giovedì 18 aprile 2019

Sa strangia

di Maria Rosa Giannalia





   Venne nell’isola ma non fu per sua volontà. Per matrimonio, mi disse. Sì,  doveva sposarsi. Ma non era con uno di noi. Disse che era con uno della sua stessa isola che lavorava qui. E fu per questo che venne.
   Quando arrivò a Cagliari era il dodici giugno del millenovecentosettanta. Era di pomeriggio ed era arrivata con suo padre. Mi raccontò che quando l’aereo, - un fokker a elica che sembrava un pullman del cielo con la sola differenza che aveva le ali - atterrò sulla pista di Elmas, aveva pensato di essere atterrata in un posto strano, un posto dove un vento fortissimo e caldo le scompigliò quei suoi capelli biondi che cominciarono a sparpagliarsi di qua e di là come fiamme senza torcia e che lei non riuscì a fermare né a sistemare in alcun modo. Le altre poche donne scese dall’aereo  non ci facevano proprio caso, anzi sembravano non accorgersi di quello scompiglio sulla loro testa e avanzavano sicure e dritte sulla pista, tenendo le valigie sospese a filo sul cemento.
   Margherita si sentì avvolta in un silenzio che non aveva mai sentito prima: un silenzio colorato del giallo bruciato di tutta la vegetazione alta che cresceva lussureggiante e disordinata ai bordi della pista. Fu presa da una specie di ubriacatura, la stessa che continuò ad accoglierla  ad ogni suo successivo sbarco sull’isola, quando, tornando dalle strade vocianti e affollate della sua città, si ritrovava, solo dopo un’ora, depositata in una culla ovattata e primordiale, in cui ogni suono cessava.
   Margherita non aveva mai conosciuto quel silenzio. Aveva conosciuto musica, strilli di bambini, urla di adulti, strepiti di venditori ambulanti che andavano e venivano per le stradine  strette dei quartieri della sua città di quell’altra grande isola da cui proveniva, la Sicilia, a vendere la frutta e la verdura, il pesce e le uova, i gelati, le olive, le pentole, le scope, le cianfrusaglie di casa a tutte le donne. Perciò,  quella nuova atmosfera, intrisa  di silenzio, quasi la smarrì.
   Non era abituata. E nei giorni e negli anni della sua vita di sposa disperata, quando usciva di casa nella speranza di incontrare qualcuno che avrebbe raccolto la sua parola per restituirla accresciuta di altre parole, anche sconosciute, dovette rimanere sempre delusa. Nessuno le si rivolse mai direttamente e pochi ricambiarono il suo saluto. Prigioniera di quei silenzi, Margherita intesseva , nella sua casa, fili di discorsi articolati, arricchiti da tanti che pensi? e come stai?  e da improbabili che ne pensi?  e vieni  da me!
Tuttavia attendeva sempre con un filo di speranza. Un giorno  o l’altro, si diceva, avrò un’amica anche qui. E ogni mattina provava ad uscire: per le strade cittadine incrociava sguardi, ma solo di uomini che sembravano bambini nella loro piccola statura e quasi timorosi e tuttavia sfacciati ché lei i loro sguardi li sentiva sulla pelle appena l’incontro dei corpi lasciava la mano all’assenza.
   Decise che il silenzio della sua casa, privo di voci, quando il marito   non c’era, dovesse diventare sonoro. E allora iniziò  a cantare le nenie della sua fanciullezza con la voce di sua madre che gliele suggeriva sottotono alle  orecchie.
   E si faceva compagnia  così. E dal silenzio della casa, la sua voce traboccava fuori, nei marciapiedi e nella strada, e lei cantava e cantava e le vicine non si affacciavano mai neppure per dire buongiorno.
 “Itta si boli nai custa strangia?". [1] sentì per caso dire ad una vicina una di quelle mattine della sua solitudine, in cui la disperazione l’aveva afferrata più forte e l’aveva gettata fuori dalla porta. Quella domanda non era per lei ma riguardava lei senza coinvolgerla. Aveva però ben capito, ché, nei silenzi che l’avvolgevano, qualche frase riusciva a coglierla con l’angoscia di farla anche sua ma senza riuscirci: quella lingua era stata a lungo per lei come pioggia di diversa acqua  di un altro pianeta. Anche senza confronto, però,  la ripetizione dei suoni le aveva portato infine anche i significati. Ma .non osava rispondere per paura. Sapeva di essere una strangia[2],  come sentiva vagamente che la chiamavano tra loro le donne del vicinato, ammiccando con il mento e lo sguardo verso di lei. Imparò così ad ascoltare. E quando Bonaria, la sua vicina piccola e magra, un giorno  la vide passare per caso, Margherita ripagò il suo sguardo con un grande sorriso. Bonaria non parlò né sorrise, ma le offrì un piccolo pane con la crosta dura e tagliuzzata a cresta di gallo: “Coccoeddu si zerriara, Margherita, coccoeddu".[3]

Da: Racconti dalla Sardegna- Historica Edizioni, 2019




[1] Cosa vuole dire questa straniera?
[2] Una straniera
[3] “Coccoeddu ( pane a pasta dura) si chiama, Margherita, coccoeddu”.

venerdì 29 marzo 2019

Quando lo stato pensa davvero al benessere dei cittadini

   

   Come molti di noi, nell'estate del 2015 ho scelto di trascorrere le mie vacanze a Vienna. Ho incontrato moltissimi connazionali che hanno avuto la mia stessa idea. Diciamo pure che un buon ottanta per cento dei turisti in giro per la città erano, come me, italiani. 
  Le motivazioni della mia scelta erano determinate dalla mia curiosità, tutta letteraria, di ritrovare l'atmosfera di finis Austriae che così bene gli intellettuali del primo novecento hanno tratteggiato. Volevo ritrovare quell'atmosfera degli scritti di Musil, dei romanzi di Joseph Roth, visitare la cripta dei Cappuccini, andare alla ricerca del paesaggio urbano struggente  di quel mondo trascorso  ma non sopito. 

   
Insomma, come sempre faccio in questi miei viaggi per l'Europa, sono andata alla ricerca di un'atmosfera.
  Ma c'è sempre uno scarto tra l'intenzione della ricerca e il risultato, ma per alcuni versi il mio obiettivo non è andato del tutto disatteso. Quel sentimento di languida malinconia, per le strade di Vienna, c'è ancora, specie se ci si allontana dal centro battuto a tappeto dalle orde ormai inarrestabili del turismo di massa. Per esempio in alcuni quartieri a ridosso della Ringstrasse, un po' defilati ma tuttavia ancora centrali. O ancora verso le periferie urbane della Rathaus, o, meglio ancora, nella Berggasse famosa per essere stata la via in cui Freud aveva scelto di abitare e di installare il suo studio medico, in un appartamento al primo piano del numero 19,  dove condusse i suoi studi sulla psicoanalisi. O ancora a ridosso del Parkgasse dove ancora esiste la casa che Wittengenstein fece costruire per la sorella, attualmente sede di un centro culturale bulgaro.

   
   Questi sono quartieri , se vogliamo, un po' più periferici rispetto al centro, ma il rispetto per le geometrie urbane, per il decoro della città, per la vivibilità delle aree cittadine, è rigoroso ed è un preciso obiettivo che la municipalità persegue quotidianamente, sia con l'attenzione all'ambiente che alla percorribilità delle strade e, quindi, alla frequentabità delle stesse periferie da parte di tutti i cittadini, turisti compresi.
 Perché non tutti i turisti hanno gli stessi gusti: ce ne sono di quelli che , quando visitano una città, sono interessati non solo ai monumenti più importanti e famosi ( e pubblicizzati), ma anche a quelle zone che hanno un "significato culturale" alto.

  
   Lo stesso non si può dire per le nostre città italiane, peraltro bellissime, ma la cui valorizzazione si ferma esclusivamente alle zone centrali. Per cui, allontanandosi dal centro, il turista o anche chiunque visiti la città, ha la sensazione nettissima di passare dal paradiso all'inferno: spesso si ritrova strade mal asfaltate, sporche e non raggiungibili facilmente con i mezzi pubblici.
  Ora io credo che l'Italia non abbia nulla da invidiare ad altre città europee ché anzi le sue bellezze superano di gran lunga, anche solo per il numero, quelle di molte altre città europee.
   Ma se non le sappiamo valorizzare al meglio, come pretendiamo poi di competere in una delle attività economiche più significative del nostro tempo, cioè il turismo?

mercoledì 13 marzo 2019

Fermata al 58


di Salvatore Pinna

Aipsa edizioni, Roma 2018

Bel racconto in prima persona , attraverso gli occhi di un bambino , del pullulare di vite intorno al Castello, quartiere principale e più antico di Cagliari, in un arco temporale che va, orientativamente, dal ‘48 al ’58 del novecento, gli anni importantissimi  della ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale fino alla elezione al pontificato di Giovanni XXIII. Questa elezione è ritenuta, sempre dall’autore, uno spartiacque che conclude un’epoca, quella della sua fanciullezza e adolescenza vissuta nell’innocenza e nel tepore di un quartiere fortemente connotato e connotativo.
   Non si tratta dello sviluppo di una storia: il libro narra, in 57 capitoli più l’epilogo, tante piccole storie, quelle dei bambini che nascono e crescono in una comunità separata  geograficamente dal resto della città sia dalla posizione – la rocca in cui sorge il quartiere denominato Castello e chiamato “acropoli” dall’autore - sia dall’appartenenza sociale – piccola comunità fortemente stratificata in miseri - i baraccati all’interno delle rovine dell’ex questura, di cui si parla solo tangenzialmente per sottolinearne la non appartenenza-, i poveri, i piccolissimi borghesi e i benestanti.
   Tutto questo mondo è visto e descritto attraverso gli occhi del bambino protagonista e io narrante, che non si nomina mai ma che, invece, nomina per nome, cognome e talvolta soprannome, tutti i compagni e gli adulti.
   Il protagonista descrive le avventure, tra gioco, studio ed esperienze d’infanzia, di tutti i suoi coetanei, con i quali viene a contatto, e dei loro genitori, ma solo quando le  storie di quest’ultimi intervengono a collimare con le avventure dei piccoli. Sullo sfondo La Storia che , in questo caso, coincide con le narrazioni delle attività dell’associazione parrocchiale di S. Saturnino, collante principale che tiene insieme tutti i ragazzini conferendo loro una formazione religiosa secondo i canoni dell’epoca, nella quale essi si identificano. L’azione cattolica e il circolo S. Saturnino ad essa collegato sono le uniche istituzioni che offrono loro la possibilità di condividere un tempo ben organizzato, ad opera dei preti, per i  giochi (le partite di calcio) e la formazione culturale (le proiezioni nel cinema parrocchiale).
   Il punto di vista  si mantiene costante lungo tutta la narrazione e il registro linguistico adoperato  varia col variare dell’età del protagonista.
   Mi è sembrato molto ben costruita la rappresentazione di questa vita in verticale attraverso le vie di Castello che si snodano tortuose e strette contornando  la quotidianità dei loro abitanti.
   La narrazione ha l’andamento della descrizione di tranches de vie che non va a sfociare, universalizzandone i contenuti, in un respiro più ampio. I capitoli si aprono e chiudono come delle scenografie in cui avvengono i fatti circoscritti alle sensazioni derivate dalle esperienze fanciullesche, anche se aleggiano, per tutte le pagine, apprezzabile freschezza e levità che ben si sposano con il narrato. Le parole accompagnano con precisione i gesti e le imprese dei bambini  e degli adolescenti e ne risaltano bene i contorni. Però il lettore è come uno spettatore che vede attraversare davanti a sé, su uno schermo, le scene che divertono e alimentano la sua curiosità e l’intrattengono piacevolmente, ma non lo coinvolgono intimamente.
   Solo in alcuni punti la cronaca lascia la mano a momenti di godimento letterario, come ad es. nel momento in cui l’autore, identificandosi col narratore, narra al presente e attraverso una consapevolezza matura, i pensieri del bambino di allora incapace ancora di tradurre in riflessione consapevole l’esperienza  del confronto con altri bambini e  del valore della tradizione.
   Quanto significato e quanta valenza questa assuma negli accadimenti della vita sono espressi nel pensiero  dell’io narrante adulto: nella raggiunta consapevolezza, egli si accorge che  tali accadimenti non sono del tutto casuali ma  la casualità che riveste le cose si dà attraverso una forma definita dall’ambiente di provenienza familiare. Il quale, se non si radica in una tradizione, appunto, non riesce a fornire elementi di riferimento sicuri:


 “Io sapevo che non solo non avevo la memoria della tradizione, ma avevo perso anche quella che, nel bene e nel male, mi avrebbe restituito un po’ di me stesso. Se mio padre avesse continuato a fare il contadino povero senza terra mi avrebbe potuto trasmettere di essere un contadino povero e senza terra. Avrei saputo zappare, seminare, innestare e parlare il sardo. Anche questa è una tradizione”.

   Un altro elemento significativo del libro mi pare si debba ricercare nell’assenza di rilevanti presenze femminili. Anche la descrizione delle prime innocenti esperienze della sessualità, rendono bene  il gusto della scoperta ma il punto di vista è sempre e solo quello maschile,  dei bambini, appunto.
   Mancano del tutto i padri: i padri non esistono se non come riferimenti negativi o insignificanti.    Queste assenze si possono ben interpretare come incapacità di quegli uomini di intraprendere un rapporto con i ragazzi e mantenerlo. Sono esistenze volatili o pesanti e destabilizzanti ( il caso del padre di Marteddu).
  A fronte di queste assenze ci sono , viceversa, delle presenze ben marcate, i preti, che necessariamente assolvono al compito negato dai padri.
   Le madri, sono meglio connotate, ma di sfuggita. Tanto che l’autore ricorre ad un espediente narrativo in cui direttamente la madre del protagonista si racconta e racconta il suo punto di vista, sull’ambiente familiare e sulla dolorosa esperienza della perdita di un figlio. Questa presenza narrativa che appare in “camei” che costellano, a tratti, la narrazione, hanno, secondo me, la funzione di introdurre uno sguardo diverso, quello femminile.
   Peccato, perché queste pagine non sembrano intrecciarsi profondamente col resto delle narrazioni, e rimangono  come “voce” isolata che non commenta ma racconta solo di sé.
  
Il libro di Salvatore Pinna ha, nel suo complesso,  una grande valenza locale: quella di avere raccontato il territorio di quella  parte  importante della città di Cagliari che va a consistere nel Casteddu e’ susu  colto nel periodo di passaggio da una ricostruzione cogente con pochi margini di meta cognizione, alla consapevolezza di una nuova società il cui inizio  è dato, come significato dal titolo, Fermata al cinquattotto, lo stesso anno in cui si interrompe per sempre l’innocenza dei ragazzi di Castello e si chiude definitivamente un’epoca che non avrà più legami col nuovo mondo , quello delineato dal nuovo corso di cose  del circolo di San Saturnino conquistato da più scafati e politicizzati uomini organici al potere.


Maria Rosa Giannalia

martedì 29 gennaio 2019

Jan Mac Ewan: Chesil beach trad. di Susanna Basso. Ed. Einaudi, 2007




Recensione di Maria Rosa Giannalia 

Erano giovani, freschi di studi, e tutti e due ancora vergini in quella loro prima notte di nozze, nonché figli di un tempo in cui affrontare a voce problemi sessuali risultava semplicemente impossibile. Anche se facile non lo è mai”.

Inizia così il libro di Mc Ewan e in questo incipit mi pare sia riassunto molto bene lo spirito della narrazione e l’argomento che l’autore svilupperà. Una sorta di proemio che è informazione per i lettori rispetto a ciò che dovranno attendersi da questo romanzo.
La storia dei due protagonisti Edward e Florence, giovanissimi e colti, di buona famiglia lei, di famiglia  più povera e meno organica al contesto sociale borghese lui, lascerebbe supporre uno sviluppo narrativo giocato sul rapporto di coppia e sugli intrecci di una vita coniugale all’interno di quella stessa società inglese  che tanto innovativa è stata per tutta la generazione a cavallo dei due decenni degli anni sessanta e settanta del novecento.
In realtà il focus narrativo è proprio  su quanto viene esplicitato al lettore nell’incipit: la prima notte di nozze.
Due freschissimi sposi, Florence ed Edward, vanno a questo appuntamento assolutamente impreparati tecnicamente e psicologicamente, poco avvertiti anche nella capacità di autoanalisi in relazione all’avvenimento che càpita loro e loro malgrado.
Basta una semplice eiaculatio precox del giovane sposo, giusto al primo incontro sessuale durante i preliminari amorosi della loro prima notte, a fare esplodere tutto l’apparato matrimoniale , le attese, i progetti di vita e di lavoro posti in essere dai due giovani attraverso la lunga e meticolosa preparazione delle nozze con il corollario di presentazioni delle reciproche famiglie assai squilibrate sia per status sociale che per cultura e per tipologia di rapporto interparentale.
La famiglia di Florence sembra essere solida ed estremamente borghese, fondata su certezze  consolidate dall’appartenza generazionale dei genitori della giovane che non hanno dubbi riguardo a cosa sia veramente importante nella vita. Dall’altra parte, invece, c’è la famiglia dello sposo, completamente priva di certezze e ri-costruita su una cogente necessità: la malattia mentale della madre, che risulta essere eversiva rispetto ad ogni logica borghese di strutturazione della famiglia e dei rapporti parentali.
In questa situazione di partenza i due giovani sposi si collocano ciascuno con le sue proprie aspettative legittime che però, a causa di quel primo ed unico approccio sessuale, non avranno alcun seguito nella loro storia di coppia. Nello sfondo, una società, quella inglese, già avviata, da una parte,   verso il cambiamento epocale che non la vedrà mai più protagonista indiscussa di quell’impero coloniale che , per secoli, l’ha collocata al centro della storia del mondo, e dall’altra verso lo smantellamento dei valori forti che hanno connotato , ugualmente per secoli, quella stessa borghesia che era riuscita ad esportare nel resto del mondo persino i comportamenti interpersonali  sociali e familiari. La deflagrazione della rivoluzione sessuale degli anni sessanta, partita proprio da quella stessa società così avvitata sulla propria pruderie, fa implodere tutto il sistema su cui si era saldato e solidificato l’impero.
In questa ottica il fatto alla base del libro di Mc  Ewan, che  costituisce il dispositivo drammatico di tutta la narrazione - vale a dire l’incapacità dei due giovani di affrontare il primo loro rapporto sessuale -,   si sposta dall’essere un semplice avvenimento casuale e secondario, in fondo abbastanza frequente nella storia dei rapporti di coppia, a diventare un più ampio e importante  “fatto epocale” che porta alla luce l’incongruenza della società borghese dell’Inghilterra di fronte al cambiamento della storia. Cambiamento che non è determinato, in questo caso,  da macro-avvenimenti come  catastrofi, guerre o i conflitti economici tra stati, ma, più semplicemente,dalla trasformazione lenta ma inesorabile della mentalità sociale  capace, però, di stravolgere abitudini, comportamenti e con essi, le strutture sociali. Ecco che, quindi, la sessualità, quella sessualità descritta nel romanzo, non più episodica e acquiescente prestazione della donna nei confronti del proprio marito, ma non ancora fatto di matura e consapevole  volizione, finisce con l’essere eversiva, sintomo e causa ad un tempo della destabilizzazione delle strutture sociali.
Per questi motivi il romanzo di Mc Ewan mi è sembrato molto funzionale  ad esprimere lo sgomento di un’intera generazione , quella tra gli anni sessanta e settanta, di fronte al cambiamento epocale dei valori sociali. La narrazione si avvale di un linguaggio semplice, fluido, chiaro che supporta l’architettura del romanzo stesso, molto congruente con il narrato, precisa e senza sbavature stilistiche.


Donatella Di Pietrantonio: L’arminuta-Einaudi editore 2017





di Maria Rosa Giannalia

Si tratta di un romanzo che già dal titolo di testo rivela la situazione della protagonista: l’arminuta, cioè la “ritornata” che tale rimarrà per tutto il romanzo: il lettore non conoscerà il suo nome ma solo il suo ruolo dentro la situazione narrata.
L’autrice tratteggia il dramma di un’adolescente che, dopo essere stata adottata in modo informale da una zia acquisita, come si usava nel passato  della storia italiana, viene restituita alla famiglia di provenienza a causa di un ripensamento cialtronesco da parte di questa succitata madre adottiva di nome Adalgisa.
In realtà il dramma della ragazzina costretta a passare da una vita borghese con tutti i crismi di una buona educazione e di un’attenta cura da parte della famiglia adottiva, ad una realtà poverissima e deprivata culturalmente ed anche umanamente alla quale  spesso la povertà costringe, si trasforma via via in qualcos’altro che infine stupisce per le conseguenze positive dell’amore.
Di quale amore si tratti , l’autrice ce lo svela pian piano congiuntamente al ritmo narrativo del suo romanzo: la giovanissima “arminuta” viene restituita ad una realtà che, anche se mancante di tutto, possiede la forza del sentimento più sublime dell’amore: quello disinteressato della sorellina Adriana. Grazie a lei la protagonista riscatterà il suo ruolo di “oggetto di scambio” tra due madri fasulle  e accetterà di vivere la sua nuova vita fatta di autenticità , alla quale appunto viene restituita.
Io ho letto in questa chiave la “restituzione” di questa ragazzina, dapprima sconvolta e coinvolta con danno personale da avvenimenti che non capisce, per diventare via via capace di acquisire autonomia sentimentale.
Il libro è costruito attraverso una scrittura che alterna espressioni dialettali e registro colloquiale, per passare al registro medio, quando l’autrice, nei passi descrittivi e più precisamente narrativi, riesce a rivolgersi alla generalità dei suoi lettori.
Nel suo insieme questo romanzo presenta tutte le caratteristiche della dignità narrativa contemporanea senza però avere la presunzione di collocarsi nella sfera del “letterario”.
Personalmente l’ho trovato molto dignitoso nel mantenere ciò che promette fin dall’incipit.



lunedì 19 novembre 2018





Raccontare e raccontarsi: laboratorio di scrittura creativa

Docente: Maria Rosa Giannalia


In questo laboratorio, chiunque abbia la voglia di scrivere di se stesso o strutturare un racconto breve, potrà imparare a farlo.
Il laboratorio è destinato a tutti coloro che hanno sempre desiderato misurarsi con questa forma espressiva per comunicare agli altri il proprio immaginario e dare forma ai propri desideri del raccontare a parole.

Il laboratorio si articola in 12 incontri di due ore ciascuno in un orario comodo anche per chi lavora: dalle 18.00 alle 20.00, all’interno degli accoglienti locali dell’associazione Maestr’ale di Cagliari in via Sonnino n. 65, che già da diverso tempo ci ospita.
Il calendario si può visualizzare qui di seguito.

Cosa intendiamo quando parliamo di scrittura creativa?

Definire precisamente cosa si intende con l’espressione “scrittura creativa” non è semplice. Possiamo qui orientativamente dire che la scrittura creativa è una particolare forma di scrittura che ha come scopo l’invenzione delle immagini per parole, destinata ad un pubblico di lettori che possano fruirne per diletto personale.
Nel corso del nostro laboratorio impareremo a strutturare , progettare e scrivere la nostra autobiografia a partire da un oggetto evocativo della nostra infanzia o adolescenza, oppure da una fotografia. Partendo da questi oggetti inizieremo a rievocare, immaginare e sistemare letterariamente i nostri ricordi per renderli fruibili e interessanti per i lettori.
Impareremo anche a strutturare , progettare e scrivere un racconto attraverso la teoria e la prassi della scrittura letteraria.
Il laboratorio è suddiviso in tre momenti sequenziali ed integrati tra loro, corrispondenti alla durata di tre mesi.


Primo momento:

Inventare

Durante il primo mese tratteremo dell’invenzione di una storia: anche quando desideriamo raccontare fatti realmente accaduti, il racconto esige una trasformazione letteraria: trasferire i fatti di cui si fa esperienza in una forma che possa accattivare il lettore e inchiodarlo alla lettura dalla prima all’ultima parola. Questa possibilità ci è data proprio dalla scrittura letteraria che non è una scrittura per informare né per comunicare notizie e fatti accaduti, ma per emozionare e coinvolgere sentimentalmente il lettore e suscitarne l’empatia. In un racconto si inventano: il paesaggio, l’ambiente , i personaggi, gli avvenimenti, la trama.


Secondo momento:

Disporre

La disposizione di tutti gli elementi succitati assume un’importanza grandissima nella costruzione di un testo. Chi scrive deve decidere sulla forma da dare al racconto: quali avvenimenti presentare prima e quali dopo, in quali tempi collocare i personaggi e come intrecciarne le relazioni, quali espedienti di trama utilizzare ( colpo di scena, agnizione dell’identità di uno o più personaggi, flashback…).


Terzo momento:

Quale stile adoperare

La scelta dello stile dipende non solo da ciò che si vuole comunicare ma da come lo si vuol comunicare. Scegliere le parole, il registro linguistico, la punteggiatura, dà l’opportunità di rendere interessante il testo per il lettore, di coinvolgerlo intimamente nella narrazione sollecitandone l’identificazione con i personaggi e con la storia. Gli elementi di stile si avvalgono della retorica, vale a dire delle forme del comunicare, la cui efficacia è riscontrabile fin dai primordi della letteratura e di cui gli scrittori classici  sono i maestri. Per questo motivo, durante tutta la durata del laboratorio, prenderemo in esame dei testi esemplari tratti dalle opere dei più grandi maestri classici e moderni per analizzare le tecniche e , possibilmente, imparare da loro.


  
Calendario degli incontri


Mercoledì 30 gennaio    2019
Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari
Mercoledì 6 febbraio     2019

Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari
Mercoledì 13 febbraio   2019

Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari
Mercoledì 20 febbraio   2019

Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari
Mercoledì 27 febbraio   2019

Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari
Mercoledì 6 marzo        2019

Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari
Mercoledì 13 marzo      2019

Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari
Mercoledì 20 marzo      2019

Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari
Mercoledì 27 marzo      2019

Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari
Mercoledì 3 aprile         2019

Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari
Mercoledì  10 aprile      2019
Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari
Mercoledì 17 aprile       2019
Ore 18.00-20.00

Via Sonnino  n.65 Cagliari




I partecipanti saranno seguiti, per tutta la durata del corso, dalla docente che curerà la comunicazione e l’interazione  online attraverso la creazione di una mailinglist, una chat dedicata e un gruppo chiuso in facebook.


Dove ?

Il corso avrà luogo presso i locali dell’associazione  Maestr’Ale in via Sonnino n. 65 a Cagliari


Quanto costa?

Il corso ha un costo di soli 90 euro complessivi che copriranno, a titolo di contributo liberale alle spese, i costi dell’ attivazione e della gestione on-line. La cifra indicata si verserà in un’unica soluzione anticipata all’atto dell’iscrizione.

Per informazioni rivolgersi telefonicamente al n. 3493235986
oppure scrivere al seguente indirizzo di p.e. maria.giannalia@tiscali.it


mercoledì 1 agosto 2018

La sagra della ciliegia: la Sicilia tra storia, profumi e sapori.


di Rosetta Martorana.
Tutte le foto sono di proprietà della sig.ra Martorana






  




S. ALFIO: 



Anche quest’anno ( 30 giugno e 1 luglio )  si è svolta la sagra della ciliegia nella cittadina di s. Alfio scegliendo il suo nucleo principale nella Piazza Duomo, dove solitamente vengono allestiti diversi stands per la degustazione e quindi l’acquisto dei prodotti della gastronomia siciliana. Lungo la vicina via Coviello prende posto la famosa infiorata che, quest’anno, è giunta alla sua VIII edizione. Insieme all’infiorata di Noto e di Genzano (Roma) quella di S. Alfio risulta tra le più belle d’Italia. Nell’agricoltura catanese la Ciliegia dell’Etna occupa un posto di eccellenza a marchio DOP e viene prodotta in molti comuni vicini al vulcano estendendosi dalla costa fino ai 1600 metri d’altitudine.
Il paese di S. Alfio deve il suo nome alla tradizione religiosa dei tre fratelli, Alfio, Filadelfo e Cirino che furono deportati e condannati a morte in Sicilia.
Nativi di Vaste in Puglia, nella prima metà del III secolo, furono vittime delle persecuzioni contro i cristiani che li videro protagonisti di un viaggio avventuroso e mitico che toccò diversi centri come Roma, Pozzuoli, Messina, Taormina, Lentini, Trecastagni (questo centro nella sua toponimia ricorda i tre martiri “TRES CASTI AGNI”), Catania ed infine nuovamente  Lentini dove il ministro Tertullo li condannò a morte; di questa cittadina sono infatti i santi patroni.
Nel passato il paese di S. Alfio era una delle sette “torri” della contea di Mascali e solo nel 1923 diventò un comune autonomo; vantò una florida attività agricola e commerciale grazie alla produzione  di un vino scuro e ad alto tasso alcolico che piaceva ai Cavalieri di Malta.
Relativamente al Duomo di S. Alfio nel XVII secolo ebbe inizio l’edificazione della prima chiesa che poi sarà incorporata in quella attuale.  Nel rifacimento della facciata fu ingrandita la piazzetta anche per facilitare l’uscita e l’entrata della “vara” dei tre santi e  furono aggiunte le due navate laterali portando a tre le porte d’accesso.
I lavori di completamento e modifica, realizzati nel XVIII secolo, videro la  partecipazione della popolazione che diede il suo contributo lavorativo gratuitamente. La costruzione della parte superiore fu completata nel 1867, come viene riportato in una lapide commemorativa.     
Nel 1894 iniziarono i lavori di completamento all’interno con gli altari in marmo, le balaustre, la crociera centrale del pavimento, il pulpito e la pittura del trionfo dei tre Santi.
 La campana del campanile “Maria” è considerata la più grande della Sicilia, pesa 45 KG e porta l’immagine dei tre Santi in bassorilievo.
A S. Alfio, oltre al duomo, troviamo la chiesa del Calvario che risale al1878 e che fu edificata per il culto del venerdì santo e la chiesa di Nucifori che sorge nell’omonimo quartiere. Fu progettata nel 1957 e conserva al suo interno il busto della madonna di Tindari.

CASTAGNO DEI CENTO CAVALLI


Nel bosco di Carpineto sito nel Comune di S.Alfio si trova il “castagno dei cento cavalli” di m. 22 di diametro e m.22 d’altezza; a lui è legata una leggenda  che vede protagonista la regina napoletana Giovanna I d’Angiò (1343-1381) che fu coinvolta in una battuta di caccia con i suoi 100 cavalieri, ma furono tutti sorpresi da un forte e improvviso temporale che li costrinse a riparare sotto le chiome del castagno fino alla conclusione del temporale. 
Fonti storiche ben accreditate smentirono la presenza della regina Giovanna d’Angiò in Sicilia e cosi la fervida fantasia della tradizione popolare la rimpiazzò con la regina Giovanna d’Aragona o con l’imperatrice Isabella d’Inghilterra, aggiungendo delle note piccanti alla vicenda:  la bella sovrana avrebbe colà trascorso una piacevole notte amorosa con i 100 cavalieri, durante il temporale.
Entrando nell’ambito storico, vero e proprio, abbiamo notizie documentate di questo albero: infatti Antonio Filoteo ci riporta alcune notizie nel lontano 1611 e Pietro Carrera in una sua opera di botanica del 1636 riferisce che poteva riparare 30 cavalli con la sua ombra.
Lo studioso Giuseppe Recupero portò avanti la tesi dell’unicità della pianta e nel 1766 documentò lo stato d’abbandono della casa posta sotto le fronde del castagno.
Il 21 agosto 1745 fu pubblicato il primo atto del “Tribunale dell’Ordine del Real Patrimonio di Sicilia” con cui si tutelava istituzionalmente il Castagno dei cento cavalli ed il vicino Castagno-Nave. Questo è il primo documento in assoluto di TUTELA AMBIENTALE IN SICILIA.
La trasmissione SUPER QAURK di Piero Angela ha studiato il DNA dei vari ceppi ed ha concluso che è unico e che il castagno potrebbe avere la circonferenza più grande del mondo.
Tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre del 2006 l’UNESCO dichiara l’albero;” MONUMENTO MESSAGGERO DI PACE”.
Quest’ albero ha poi un fascino quasi mistico e surreale perché, grazie al gioco di luci e alla conformazione della corteccia, si possono individuare delle figure come l’orso, il cervo, il  coccodrillo, il viso di Gesù, il profilo di un viso che bacia Gesù,  la locusta e tante altre che arricchiscono la conoscenza di questo fenomeno naturale e ne risaltano il profilo artistico.     

MILO (Il buen retiro di Lucio Dalla)

Nelle zone viciniori ci sono altri centri degni di nota, come Milo, un paese ricco di storia e tradizione. Giovanni d’Aragona, fratello del re Pietro II, lo aveva eletto come residenza estiva e nel 1340 fece costruire la chiesa di S. Andrea attorno alla quale si è sviluppato un centro abitato in piena armonia con il paesaggio circostante.
Milo , essendo a 750 m. s.l.m. gode di un clima fresco d’estate e di un vasto panorama che si può godere dal belvedere antistante la chiesa di S. Andrea.          
Come tutti i paesi etnei anche Milo vanta una produzione agricola basata sui vini corposi di questa zona che annovera dei prodotti d’eccellenza come quelli dell’azienda vitivinicola “Barone di Villagrande”. Nel 1968 venne riconosciuta la D.O.C. ETNA, la prima Denominazione di Origine Controllata in Sicilia. Il disciplinare fu scritto da Carlo Nicolosi Asmundo, docente universitario nonché genitore dell’attuale barone titolare dell’azienda.
Nelle campagne di Milo il cantante Lucio Dalla, innamorato del paesaggio e della posizione del paese, costruì una villa dove si rifugiava e dove era ispirato per le sue composizioni.
A due chilometri da Milo si trova Finazzo con le sue caratteristiche segherie, vista l’abbondanza dei boschi che assicurò lavoro a tanti boscaioli e artigiani del legno. Un’altra risorsa economica del passato furono le “niviere” che permisero il commercio della neve particolarmente nel periodo estivo.
Nel momento in cui ci si mette in viaggio per conoscere ed esplorare nuovi posti ci si rende conto delle bellezze e delle ricchezze culturali e tradizionali che offre la nostra terra ed in modo particolare la Sicilia per noi Siciliani e non.
L’ “Accademia”, con la direzione di Bartolo Sammartino e l’ organizzazione  di Carmelo Impellizzeri, offre  sempre l’opportunità di cogliere un “quid” in più ; per questo infatti gli itinerari da loro organizzati sono definiti “I LUOGHI DELL’ANIMA”.



 




giovedì 7 giugno 2018

Píntame angelitos negros


Poche volte mi è capitato di ascoltare  con passione e commozione un testo così bello come quello che stamattina ho sentito nell'interpretazione di Margarita Medina, un'allieva del corso di scrittura autobiografica per stranieri presso l'associazione Arcoiris di Quartu Sant'Elena. Margarita è una donna minuta, timida  e con uno sguardo dolcissimo, ma quando ha iniziato a leggere la poesia si è infiammata di un vigore  scenico che ha prodotto in tutti noi un ammirato silenzio. I miei occhi sono andati per loro conto e lacrime di commozione mi hanno appannato lo sguardo. Non mi succede molto spesso, sia per l'età che preserva da banali meraviglie, sia per poesie troppo diffuse e per questo prive dello stupore della prima volta.

Tutti noi abbiamo ascoltato e apprezzato la canzone di Fausto Leali: Angeli neri, ma pochi di noi conoscono il testo intero e soprattutto l'autore di questa bella poesia:  si tratta di Andrés Eloy Blanco, poeta argentino, appartenente al gruppo venezuelano della generazione del '68, che scrisse questo testo  pubblicato nel 1958, 
Questa poesia si può ben considerare un inno contro la discriminazione razziale. E' molto conosciuta in tutti i paesi di lingua spagnola e il testo fu musicato da Manuel Alvarez Renterìa in un ritmo di bolero. Il cantante che ne interpretò lo spirito fu Manuel Infante e successivamente Antonio Machìn.
Canzone in lingia originale qui
Riporto qui il testo in lingua spagnola e la traduzione in italiano

Píntame angelitos negros 

di Andrés Eloy Blanco


¡Ah mundo! La negra Juana,
¡la mano que le pasó!
Se le murió su negrito,
sí, señor.

—Ay, compadrito del alma,
¡Tan sano que estaba el negro!
Yo no le acataba el pliegue,
yo no le miraba el hueso;
como yo me enflaquecía,
lo medía con mi cuerpo,
se me iba poniendo flaco
como yo me iba poniendo.
se me murió mi negrito;
dios lo tendría dispuesto;
ya lo tendrá colocao
como angelito de Cielo.
—Desengáñese, comadre,
que no hay angelitos negros.
Pintor de santos de alcoba,
pintor sin tierra en el pecho,
que cuando pintas tus santos
no te acuerdas de tu pueblo,
que cuando pintas tus Vírgenes
pintas angelitos bellos,
pero nunca te acordaste
de pintar un ángel negro.
Pintor nacido en mi tierra,
con el pincel extranjero,
pintor que sigues el rumbo
de tantos pintores viejos,
aunque la Virgen sea blanca,
píntame angelitos negros.
¿No hay un pintor que pintara
angelitos de mi pueblo?
Yo quiero angelitos blancos
con angelitos morenos.
Ángel de buena familia
no basta para mi cielo.
Si queda un pintor de santos,
si queda un pintor de cielos,
que haga el cielo de mi tierra,
con los tonos de mi pueblo,
con su ángel de perla fina,
con su ángel de medio pelo,
con sus ángeles catires,
con sus ángeles morenos,
con sus angelitos blancos,
con sus angelitos indios,
con sus angelitos negro,
que vayan comiendo mango
por las barriadas del cielo.


Traduzione

Ah! mondo, la nera Giovanna
ha avuto un brutto destino!
Il suo bimbo nero è morto.
Sì, signore.

-Ah, compare dell'anima,
così integro era il mio corpo nero!
Io non ho visto nel mio corpo 
i segni del disfacimento!
L'ho protetto col mio corpo,
ma mi stavo indebolendo,
mi stavo ammalando,
il mio bambino mi è morto!
Dio lo ha voluto con sé
e lo ha posto nel cielo
come un angelo.

-Non illuderti, comare,
ché non ci sono angeli neri!

Pittore di santi di camere da letto,
pittori di gente ricca e nobile,
quando dipingi i tuoi santi
non ti ricordi del tuo popolo,
quando dipingi le tue vergini,
dipingi angeli belli,
però non ti sei ricordato 
di dipingere angeli neri.

Non c'è un pittore che ha dipinto
angeli della mia terra?
Io voglio che ci siano angeli bianchi 
ma anche angeli neri.
Gli angeli di famiglie ricche
non sono sufficienti per il mio cielo.
Se rimane un pittore di santi,
se c'è un pittore del paradiso,
lasciagli dipingere il paradiso
con i colori della mia terra,
con i colori del mio popolo,
con i suoi angeli di perle,
con i suoi angeli dai capelli corti,
con i capelli biondi,
con i capelli scuri,
con i suoi angeli indios,
con i suoi angeli neri,
che vanno mangiando manghi
nelle strade del paradiso.