappresentarsi mai con immagini di cupo pessimismo e la denuncia sociale che traspare attraverso le parole e le riflessioni di Momo rimane in bilico tra il dramma e la commedia, come solo i bambini sanno fare.

   Naturalmente questi sono gli effetti dell’ironia  di cui l’autore permea tutto il narrato in un unicuum che non annoia mai il lettore.

   Per concludere questa breve esposizione , mi sembra che questo romanzo ruoti intorno ad un tema fondamentale: l’amore: l’amore come tema principale della vita,  causa e  conseguenza di tutte le vicissitudini narrate, del procedere dei personaggi e della conclusione stessa la quale, pur nella sua macabra rappresentazione, non fa che celebrare la potenza di ogni forma di questo sentimento.


La vita davanti a sé – film

Recensione di Gemma Pardocchi

 

Il film mi è piaciuto nel suo complesso, l’ho guardato con interesse e ammirato la Loren per la sua spontaneità e immersione nel ruolo. L’ho trovato gradevole, con una buona fotografia e buona ambientazione: la trasposizione in una città meridionale italiana (Bari la location ma non determinante) affollata, con quartieri popolosi ha contribuito a confezionare un prodotto certamente diverso dall’originale romanzo dal quale è tratta la storia, o per meglio dire si è ispirata la storia. Una diversità che non ha nociuto al film anzi ha proiettato la storia in una dimensione molto  attuale e vicina a noi, che stiamo vivendo ora e  in modo drammatico i problemi dell’immigrazione.

Ma…il film non ha la ricchezza del libro, in temi e espressioni. Non c’è denuncia sociale, la varietà del mondo della banlieue è sostituita da gruppetti anzi singoli spacciatori che giocano a fare ‘gomorra’, mentre i comportamenti di Momò e la sua evoluzione sia verso il ‘male’ che verso il ‘bene’ non sono sufficientemente sviluppati. Cosi come il crescente affetto e rispetto per  madame Rosà. Il suo mistero, il mistero della sua vita e del suo rifugiarsi nella stanza ebrea segreta, che attrae Momò tanto dal distoglierlo dal giro dello spaccio per dedicarsi al suo svelamento e conseguentemente a lei, ci pare almeno all’inizio un po' fuori tema. Momò è diverso quì, è un ‘arrabbiato’, sfidante, contro tutto e tutti, non ha quello sguardo ironico e  candido col quale guarda al mondo. La regia ne ha voluto fare l’emblema dei pericoli che un giovane  immigrato sradicato, pieno di dubbi e rimpianti per la sua esistenza perduta, corre  nel mondo di oggi e nelle nostre periferie urbane. Che qui sono rappresentate solo dal boss e dal suo delfino: troppo poco per rappresentare la multietnicità e culturalità che tanto arricchiva il libro e quindi la vita e l’educazione del protagonista nel libro.

Certo il film é centrato principalmete sulla figura di madame Rosà, o meglio sulla attrice icona, Sofia Loren, che appare una donna stanca, con la vita che si è sempre accanita contro di lei, stanca anche di fuggire i fantasmi, e malata…l’ultima parte dele film con Rosà malata in ospedale, la fuga con Momò, e la veglia e il lento accompagnare di Momò alla morte è forse la parte migliore dove il sentimento che anima questo rapporto, che conduce Momò alla vita adulta e Rosà alla morte,  si chiarisce e si dispiega come centrale nel film e nel libro.

Un applauso alla Loren per l’interpretazione, ma soprattutto per avere coraggiosamente esposto le sue rughe, la sua camminata esitante, la sua debolezza di ottantenne, lei che fu una delle attrici piu acclamate per la sua bellezza statuaria, e prorompente,  dando prova di amare più il suo mestiere che la sua immagine patinata.

Il regista non ha voluto sceglier Napoli per lo sfondo, per evitare l’ovvietà, probabilmente, ma Napoli e il suo tessuto sociale e architettonico avrebbe contribuito sicuramente a creare quella ‘atmosfera’ di epopea di diseredati e di corte dei miracoli, fornendo anche più spunti narrativi a sceneggiatore e regista.

 

Diverso e più in linea col romanzo,    il film del 1977, ( su You Tube, in francese con sottotitoli in inglese), con Simone Signoret, vera icona del cinema francese, vincitrice dell’Oscar per l’interpretazione femminile, ambientato invece poprio in un quartiere popolare di Parigi popolato di emigrati e emarginati. Le generosità e la disponibilità degli abitanti dello stabile e del quartiere per aiutarsi nelle difficoltà è messa ben in luce.

Nell’edificio dove Madame Rosà ha il suo appartamento e custodisce i bambini a lei affidati, le riprese sottolineano le scale e i piani che Rosà deve con fatica salire per raggiungerlo e si pongono quasi come i refrain di una ballata, intervallando lo sviluppo narrativo della storia.

Anche questo film focalizza molto  sulla figura di Madame Rosà, e verso la fine fa risaltare la figura del ragazzo, che stando vicino alla donna malata, compie una maturazione e evoluzione interiore, diventando narratore fuori campo in quell’esercizio di tornare indietro, riavvolgere il nastro,  che aveva tanto apprezzato nella sala di doppiaggio.

Il rapporto fra la donna e il ragazzo è ben sviluppato e si intreccia col progredire della malattia di madame Rosà fino a che i due non possono più fare a meno l’uno dell’altra,: Momò la elegge a madre a tutti gli effetti e lei confida in lui per poter morire tranquilla e in pace nella sua stanza ebrea, vicino alle sie radici, alla sua storia, sottraendosi alla ‘crudeltà’ dell’accanimento terapeutico in ospedale che avrebbe solo prolungato la sua agonia. Qui nella ultima parte del film si focalizza sul problema dell’eutanasia che in una ‘società civile’ come dice il dottor Katz è contro la legge.

Accentuato in maniera positiva e significativa, il lato delle differenze religiose fra ebrei e mussulmani, e la curiosa intercambiabilità che si realizza in Momò, educato alla Mussulmana col Corano (ma anche con letture europee come i Miserabili) ma capace di imparare e recitare la fondametale preghiera ebrea, che viene messo sotto la lente dell’ironia a significare che la preghiera è una, la fede è una, e le divisioni non sono utili alla tolleranza e buona convivenza.

Ho trovato questo film molto bello, con la tipica atmosfera francese nelle ambientazioni, dove la storia si sviluppa in maniera logica e fluida fino alla conclusione finale; bellissimo anche il personaggio costruito dalla Signoret, una madame Rosà stanca e malata  ma capace di sorridere e di un certo ottimismo sulla vita, degno dell’Oscar.

 

 

giovedì 3 dicembre 2020

Al giardino ancora non l’ho detto di Pia Pera ed. Ponte alle Grazie, 2016

   Recensione di Maria Rosa Giannalia

genere: autobiografia

  

L'autrice 
Pia Pieri è una scrittrice lucida , un’intellettuale raffinata, una docente di letteratura russa informata ad un ambiente di grande levatura culturale, con frequentazioni nell’ambito del mondo letterario molto prima della scrittura di questo libro.

 Qui l'autrice si racconta in una sorta di autobiografia degli ultimi tre anni di vita, portata a termine, pochi mesi prima della morte, a causa di una forma acuta e galoppante di sclerosi multipla laterale che in pochi anni ha determinato il suo fine vita.

   La protagonista, conosciuta la diagnosi definitiva del suo male ne percepisce tutta la drammaticità in relazione non solo alla sua salute ma anche alla sua grande passione: la cura particolare del suo podere che dopo l’acquisto, ha trasformato in un giardino magnifico il quale, insieme al casolare ristrutturato, costituirà la sua dimora abituale dove progettava di vivere fino alla vecchiaia.

   Quando saprà di avere a disposizione un tempo limitato dalla sua malattia che la trasformerà in invalida soprattutto nella deambulazione e quindi inadatta a continuare personalmente a prendersi cura del suo giardino, decide di dedicare il suo tempo ad ascoltare  il suo corpo nella nuova situazione  e a sentire tramite questo il suo giardino di cui si è occupata e si continuerà ad occupare con amore e con la stessa passione che non verrà meno fino all’ultimo.

   La scelta di scrivere questo libro, quindi, consapevolmente autobiografico , la guiderà nel ripercorrere a ritroso il suo passato e ri-viverlo in relazione alla sua nuova dimensione che le dà una prospettiva diversa - quasi ribaltata- del suo passato fermandola nel qui ed ora di una visione sinottica e allargata del  presente.

   La malattia e il progressivo venir meno dell’energia vitale, conferisce alla protagonista una forza nuova, quella di  rivolgersi verso se stessa e analizzare lucidamente e razionalmente  i suoi pensieri, le sensazioni, i nuovi sentimenti, il nuovo sguardo sul criterio di bellezza:

 

Una bellezza che va rivelandosi mano a mano che, con lo spegnersi, si estingue la sicumera dell’io, l’attaccamento al mondo. Mi sento riassorbire in qualcosa più vasto di me.

 

   Ciò che stupisce anche se stessa è scoprire come la malattia  cambi la prospettiva sugli uomini e sulle cose: laddove nel suo passato attivo e veloce  percepiva la sofferenza e la disabilità degli altri come  intralcio allo scorrere della storia e del progresso dei sani, adesso , viceversa, la persuade ad un pensiero più comprensivo ed empatico della malattia sua e degli altri.

   La malattia diventa una condizione nuova di vita in cui il tempo, quello che rimane, si dilata  e favorisce una nuova percezione, con tutti i sensi, delle trasformazioni delle piante, dei fiori, dei frutti e di tutti gli animali che popolano quel suo giardino nel passaggio delle stagioni.

   E mentre osserva queste trasformazioni, la protagonista riflette: la vita, il suo significato intrinseco e anche ultimo, i rapporti affettivi, le relazioni amicali…  e tutto assume una forma nuova, più intima e lucida senza le interferenze della banalità e della fretta del quotidiano: nuove prospettive da cui osservare gli amici di sempre oppure le persone che , da sana,  aveva scartato dai suoi interessi perché non corrispondenti al suo immaginario né alla sua cultura; nuovi modi di rapportarsi con Giulio, il suo giardiniere-badante cingalese, umile e devoto, che la serve con amore; gli amici con cui intrattiene rapporti solo epistolari ma anche con gli amici della prima vita che continuano ad andare a trovarla. Un mondo affettivo ricco che non la distoglie tuttavia dalla riflessione sugli aspetti più grossolani, meno accettabili dello stuolo di medici, guaritori, massaggiatori, infermieri, cialtroni cui si è rivolta più che con fiducia, con prudente cautela necessitata dallo stato , a volte disperato, della sua malattia.

   Intraprende, quindi, la riflessione sulla morte e sulla giustezza dell’eutanasia come scelta autonoma che salva dalla sofferenza assicurando la dignità dell’essere umano.

   E ancora: la curiosità  sull’al di là, su ciò che sarà del nostro sentire, della nostra anima intesa come quel quid che ci fa amare, pensare, essere consapevoli. Un interrogarsi su quali forme assumerà la nostra coscienza e se il sentirsi parte del tutto è una prerogativa anche dell’al di qua:

 

   Una forma dell’al di là tuttavia esiste, si trova dentro di noi. Come un’intuizione che ci permette di attraversare il dato fisico quasi fosse incorporeo. Credo che somigli allo spazio infinito che, talvolta, meditando, diventa quasi impalpabile nella sua inafferrabilità

 

   E ancora l’indagine sulle religioni, quel senso intimo di religiosità che l’autrice ritiene essere comune a tutte le religioni e che ritrova anche in Pavel Florenskij :

 

…la conoscenza della divina Sapienza e l’amore per il corpo, lo sforzo ascetico e la conoscenza della Verità Assoluta, la fuga dalla corruzione e l’amore, sono lati antinomici della medesima vita spirituale.

 

   Poi, nell’ultimo anno di vita, quando la malattia si fa più perniciosa al punto da renderle quasi impossibile anche i movimenti più semplici costringendola all’uso costante della  sedia a rotelle, la protagonista infittisce i momenti di ripiegamento su di sé prendendo le distanze da tutto quel mondo vegetale ed animale che costituiva il suo ambito privilegiato di interesse. Distanza, però, che non le vieta di sentire ancora tutta la bellezza e la dolcezza della natura e di nutrirsi di essa anche solo attraverso il senso della vista tenendo salda così la corrispondenza con il suo giardino:

 

   Vorrei non perdere nemmeno un attimo di questo periodo di grazia. Sto fuori più che posso, pazienza se non lavoro tanto. I fiori dell’erba mi commuovono. Cosa dirne? Come dirlo? Tutti insieme così leggeri e aerei, nemmeno sembrano fiori. Visti da vicino sono di una grazia indicibile. Nella luce radente del sole che sta per nascondersi dietro il monte mi fermo felice a guardare, semplicemente guardare il campo di erba fiorita appena smosso dal vento.

 

   L’autrice è una raffinatissima intellettuale fine conoscitrice dei classici russi ma anche dei moderni e questa conoscenza è palpabilissima non tanto nelle citazioni che non appesantiscono mai il romanzo – ma anzi lo attraversano lievi-  quanto nell’avere assorbito e fatte sue le riflessioni che informano di sé i diversi autori oggetto delle sue letture.

   Ciò che mi aveva un po’ infastidito nel principiare della mia personale lettura di questo libro, cioè il passare dell’autrice troppo velocemente con ritmo analogico da un pensiero all’altro, dallo sguardo al giardino alle riflessioni sulla vita, dalle citazioni di un autore eccelso alla descrizione delle attività quotidiane di Giulio il giardiniere, citato spessissimo più di tutti gli altri, e delle minute descrizioni delle azioni di giardinaggio, all’insistere così preciso (maniacale?) nella denominazione puntuale di ogni pianta ed erba anche col nome latino,  verso la fine della mia lettura mi appare invece come uno svolazzare di farfalla che si va posando con leggerezza e fragilità su ogni cosa per godere e far godere dei colori  di questa natura semplice  e maestosa e della sua particolare struttura, non come  una mappa da percorrere per orientarsi ma come un  frattale per godere in ogni particolare la grandezza del tutto.

   Mi sono accorta infine che la forma narrativa di questa autobiografica, concepita forse come  diaristica, altro invece non è che l’ultimo atto d’amore col quale l’autrice prende per mano il lettore e gli dice: vieni qui con me, guarda com’è bello il mondo, quanta dolcezza c’è nella natura, quanto amore nell’amicizia, quanta leggerezza nel sapere sorridere  talvolta di tutta la nostra stessa vita che altro non è se non un momento dell’eternità in cui tutti siamo destinati  a ritornare in un unicuum che è infine la nostra essenza e felicità.

 


 

venerdì 20 novembre 2020

José Saramago : Cecità ed. Einaudi, Torino 1995 pp 315



Recensione di Maria Rosa Giannalia

 

 

   In una città qualsiasi, in un giorno qualsiasi, durante il rientro a casa a bordo della propria automobile un uomo si arresta in mezzo alla strada: è diventato cieco:  cecità di tutto il campo visivo che avvolge di una luce luminosa tutte le immagini di cose e persone annientandone  tutti i contorni.

   Inizia così una lunga e dolorosa epidemia in cui basta solo lo sguardo di un infetto, ormai cieco, a fare precipitare tutti coloro che si trovano nella sua area, in questa luce annientante.

   In breve la cecità si diffonde e infetta uomini, donne, bambini. In tutta la città, nessuno viene risparmiato, tranne una donna, moglie di un oculista presso il quale il primo cieco si era recato per un controllo. A nulla valgono  difese e misure per evitare il contagio: la cecità dilaga senza scampo.     I primi ciechi , in una manovra  messa in atto dal governo per arginare l’epidemia, vengono rinchiusi in una caserma. Viene fatto loro divieto assoluto di uscire ma viene comunque assicurato il rifornimento di viveri: tre pasti giornalieri per ciascun internato.

   Da questo incipit drammatico, la narrazione evolve  verso la visualizzazione di una catastrofe  in cui tutta l’ umanità regredisce in pochissimo tempo verso le forme dell’essenza animale.

   Nella lotta per la sopravvivenza e per l’accaparramento dei beni alimentari, si scatenano gli istinti bestiali e feroci indotti e aggravati dalla cecità, dall’impossibilità di riconoscere e riconoscersi in quanto persona . Vengono a cadere tutte quelle regole del vivere civile mentre emergono gli istinti più abietti di gruppi di ciechi che prevalgono su altri gruppi sottomettendoli  senza apparente necessità ma solo per il brutale esercizio del potere.

   La donna che vede, unica del gruppo, è consapevole del degrado ma è impossibilitata anche a disvelarsi, pena l’aggressione e l’annientamento o , quello che  lei stessa teme, l’asservimento ai bisogni di tutti gli altri ciechi.

   In mezzo agli escrementi , alla sporcizia, ai parassiti, alla mancanza di un minimo di igiene personale, questa massa si aggira a tentoni strisciando sul pavimento e rasente i muri solo per sopravvivere.

   La narrazione distopica di Saramago  è una grande metafora della condizione umana, dell’incapacità di vedere gli altri e se stessi, uomini ciechi all’interpretazione del mondo e alla bellezza della vita e ancora all’essenzialità dei valori umani. Questa, infatti, è  una cecità dell’anima e dell’intelligenza: il non sapere riconoscere la bellezza, il disprezzare la natura e l’altro da sé. Ma è anche una cecità catartica, come si potrà constatare leggendo le pagine del romanzo attraverso la particolare scrittura di Saramago. Una scrittura che è una valanga di parole , un fiume in piena che porta con sé, insieme alle profonde riflessioni,  le descrizioni degli atti più osceni di cui l’uomo è capace quando perde la sua umanità, attraverso tutti i detriti del linguaggio umano.

   La mancanza di punteggiatura, di pause, di aperture e chiusure dei  dialoghi con i segni di interpunzione canonici,  catapulta il lettore in un magma ininterrotto di discorsi dove ogni paraola assuma la stessa valenza narrativa e dove il lettore è chiamato a compartecipare al dipanamento mentale del flusso narrativo riconducendolo a sé per mezzo della propria capacità di organizzazione del linguaggio.

   Da leggere assolutamente.

   Il libro è presente presso la biblioteca comunale di Quartu Sant’ Elena e disponibile al prestito.