mercoledì 13 dicembre 2017

'A Truvatura: prima puntata

  


                                                                          

 Apro oggi, in questo mio blog, una sezione etichettata " I CUNTI" che sarà dedicata ad un tipo particolare di narrazione. 
   I cunti, nella tradizione popolare siciliana, erano fino a non molti anni fa, i racconti orali, rigorosamente in dialetto, che, specialmente i nonni, raccontavano ai bambini, durante le serate invernali, quando, dopo cena ci si sedeva  attorno o’ cufularu, il braciere, cioè,  che scaldava l’unica stanza dove la famiglia si riuniva per mangiare e, in mancanza dei mezzi tecnologici , tipo la televisione o il computer, di cui oggi disponiamo, per passare qualche ora insieme. 
  Il fascino di questi cunti era affidato alla capacità di affabulazione degli anziani, che, in questo contesto, rappresentavano i soggetti privilegiati del divertimento dei nipoti e di tutti componenti della famiglia i quali spesso si alternavano in questo tipo di intrattenimento. 
   I cunti in Sicilia, come in tutto il sud, rappresentavano un vero e proprio genere letterario orale che prevedeva precise regole in fatto di trama, intreccio e protagonisti.
   I cunti più seguiti e amati erano quelli che narravano le vicende di spirdi e diavuli capaci di affascinare soprattutto i bambini per l’alone di mistero che contenevano e per la stimolazione dell’immaginario collettivo conferito proprio dall’uso rigoroso dei tòpoi (luoghi comuni) condivisi.
  Iniziamo con un cunto raccolto e trascritto in lingua italiana da Giuseppe Perricone.
Lo pubblicheremo a puntate con cadenza settimanale.




Nella foto: 'u cufularu ( piccolo museo del Castello di Castelbuono  di Sicilia)




La foto è stata fornita dall'autore del racconto e inserita col suo consenso.


'A truvatura  
di Giuseppe Perricone


Prima puntata


Un detto che la gente ripete spesso con tono interrogativo all'indirizzo di qualcuno arricchitosi tanto improvvisamente quanto inaspet­tatamente é:
- Ma chi truvò 'a Truvatura? [1]


Ai giorni nostri viene di solito ripetuto con ironia, a volte anche con sarcasmo e altre ancora con sospetto, quasi a volere intendere che si nutrono seri dubbi sulla liceità della provenienza di tali improvvise ricchezze. Fino a qualche tempo fa, invece, non era così che era intesa quest'espressione. Allora, quando anco­ra il Magico e il Soprannaturale facevano parte del quotidiano almeno nelle convinzioni della gente comune, quanto ora si considera irreale, frutto della suggestione, superstizione o, peggio ancora, soltanto volgare ciarlataneria, era ritenuto una normale manifesta­zione di "presenze" o di fatti che sebbene non si riuscissero a spiegare empiricamente, tuttavia esistevano e accadevano.

- 1870 A.D. –

   Mastro Gaspare Lo Monaco, era un bell'uomo sui trentacinque anni, alto, biondo, robusto, occhi cerulei, insomma, un tipico normanno di Sicilia. Giovanissimo era rimasto vedovo di Donna Giacinta e, nonostante la giovane età, era padre di quattro figli, tre maschi e una femmina. Il più grande di loro, Ciccio, aveva circa sei anni,       Damiano, il secondogenito, quattro, Rosina due e Andrea, il più picciriddu, circa sei mesi. Donna Giacinta purtroppo era morta di parto alla nascita dell’ultimo figlio.
   Benché fosse stato molto innamorato della moglie, tanto che il rimpianto di lei non lo abbandonò mai, dopo quasi un anno dalla sua dipartita, Gaspare si risposò, ma solo perché aveva necessità di qualcuno che si occupasse dei bambini mentre lui era al lavoro.
 Anche questa unione durò poco, infatti, circa quattro anni più tardi, ristò ancora vidovo.
Qualche mese dopo questa seconda vidovanza, ebbe modo di concludere un buon affare accattando una casa che da anni non era più abitata.
A quei tempi, Mastro Gaspare era uno dei pochi in paese a possedere più di una casa; ciò era dovuto al fatto di essere uno dei mastri muratori più richiesti e canosciuti sia in paese che nel circondario, Palermo compresa.
La spesa non fu eccessiva rispetto al reale valore dell'immo­bile. Era in pieno centro. L'ingresso principale infatti dava direttamente sulla piazza del paese e il secondario, sul retro, in una stradina che dopo breve tratto si concludeva in campagna.
La casa aveva quattro càmmare tutte comunicanti; le prime tre erano perfettamente allineate e dall'ultima di esse si trasiva nella quarta tramite un ingresso che si apriva nella parete di sinistra. In quest'ultima cammara era stato ricavato uno stanzino per il cabinetto. Alla destra di ognuna delle prime tre c'era un cammarino.
Gaspare, dopo avere apportato alla casa alcune riparazioni resesi necessarie doppo tanti anni di abbandono, vi si stabilì con la famiglia. Adibì la prima cammara, quella che dava direttamente sulla piazza, a soggiorno-sala da pranzo e il cammarino adiacente a cucina; la seconda era la sua cammara da letto col cammarino che fungeva da stanzetta per il piccolo Andrea; la terza stanza era occupata dai due figli più grandi, Ciccio e Damiano e nel relati­vo stanzino venivano riposti gli attrezzi da lavoro. L'ultima era quella di Rosina. L’arredamento della stanza era costituito da un lettino posto subito a sinistra entrando, un pesante armadio a due ante, un tavolinetto appoggiato alla parete di destra, proprio sotto una grande finestra con la grata, e, ai piedi del letto, una sedia, sulla cui spalliera la bimba, prima di coricarsi, riponeva i vestiti che aveva indossato durante il giorno.
Era da circa un mese che la famiglia Lo Monaco dimorava nella nuova abitazione quando una notte furono tutti bruscamente svegliati dalle grida terrorizzate di Rosina. Solo Andrea, il picciriddo, continuò a dormire placidamente.
Non appena Gaspare si fu reso conto che quelle urla proveni­vano dalla stanza della figlia, saltò giù dal letto e vi si precipitò come una furia. Ciccio e Damiano erano già lì che cercavano vanamente di consolare la sorella. Ma questa continuava a urlare disperata e solo quando avvertì la presenza del padre, senza smettere di piangere e stringendosi a lui, as­sunse una espressione rassicurata. Infatti, sentendosi ora al sicuro, prese a inveire con parole apparente­mente sconnesse in direzione della base dell'armadio:
- Tinni vai ora? Ti scanti r’u papà? Brutto vigliacco, fai acchianari arreri a Ancilo! (1)
Gaspare immaginò subito che la figlia aveva "visto" qualcosa o qualcuno che … "non apparteneva a questo mondo".
Portò la bambina nel proprio letto e invitò gli altri figli a riprendere il sonno così bruscamente interrotto e per tranquil­lizzarli, li convinse che la sorella aveva fatto un brutto sogno.
Quando i picciotti si misiru a letto, l'uomo chiuse la porta della loro stanza e con fare persuasivo chiese alla bimba di cuntaricci (2) l'esperienza che aveva appena vissuto, cosa che lei fece subito.
Già da qualche notte la bambina veniva destata da strani rumori che sembravano provenire dall'armadio. La paura la costringeva a rintanarsi sotto le coperte malgrado la curiosità, prerogativa principale dei bambini, la spingesse a verificarne l’origine.
Quella sera, invece, con un grande sforzo di volontà riuscì a vincere la paura che la attanagliava. Non appena quei rumori si fecero risentire, la sua prima reazione fu la solita, ma notando che gli scricchiolii non accennavano a diminuire d'intensità, facendosi coraggio abbassò lentamente le coperte fino a lasciare scoperta la testa e, pronta a ricoprirsi subito al primo accenno di "peri­colo", lentamente la sollevò dal cuscino. Ma, visto che la spalliera della sedia coperta dai suoi vestiti le occludeva la visuale della parte inferiore dell'armadio, fece leva sui gomiti e si sollevò fino a ritrovarsi seduta in mezzo al letto.
Solo grazie al chiarore lunare che filtrava dalla finestra soc­chiusa riusciva a intravedere il contorno dei mobili. Fu così che Rosina guardando in direzione dell'armadio indo­vinò i contorni di una forma umana accovacciata ai piedi di esso. Stranamente un misterioso alone, pur lasciando il resto della camera nella consueta penombra, prese a circondare quell'appari­zione fino a renderla completamente visibile e chiara.
In prossimità del pesante mobile, seduto sul pavimento a gambe incrociate stava un bambino che dimostrava di avere pres­sappoco la stessa età di Rosina. L'abbigliamento lasciava suppor­re che appartenesse a una famiglia piuttosto agiata, infatti indossava una candida camicia abbottonata fino al colletto bordato di fine pizzo; un paio di calzoni corti di colore blu gli coprivano le gambe fin poco sopra il ginocchio e notò pure che non portava scarpe ma solo un paio di calzettoni anche essi bianchi.
I capelli, biondi e lisci, ben pettinati con la riga a sinistra gli incorniciavano il bel viso rotondo, dai tratti regolari.

                                                                               (continua)


[1] Che ha trovato la Truvatura(?

[1] Che ha trovato la Truvatura(?

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