venerdì 5 febbraio 2021

Sulla faccia della terra- Romanzo di Giulio Angioni

Recensione di Maria Rosa Giannalia



 

Editore: Feltrinelli

Collana: Indies. Feltrinelli/Il Maestrale

Anno edizione: 2015

 

   Chi volesse leggere questo libro di Giulio Angioni, antropologo, come una lettura di piacere, credo avrebbe qualche difficoltà. Ritengo infatti, che questo sia uno di quei  romanzi che richiede attenzione e impegno anche se si presenta in forma molto agile e breve - sono appena centocinquanta pagine circa-  ma assolutamente pregnante per i contenuti espressi.

    Il contesto storico è la lotta che  Pisa e Genova ingaggiano senza esclusione di colpi per impadronirsi del giudicato di Cagliari,  libero da asservimenti feudali ad altre entità politiche estranee all’isola di Sardegna la quale,   nel medioevo, presenta una storia differente rispetto a quella del resto dell’ Europa infeudata e sottoposta alla reggenza dell’imperatore, essendo organizzata in quattro Giudicati indipendenti ognuno dei quali risponde all’autorità della reggenza di un giudice autoctono e autonomo. Unico esempio di autogoverno  nell’Europa feudale.

   La narrazione si incardina sulla figura di un narratore interno, certo Mannai Murenu, vinaio di Seui, che settant’anni dopo i fatti accaduti nell’anno 1258, quando i Pisani prendono d’assalto la città di Santa Gia ( l’antica Cagliari), radendola al suolo e spargendovi sale sopra, dopo essersi dato per morto, in realtà resuscita e, da vecchio, racconta la storia della quale è stato testimone .

   In questa avventura Mannai è   in compagnia di  Paulinu da Fraus servo di convento, Akì, schiava persiana, Vera da Tori di nobile casato. Al quartetto si aggiungerà più avanti l’ebreo Baruch,  paralitico, e due giovani sediari che hanno il compito di trasportarlo. Questi personaggi si stabiliscono presso lo stagno prospiciente la città di S. Gia - ,in realtà Santa Igia - in una isoletta-lebbrosario dove difficilmente i pisani si avvicineranno e dove i sette protagonisti potranno sopravvivere grazie all’abbondanza di pesce, di frutti di mare e altri buoni nutrienti presenti in abbondanza nello stagno.

E lì riescono ad organizzarsi la vita in una sorta di minisocietà strutturata senza gerarchie, dove ciascuno  assume valore e necessità grazie alle proprie competenze nell’arte della sopravvivenza. La società organizzata ha una struttura orizzontale  nella quale tutti hanno voce in capitolo legati tra di loro non da rapporti di potere ma  di solidarietà.  Questa piccola compagnia riesce a sopravvivere  fino a quando i nemici  pisani  decidono di distruggere la loro comunità e l’isolotto- lebbrosario in cui hanno preso dimora.

   Fin qui l’esile trama. Ma il romanzo è molto più che la sua trama poiché, a mio parere, credo sia stata pensata dallo stesso autore come narrazione a carattere antropologico.

    Il romanzo funge da pre-testo per un approfondimento  che mutua dai testi narrativi una struttura finalizzata , proprio attraverso il narrato , alla conoscenza-descrizione dei caratteri antropologici degli isolani di questa parte costiera.

     Nel testo si colgono parecchi spunti in tal senso a partire dai tòpoi di riferimento molto connotati: gli scampati alla distruzione, per esempio, che decidono di riorganizzare la propria vita in una comunità di pari senza alcun ordine gerarchico ma solo in base alle esigenze di sopravvivenza; lo stagno dove questa minuscola società nascente trova  il luogo ideale per la sopravvivenza e lo elegge come luogo degli scambi ( cuncambias); i riti della nascita e del matrimonio. Lo stagno è il luogo dove si incontreranno e si stabiliranno gli altri personaggi convenuti successivamente, come  tre soldati tedeschi capitati nell'isolotto per caso e altri. Tutte queste presenze di diversa provenienza geografica ed etnica convivono nell’isola-lebbrosario denominata Terra Nostra, in pace e in solidarietà intorno al personaggio-chiave l’ebreo Baruch, còlto, saggio, razionale, in grado di indirizzare la piccola comunità e di indicare con chiarezza i  valori su cui fondare la nuova comunità.

   Mi sembra sia evidente l’esigenza da parte dell’autore di descrivere una utopia sociale, dove rispetto, solidarietà, amore nella piccola comunità nascente, si oppongono all’avidità, all’arroganza, al disprezzo per la cultura dei nativi, tipica dei conquistatori. La mitezza predominante dei personaggi non permette loro di resistere all’ultima grande offesa dei Pisani che alla fine distruggono tutto con la loro violenza. Solo l’amore salva , nella conferma finale dell’affermazione classica amor vincit omnia et nos cedamus amori che alla fine si sostanzia nella rinuncia della libertà di nascita dell’unico personaggio di nobile casato, Vera de Tori, la quale, anziché rinunciare al marito tanto amato ma di condizione servile e agli stessi figli anche loro servi  perché nati da un servo, si rende serva anche lei. In fondo ogni romanzo ha un lieto fine e questo è il fine lieto con cui Angioni conclude la sua storia.

   Ma gli uomini? C’è un passo che mi ha fatto molto riflettere: 

 

E siccome il peggio di altrove è spesso una minaccia anche per noi, sull’Isola Nostra, Paulinu mette a frutto anche altrimenti il genio militare dei tedeschi, prima che se ne vadano davvero dal loro re tedesco di Sardegna ( re Enzo?).

In caso di attacco che si fa? Resistere? Manco a pensarci. Vie di fuga piuttosto, giù per la laguna…

 

Non si parla mai di lotta né di resistenza, ma solo di fuga e di scampo.

La forma prescelta è quella della narrazione a più voci: a Mannai Murenu al quale l’autore Giulio Angioni affida il compito dell’aedo che parla la lingua dei sardi in una sintassi calibratissima che riprende il parlato traslato solo nelle parole dell’italiano, si affiancano, come  narratori di secondo grado, tutti gli altri personaggi ognuno dei quali parla nella sua lingua resa  attraverso la differenza di registro linguistico: colta e raffinata quella di Baruch l’ebreo, immaginifica quella di Akì la schiava persiana, umile e tutta cose, quella di Tidoreddu e dei sediari. E così il romanzo procede intessendo la piccola storia, che qui assume dignità di racconto degli umili, contrapposta alla grande storia che sfugge spesso alla comprensione dell’umanità che la sta vivendo e che difficilmente ne comprende le ragioni.  Così la storia raccontata dalle donne diverge totalmente da quella raccontata dagli uomini: ognuno si racconta la sua storia che alla fine è fatta più dal racconto dei modi di sopravvivenza che dalle vicende che trovano posto nei libri.

La narrazione costruita attraverso la creazioni di archetipi presenta però un limite: l’intento didascalico dell’opera affiora tra le righe e attraversa tutta la vicenda rendendone  meno avvincente la lettura. Il carattere antropologico dell’opera non permette l’approfondimento psicologico dei personaggi, svincolandoli dal loro ruolo e mostrandoli al lettore in tutti i loro risvolti umani, così come avviene in genere nelle letture di piacere. Perciò il lettore assai difficilmente potrà rinvenire questa piacevolezza. E’ necessario piuttosto che egli si avvicini all’opera in un’ottica diversa.  Tuttavia tale aspetto costituisce il grande valore di questo libro: la creazione di un universo archetipico  della popolazione sarda attraverso la tipicizzazione dei personaggi. Non può sfuggire all'attenzione del lettore  che tali archetipi sono quelli che tuttora stanno alla base dei connotati caratteriali degli isolani.

 


  

 

 

sabato 9 gennaio 2021

La vita davanti a sé Di Romain Gary Ed.Neri Pozza

 Recensione libro di Maria Rosa Giannalia



   Durante la lettura di questo romanzo, non ho potuto fare a meno di inoltrarmi virtualmente per le strade di Belleville, quartiere multietnico di Parigi dove è ambientata la vicenda. E siccome l’ho visitato in uno dei miei viaggi in quella  città, quel quartiere, che attraverso le parole del romanzo,  si è offerto alla mia immaginazione, mi è apparso diverso e  lontano dall’immagine attuale che si squaderna agli occhi di chi ci si rechi oggi, ma ancor più lontano mi sembra essere dalle descrizioni che ne fa Daniel Pennac nel bellissimo suo libro “La fata carabina” e la saga dei Malausséne.

   Il quartiere di Belville, così come ce lo presenta Romain Gary, è un quartiere di poveri immigrati della seconda generazione dall’Africa e da altri paesi ex colonie francesi, dove si consuma la vita di madame Rosà e di Momo i due protagonisti principali del libro.

   La trama del romanzo è semplice: una ex prostituta, ormai vecchia e in disarmo, ospita a casa sua per sbarcare il lunario i figli , anche molto piccoli, di altre prostitute  le quali, piuttosto che affidarli ai brefotrofi statali, preferiscono darli in cura a Madame Rosa perché sanno di poterli riprendere appena sarà loro possibile.

   Ma M.me Rosa è stanca, grassa, vecchia e pure ebrea, vive in un appartamento molto popolare al sesto piano senza ascensore dove da lì a poco non potrà più salire se non con l’aiuto dei suoi vicini di buona volontà.

   Momo in questa strana “famiglia” è il bambino più grande, sa di avere dieci anni, o così le ha detto M.me Rosa, ma quasi alla fine del romanzo il lettore scoprirà che ne aveva quattordici ben sottaciuti dalla stessa Rosa che, affezionatasi moltissimo al ragazzino, vuole tenerlo con sé quanto più possibile. I due si amano rispettivamente di un amore filiale (Momo) e materno ( M.me Rosa),amore che è molto più di un surrogato di quello vero che normalmente esiste tra madre e figlio, perché nato dalla necessità ma scelto consapevolmente. Intorno a questo sentimento che  è il leit-motiv di tutto il romanzo, il suo autore fa girare una serie di personaggi che stanno in relazioni differenti con i due protagonisti.

   Così possiamo vedere Momo che , dopo un inizio di convivenza molto sofferta, si relaziona in modo molto affettuoso col piccolo della comitiva che sorride sempre e con il quasi coetaneo ragazzo ebreo col quale solo apparentemente si scontra ma che, poco per volta, impara ad amare nonostante la diversità di religione. E ancora Hamil il venditore di tappeti che legge, oltre al Corano, anche Victor Hugo nel suo romanzo più avvincente “I Miserabili”; il dottor Katz, medico di fiducia, ebreo, di M.me Rosà, pronto ad intervenire tutte le volte che quest’ultima ha necessità delle sue cure per sé e per i bambini; M.me Lola, una trans simpatica e allegra , pronta ad intervenire anche lei per qualsiasi bisogno di questa strana famiglia. Insomma una vera e propria girandola di personaggi che diventano persone vive attraverso le parole dell’autore.

   E’ una Parigi periferica, minore, lontana dalla luci e dallo sfarzo dei luoghi in cui la letteratura ottocentesca collocava le storie di contesse, conti e marchesi, molto più vicina a quella del realismo di Emile Zola ma calata nella temperie del secondo novecento. E, dicevo, lontana anche dai personaggi di Daniel Pennac molto più scanzonati e improbabili con il loro ottimismo e la vocazione a vivere perennemente di espedienti. Anche questi personaggi che Romain Gary mette in campo vivono di espedienti, ma sono quegli espedienti  tristi che fanno risaltare la miseria , l’infelicità, la sperequazione sociale nella società parigina del secondo novecento dove i bambini, vittime incolpevoli, devono cercare da sé i riferimenti affettivi senza i quali è molto difficile sopravvivere.

   Si leggono così alcuni episodi del romanzo dove si racconta che Momo nello spasmodico desiderio di fare tornare la madre, sporca con i suoi escrementi tutto il pavimento della casa di M.me Rosa, come gli avevano detto che avrebbe dovuto fare se voleva far tornare alla svelta la madre stessa. Episodi, questi, che tramite la potenza dell’ironia fanno entrare il lettore all’interno dei sentimenti e delle emozioni di Momo, come anche di tutti gli altri personaggi.

   Il romanzo ha la potenza di una rappresentazione vivida affidata oltre che alle immagini anche all’architettura della storia vivacizzata dalla presenza di flash back,  alla scelta linguistica e del punto di vista. La narrazione è infatti giocata tutta nell’ottica del punto di vista di Momo, cosa che permette di spaziare su quel mondo narrato con l’occhio di un bambino quasi adolescente che, con la sua visione innocente del mondo, ne svela tutte le nefandezze e il dolore.  Ma questa infanzia dolente non va a rappresentarsi mai con immagini di cupo pessimismo e la denuncia sociale che traspare attraverso le parole e le riflessioni di Momo rimane in bilico tra il dramma e la commedia, come solo i bambini sanno fare.

   Naturalmente questi sono gli effetti dell’ironia  di cui l’autore permea tutto il narrato in un unicuum che non annoia mai il lettore.

   Per concludere questa breve esposizione , mi sembra che questo romanzo ruoti intorno ad un tema fondamentale: l’amore: l’amore come tema principale della vita,  causa e  conseguenza di tutte le vicissitudini narrate, del procedere dei personaggi e della conclusione stessa la quale, pur nella sua macabra rappresentazione, non fa che celebrare la potenza di ogni forma di questo sentimento.


La vita davanti a sé – film

Recensione di Gemma Pardocchi

 

Il film mi è piaciuto nel suo complesso, l’ho guardato con interesse e ammirato la Loren per la sua spontaneità e immersione nel ruolo. L’ho trovato gradevole, con una buona fotografia e buona ambientazione: la trasposizione in una città meridionale italiana (Bari la location ma non determinante) affollata, con quartieri popolosi ha contribuito a confezionare un prodotto certamente diverso dall’originale romanzo dal quale è tratta la storia, o per meglio dire si è ispirata la storia. Una diversità che non ha nociuto al film anzi ha proiettato la storia in una dimensione molto  attuale e vicina a noi, che stiamo vivendo ora e  in modo drammatico i problemi dell’immigrazione.

Ma…il film non ha la ricchezza del libro, in temi e espressioni. Non c’è denuncia sociale, la varietà del mondo della banlieue è sostituita da gruppetti anzi singoli spacciatori che giocano a fare ‘gomorra’, mentre i comportamenti di Momò e la sua evoluzione sia verso il ‘male’ che verso il ‘bene’ non sono sufficientemente sviluppati. Cosi come il crescente affetto e rispetto per  madame Rosà. Il suo mistero, il mistero della sua vita e del suo rifugiarsi nella stanza ebrea segreta, che attrae Momò tanto dal distoglierlo dal giro dello spaccio per dedicarsi al suo svelamento e conseguentemente a lei, ci pare almeno all’inizio un po' fuori tema. Momò è diverso quì, è un ‘arrabbiato’, sfidante, contro tutto e tutti, non ha quello sguardo ironico e  candido col quale guarda al mondo. La regia ne ha voluto fare l’emblema dei pericoli che un giovane  immigrato sradicato, pieno di dubbi e rimpianti per la sua esistenza perduta, corre  nel mondo di oggi e nelle nostre periferie urbane. Che qui sono rappresentate solo dal boss e dal suo delfino: troppo poco per rappresentare la multietnicità e culturalità che tanto arricchiva il libro e quindi la vita e l’educazione del protagonista nel libro.

Certo il film é centrato principalmete sulla figura di madame Rosà, o meglio sulla attrice icona, Sofia Loren, che appare una donna stanca, con la vita che si è sempre accanita contro di lei, stanca anche di fuggire i fantasmi, e malata…l’ultima parte dele film con Rosà malata in ospedale, la fuga con Momò, e la veglia e il lento accompagnare di Momò alla morte è forse la parte migliore dove il sentimento che anima questo rapporto, che conduce Momò alla vita adulta e Rosà alla morte,  si chiarisce e si dispiega come centrale nel film e nel libro.

Un applauso alla Loren per l’interpretazione, ma soprattutto per avere coraggiosamente esposto le sue rughe, la sua camminata esitante, la sua debolezza di ottantenne, lei che fu una delle attrici piu acclamate per la sua bellezza statuaria, e prorompente,  dando prova di amare più il suo mestiere che la sua immagine patinata.

Il regista non ha voluto sceglier Napoli per lo sfondo, per evitare l’ovvietà, probabilmente, ma Napoli e il suo tessuto sociale e architettonico avrebbe contribuito sicuramente a creare quella ‘atmosfera’ di epopea di diseredati e di corte dei miracoli, fornendo anche più spunti narrativi a sceneggiatore e regista.

 

Diverso e più in linea col romanzo,    il film del 1977, ( su You Tube, in francese con sottotitoli in inglese), con Simone Signoret, vera icona del cinema francese, vincitrice dell’Oscar per l’interpretazione femminile, ambientato invece poprio in un quartiere popolare di Parigi popolato di emigrati e emarginati. Le generosità e la disponibilità degli abitanti dello stabile e del quartiere per aiutarsi nelle difficoltà è messa ben in luce.

Nell’edificio dove Madame Rosà ha il suo appartamento e custodisce i bambini a lei affidati, le riprese sottolineano le scale e i piani che Rosà deve con fatica salire per raggiungerlo e si pongono quasi come i refrain di una ballata, intervallando lo sviluppo narrativo della storia.

Anche questo film focalizza molto  sulla figura di Madame Rosà, e verso la fine fa risaltare la figura del ragazzo, che stando vicino alla donna malata, compie una maturazione e evoluzione interiore, diventando narratore fuori campo in quell’esercizio di tornare indietro, riavvolgere il nastro,  che aveva tanto apprezzato nella sala di doppiaggio.

Il rapporto fra la donna e il ragazzo è ben sviluppato e si intreccia col progredire della malattia di madame Rosà fino a che i due non possono più fare a meno l’uno dell’altra,: Momò la elegge a madre a tutti gli effetti e lei confida in lui per poter morire tranquilla e in pace nella sua stanza ebrea, vicino alle sie radici, alla sua storia, sottraendosi alla ‘crudeltà’ dell’accanimento terapeutico in ospedale che avrebbe solo prolungato la sua agonia. Qui nella ultima parte del film si focalizza sul problema dell’eutanasia che in una ‘società civile’ come dice il dottor Katz è contro la legge.

Accentuato in maniera positiva e significativa, il lato delle differenze religiose fra ebrei e mussulmani, e la curiosa intercambiabilità che si realizza in Momò, educato alla Mussulmana col Corano (ma anche con letture europee come i Miserabili) ma capace di imparare e recitare la fondametale preghiera ebrea, che viene messo sotto la lente dell’ironia a significare che la preghiera è una, la fede è una, e le divisioni non sono utili alla tolleranza e buona convivenza.

Ho trovato questo film molto bello, con la tipica atmosfera francese nelle ambientazioni, dove la storia si sviluppa in maniera logica e fluida fino alla conclusione finale; bellissimo anche il personaggio costruito dalla Signoret, una madame Rosà stanca e malata  ma capace di sorridere e di un certo ottimismo sulla vita, degno dell’Oscar.

 

 

giovedì 3 dicembre 2020

Al giardino ancora non l’ho detto di Pia Pera ed. Ponte alle Grazie, 2016

   Recensione di Maria Rosa Giannalia

genere: autobiografia

  

L'autrice 
Pia Pieri è una scrittrice lucida , un’intellettuale raffinata, una docente di letteratura russa informata ad un ambiente di grande levatura culturale, con frequentazioni nell’ambito del mondo letterario molto prima della scrittura di questo libro.

 Qui l'autrice si racconta in una sorta di autobiografia degli ultimi tre anni di vita, portata a termine, pochi mesi prima della morte, a causa di una forma acuta e galoppante di sclerosi multipla laterale che in pochi anni ha determinato il suo fine vita.

   La protagonista, conosciuta la diagnosi definitiva del suo male ne percepisce tutta la drammaticità in relazione non solo alla sua salute ma anche alla sua grande passione: la cura particolare del suo podere che dopo l’acquisto, ha trasformato in un giardino magnifico il quale, insieme al casolare ristrutturato, costituirà la sua dimora abituale dove progettava di vivere fino alla vecchiaia.

   Quando saprà di avere a disposizione un tempo limitato dalla sua malattia che la trasformerà in invalida soprattutto nella deambulazione e quindi inadatta a continuare personalmente a prendersi cura del suo giardino, decide di dedicare il suo tempo ad ascoltare  il suo corpo nella nuova situazione  e a sentire tramite questo il suo giardino di cui si è occupata e si continuerà ad occupare con amore e con la stessa passione che non verrà meno fino all’ultimo.

   La scelta di scrivere questo libro, quindi, consapevolmente autobiografico , la guiderà nel ripercorrere a ritroso il suo passato e ri-viverlo in relazione alla sua nuova dimensione che le dà una prospettiva diversa - quasi ribaltata- del suo passato fermandola nel qui ed ora di una visione sinottica e allargata del  presente.

   La malattia e il progressivo venir meno dell’energia vitale, conferisce alla protagonista una forza nuova, quella di  rivolgersi verso se stessa e analizzare lucidamente e razionalmente  i suoi pensieri, le sensazioni, i nuovi sentimenti, il nuovo sguardo sul criterio di bellezza:

 

Una bellezza che va rivelandosi mano a mano che, con lo spegnersi, si estingue la sicumera dell’io, l’attaccamento al mondo. Mi sento riassorbire in qualcosa più vasto di me.

 

   Ciò che stupisce anche se stessa è scoprire come la malattia  cambi la prospettiva sugli uomini e sulle cose: laddove nel suo passato attivo e veloce  percepiva la sofferenza e la disabilità degli altri come  intralcio allo scorrere della storia e del progresso dei sani, adesso , viceversa, la persuade ad un pensiero più comprensivo ed empatico della malattia sua e degli altri.

   La malattia diventa una condizione nuova di vita in cui il tempo, quello che rimane, si dilata  e favorisce una nuova percezione, con tutti i sensi, delle trasformazioni delle piante, dei fiori, dei frutti e di tutti gli animali che popolano quel suo giardino nel passaggio delle stagioni.

   E mentre osserva queste trasformazioni, la protagonista riflette: la vita, il suo significato intrinseco e anche ultimo, i rapporti affettivi, le relazioni amicali…  e tutto assume una forma nuova, più intima e lucida senza le interferenze della banalità e della fretta del quotidiano: nuove prospettive da cui osservare gli amici di sempre oppure le persone che , da sana,  aveva scartato dai suoi interessi perché non corrispondenti al suo immaginario né alla sua cultura; nuovi modi di rapportarsi con Giulio, il suo giardiniere-badante cingalese, umile e devoto, che la serve con amore; gli amici con cui intrattiene rapporti solo epistolari ma anche con gli amici della prima vita che continuano ad andare a trovarla. Un mondo affettivo ricco che non la distoglie tuttavia dalla riflessione sugli aspetti più grossolani, meno accettabili dello stuolo di medici, guaritori, massaggiatori, infermieri, cialtroni cui si è rivolta più che con fiducia, con prudente cautela necessitata dallo stato , a volte disperato, della sua malattia.

   Intraprende, quindi, la riflessione sulla morte e sulla giustezza dell’eutanasia come scelta autonoma che salva dalla sofferenza assicurando la dignità dell’essere umano.

   E ancora: la curiosità  sull’al di là, su ciò che sarà del nostro sentire, della nostra anima intesa come quel quid che ci fa amare, pensare, essere consapevoli. Un interrogarsi su quali forme assumerà la nostra coscienza e se il sentirsi parte del tutto è una prerogativa anche dell’al di qua:

 

   Una forma dell’al di là tuttavia esiste, si trova dentro di noi. Come un’intuizione che ci permette di attraversare il dato fisico quasi fosse incorporeo. Credo che somigli allo spazio infinito che, talvolta, meditando, diventa quasi impalpabile nella sua inafferrabilità

 

   E ancora l’indagine sulle religioni, quel senso intimo di religiosità che l’autrice ritiene essere comune a tutte le religioni e che ritrova anche in Pavel Florenskij :

 

…la conoscenza della divina Sapienza e l’amore per il corpo, lo sforzo ascetico e la conoscenza della Verità Assoluta, la fuga dalla corruzione e l’amore, sono lati antinomici della medesima vita spirituale.

 

   Poi, nell’ultimo anno di vita, quando la malattia si fa più perniciosa al punto da renderle quasi impossibile anche i movimenti più semplici costringendola all’uso costante della  sedia a rotelle, la protagonista infittisce i momenti di ripiegamento su di sé prendendo le distanze da tutto quel mondo vegetale ed animale che costituiva il suo ambito privilegiato di interesse. Distanza, però, che non le vieta di sentire ancora tutta la bellezza e la dolcezza della natura e di nutrirsi di essa anche solo attraverso il senso della vista tenendo salda così la corrispondenza con il suo giardino:

 

   Vorrei non perdere nemmeno un attimo di questo periodo di grazia. Sto fuori più che posso, pazienza se non lavoro tanto. I fiori dell’erba mi commuovono. Cosa dirne? Come dirlo? Tutti insieme così leggeri e aerei, nemmeno sembrano fiori. Visti da vicino sono di una grazia indicibile. Nella luce radente del sole che sta per nascondersi dietro il monte mi fermo felice a guardare, semplicemente guardare il campo di erba fiorita appena smosso dal vento.

 

   L’autrice è una raffinatissima intellettuale fine conoscitrice dei classici russi ma anche dei moderni e questa conoscenza è palpabilissima non tanto nelle citazioni che non appesantiscono mai il romanzo – ma anzi lo attraversano lievi-  quanto nell’avere assorbito e fatte sue le riflessioni che informano di sé i diversi autori oggetto delle sue letture.

   Ciò che mi aveva un po’ infastidito nel principiare della mia personale lettura di questo libro, cioè il passare dell’autrice troppo velocemente con ritmo analogico da un pensiero all’altro, dallo sguardo al giardino alle riflessioni sulla vita, dalle citazioni di un autore eccelso alla descrizione delle attività quotidiane di Giulio il giardiniere, citato spessissimo più di tutti gli altri, e delle minute descrizioni delle azioni di giardinaggio, all’insistere così preciso (maniacale?) nella denominazione puntuale di ogni pianta ed erba anche col nome latino,  verso la fine della mia lettura mi appare invece come uno svolazzare di farfalla che si va posando con leggerezza e fragilità su ogni cosa per godere e far godere dei colori  di questa natura semplice  e maestosa e della sua particolare struttura, non come  una mappa da percorrere per orientarsi ma come un  frattale per godere in ogni particolare la grandezza del tutto.

   Mi sono accorta infine che la forma narrativa di questa autobiografica, concepita forse come  diaristica, altro invece non è che l’ultimo atto d’amore col quale l’autrice prende per mano il lettore e gli dice: vieni qui con me, guarda com’è bello il mondo, quanta dolcezza c’è nella natura, quanto amore nell’amicizia, quanta leggerezza nel sapere sorridere  talvolta di tutta la nostra stessa vita che altro non è se non un momento dell’eternità in cui tutti siamo destinati  a ritornare in un unicuum che è infine la nostra essenza e felicità.

 


 

venerdì 20 novembre 2020

José Saramago : Cecità ed. Einaudi, Torino 1995 pp 315



Recensione di Maria Rosa Giannalia

 

 

   In una città qualsiasi, in un giorno qualsiasi, durante il rientro a casa a bordo della propria automobile un uomo si arresta in mezzo alla strada: è diventato cieco:  cecità di tutto il campo visivo che avvolge di una luce luminosa tutte le immagini di cose e persone annientandone  tutti i contorni.

   Inizia così una lunga e dolorosa epidemia in cui basta solo lo sguardo di un infetto, ormai cieco, a fare precipitare tutti coloro che si trovano nella sua area, in questa luce annientante.

   In breve la cecità si diffonde e infetta uomini, donne, bambini. In tutta la città, nessuno viene risparmiato, tranne una donna, moglie di un oculista presso il quale il primo cieco si era recato per un controllo. A nulla valgono  difese e misure per evitare il contagio: la cecità dilaga senza scampo.     I primi ciechi , in una manovra  messa in atto dal governo per arginare l’epidemia, vengono rinchiusi in una caserma. Viene fatto loro divieto assoluto di uscire ma viene comunque assicurato il rifornimento di viveri: tre pasti giornalieri per ciascun internato.

   Da questo incipit drammatico, la narrazione evolve  verso la visualizzazione di una catastrofe  in cui tutta l’ umanità regredisce in pochissimo tempo verso le forme dell’essenza animale.

   Nella lotta per la sopravvivenza e per l’accaparramento dei beni alimentari, si scatenano gli istinti bestiali e feroci indotti e aggravati dalla cecità, dall’impossibilità di riconoscere e riconoscersi in quanto persona . Vengono a cadere tutte quelle regole del vivere civile mentre emergono gli istinti più abietti di gruppi di ciechi che prevalgono su altri gruppi sottomettendoli  senza apparente necessità ma solo per il brutale esercizio del potere.

   La donna che vede, unica del gruppo, è consapevole del degrado ma è impossibilitata anche a disvelarsi, pena l’aggressione e l’annientamento o , quello che  lei stessa teme, l’asservimento ai bisogni di tutti gli altri ciechi.

   In mezzo agli escrementi , alla sporcizia, ai parassiti, alla mancanza di un minimo di igiene personale, questa massa si aggira a tentoni strisciando sul pavimento e rasente i muri solo per sopravvivere.

   La narrazione distopica di Saramago  è una grande metafora della condizione umana, dell’incapacità di vedere gli altri e se stessi, uomini ciechi all’interpretazione del mondo e alla bellezza della vita e ancora all’essenzialità dei valori umani. Questa, infatti, è  una cecità dell’anima e dell’intelligenza: il non sapere riconoscere la bellezza, il disprezzare la natura e l’altro da sé. Ma è anche una cecità catartica, come si potrà constatare leggendo le pagine del romanzo attraverso la particolare scrittura di Saramago. Una scrittura che è una valanga di parole , un fiume in piena che porta con sé, insieme alle profonde riflessioni,  le descrizioni degli atti più osceni di cui l’uomo è capace quando perde la sua umanità, attraverso tutti i detriti del linguaggio umano.

   La mancanza di punteggiatura, di pause, di aperture e chiusure dei  dialoghi con i segni di interpunzione canonici,  catapulta il lettore in un magma ininterrotto di discorsi dove ogni paraola assuma la stessa valenza narrativa e dove il lettore è chiamato a compartecipare al dipanamento mentale del flusso narrativo riconducendolo a sé per mezzo della propria capacità di organizzazione del linguaggio.

   Da leggere assolutamente.

   Il libro è presente presso la biblioteca comunale di Quartu Sant’ Elena e disponibile al prestito.

 

domenica 1 novembre 2020

Venivamo tutte per mare Romanzo di Julie Otsuka Ed. Bollati-Boringhieri, 2015

 

 Il libro della Otsuka apre uno squarcio su una parte della storia degli Stati Uniti, quella che i vincitori della seconda guerra mondiale non hanno mai raccontato e svela un episodio di deportazione di massa che accomuna gli americani a quelle stesse forze belligeranti europee e non europee ( per es. gli stessi giapponesi) che si sono macchiate di gravissime colpe per i soprusi e le vessazioni eseguiti sui vinti nel momento in cui li hanno deportati nei campi di concentramento. A me è parso che, scrivendo questo romanzo, la sua autrice abbia voluto fare un atto di accusa non politico e senza schieramento di parte, orientato solo ad evidenziare quanto gli uomini , tutti gli uomini senza distinzione di nazionalità, in situazioni particolari di disagio e soprattutto di guerra, possano essere crudeli con i vinti e con i deboli e ha scelto di farlo mostrando tra le vittime, le più deboli di tutte: le donne. La società statunitense che altrove si è manifestata come detentrice dei valori di umanità, di democrazia, e vendicatrice delle colpe di tutti i regimi totalitari che nella prima metà del secolo scorso si sono macchiati di grandi crimini, in fondo ha conseguito i medesimi obiettivi praticando le stesse modalità che altrove aveva ufficialmente aborrito. La storia che la Otsuka racconta è quella di un grande numero di ragazze giapponesi partite speranzose dal Giappone, spinte dalle loro stesse famiglie di provenienza a causa della grande povertà , alla volta degli Stati Uniti, dove alcuni loro connazionali, futuri mariti, le attendevano per costituire nuove famiglie. Quelle stesse famiglie che si sarebbero insediate nella baia di S. Francisco alla ricerca di un altro destino, migliore, contando su una determinazione forse sconosciuta agli stessi americani e una capacità di lavoro fuori dal comune. Il focus che l’autrice predilige è quello femminile ed è alle donne che fa raccontare questa parte dolorosa della loro storia. Non ci sono singole protagoniste in questo romanzo, ma una sola voce, plurale, collettiva, che racconta attraverso un “noi” narrante il dolore diversificato per contesti ( il duro lavoro agricolo, le violenze familiari e sessuali, i soprusi, i parti difficili, gli scontri violenti, ma anche qualche raro episodio di gentilezza e sensibilità di un marito…), ma uguale per intensità. Sono quindi le donne a narrare sempre collettivamente. Nessun punto di vista individuale trova spazio in questa narrazione, essendo l’universo femminile giapponese rappresentato nella sua generalità in un’ottica molto orientale. Si spiega così anche la cifra stilistica che attraversa tutto il romanzo: sembra di udire il lamento più che il racconto, di un coro di donne che condividono e fanno proprio ognuna il dolore di tutte. Ma questa scelta stilistica è un’arma a doppio taglio: mentre assolve al compito di rappresentare il dolore collettivo, non fornisce elementi di approfondimento sull’individualità delle storie, eliminando una gran parte di quella funzione narrativa che permette al lettore di comprendere fino in fondo l’individualità della sofferenza che ( forse noi occidentali) riusciamo a cogliere di più poiché favorisce meglio il principio della condivisione, dell’empatia e dell’immedesimazione nel personaggio. In altri termini, personalmente, questo modo di raccontare plurale, attraverso le anafore, la prosa paratattica e il sentire collettivo, mi ha dato l’impressione di una lunga litania dove il dolore, reiterato con tono monocorde, sortisce l’effetto di annoiare piuttosto che di coinvolgere i sentimenti e le emozioni del lettore. La parte finale del romanzo riscatta in parte questa monotonia narrativa, laddove l’autrice ribalta la prospettiva mostrando il punto di vista della società americana piccolo borghese e operaia fatta di famiglie che erano vissute a contatto con la comunità nipponica. E anche se tale società ne aveva apprezzato l’alacrità, la dedizione al lavoro, l’onestà nel rapporto umano, la stessa è anche pronta a rinnegare tutto il suo convincimento quando il governo statunitense decide di deportare tutta la comunità giapponese fino all’ultimo bambino in una sorta di epurazione territoriale come atto di ritorsione nei confronti del
regime totalitario giapponese. E così, nell’ottica indotta dal governo attraverso la propaganda, quelle stesse famiglie che prima avevano apprezzato i loro vicini di casa, adesso affermano con convinzione che “ se anche vorremmo credere che quasi tutti, se non tutti, i nostri vicini giapponesi fossero degni di fiducia, non potevamo essere sicuri della loro lealtà. “. Ecco ricreato il clima di sospetto non dissimile da quello tedesco nei confronti degli ebrei. La storia si ripete dovunque con le stesse procedure che non cambiano col mutare delle nazionalità ma si riproducono con la stessa virulenza quando la pietas, la tolleranza, l’amore per il prossimo cede il passo alla paura di un danno , anche solo paventato e indotto, per se stessi e per le proprie cose. Ed è in questo modo che quella comunità di giapponesi america
nizzati , deportata e dispersa in territori aspri e desertici, si dissolve nel silenzio della storia.

mercoledì 10 giugno 2020

Osservazioni su “ La signora Lirriper “ di Charles Dickens


di Maria Rosa Giannalia


   Pensare di leggere  questo lungo racconto di Dickens per tranne diletto o edificazione, credo che sia alquanto fuorviante per una lettrice o lettore di oggi, poiché il testo, datato al 1863, anno della sua pubblicazione nella rivista All the year round, aveva tutte le caratteristiche per piacere ad un pubblico ben definito , londinese, vittoriano e tardo romantico, caratteristiche che non tardarono a determinarne il grande successo: i temi e i topoi presenti erano proprio quelli che quel pubblico non solo era in grado di apprezzare , ma soprattutto in cui  rispecchiarsi, almeno in quanto ad aspirazione ideale, visto che la realtà vittoriana di Londra e  forse dell’Inghilterra tutta era di ben altra prosaica caratura.
Il racconto è uno degli ultimi scritti di Dickens ed è un racconto di cornice, vale a dire una narrazione destinata ad accogliere al suo interno altre narrazioni ad opera di altri collaboratori dello stesso autore che dirigeva la rivista succitata nella quale apparve, come detto, nel 1863.    
   La cornice è abbastanza esile: una donna anziana si rivolge ad una interlocutrice muta con la quale intesse un monologo per raccontare la sua esperienza di un lungo segmento di vita che va dalla sua vedovanza improvvisa fino all’atto conclusivo della sua narrazione edificante e ( molto) auto celebrativa.  La signora Lirriper , morto il marito e priva totalmente di mezzi, si inventa imprenditrice, chiede un prestito ad una banca di Londra col patto che restituirà fino all’ultimo centesimo del debito contratto dal marito  con la medesima banca. Debito che onora esercitando ininterrottamente il mestiere di locandiera per quasi quarant’anni. E tutto ciò che vede ed esperisce in questi lunghi anni saranno  materia del suo lungo monologo nei confronti della sua silenziosa amica con la quale, si presume, la protagonista abbia molta familiarità.
   All’interno di questa cornice si inseriscono delle micro-storie che , sempre la protagonista imbastisce sulle persone che transitano nella sua pensione, tra le quali si notano un maggiore Jeremy Jackman  che diverrà il pensionante prediletto della signora Lirriper dal quale quest’ultima si lascerà accompagnare lungo il corso della sua vita coinvolgendolo nell’itinerario educativo dell’orfano di una ragazza sedotta e abbandonata dal suo uomo proprio  nella sua pensione.
   La ragazza morirà dopo poco tempo dal parto, come nei migliori romanzi di appendice del secondo ottocento europeo.
   Descritto così, il racconto non sembrerebbe discostarsi di molto dai numerosi topoi letterari della narrativa sopra citata ma, al contrario, parrebbe rientrare nella norma dei feuilleton tanto in voga tra la borghesia europea dell’ottocento.
  Invece, a ben guardare, il testo in questione riserva parecchie sorprese: prima tra tutte la struttura narrativa dell’opera. Dickens attinge a piene mani dalla scrittura di un suo predecessore del settecento , l’inglese di origine irlandese Laurence Sterne nel suo  Vita e opere di Tristam Shandy, gentiluomo: scrittura brillante, dinamica, ironica e molto molto innovativa nei modi e nei contenuti.
   L’azione emulativa che compie Dickens però, va molto oltre: alla scrittura dissacrante di Sterne egli accosta una materia tutta ottocentesca, un po’ lacrimevole, ma giusto quel tanto che serve per esercitare la sua ironia che trova più ampio spazio laddove egli può descrivere alcuni personaggi minori, uomini e donne , evidenziandone le caratteristiche più “nascoste” del conformismo vittoriano, attento ai buoni sentimenti e ai costumi irreprensibili ma con un occhio particolarmente sensibile al denaro e agli affari, come è nella natura della stessa protagonista signora Lirriper.
   Questa anziana signora, costruita da Dickens, narra in prima persona ed è il modo che evidentemente dà al suo creatore la possibilità di esprimersi in una modalità di estraniamento tutto al femminile. Espediente, questo, che gli consente di esercitare quella forma retorica che gli è più congeniale, vale a dire l’ironia leggera e penetrante nello stesso tempo.
   E’ molto interessante come, proprio in un testo così breve, l’autore sappia allontanarsi da molta parte dei topoi praticati negli altri suoi romanzi a favore, viceversa, di una leggerezza di modi narrativi poco praticati anche nella letteratura a lui contemporanea. In questo continuo flusso di parole al femminile, in questo gusto della chiacchiera, del gossip, la signora Lirriper sembra preconizzare la prosa di Virginia Woolf piuttosto che il flusso di coscienza di Joyce, come viene detto nella prefazione al racconto.
   Degna di nota mi sembra anche l’ottica attraverso la quale la protagonista mette a confronto l’industriosità della gente di Londra con la spensieratezza dei parigini che lei ha modo di conoscere durante un viaggio in Francia per andare a impossessarsi di una inattesa quanto inconsistente eredità. Anche questo un modo elegantemente ironico per sottolineare l’inanità dei francesi.
E questo topos dell’eredità  altro non è che un ulteriore espediente narrativo  che permetterà alla protagonista di autocelebrarsi evidenziando la sua bontà nel concedere il perdono al seduttore della fanciulla che lei aveva preso a cuore , madre del piccolo Jemmy, da lei  amorevolmente allevato. Seduttore che i lettori potranno ritrovare giustamente punito, per la sua orribile colpa, con la  malattia e la povertà. Come il pubblico vittoriano si aspettava che avvenisse per essere rassicurato  e confortato dalla pubblica morale anche se non assolto dai vizi privati.


sabato 29 febbraio 2020

Biblioteca di Quartu S. E. Rassegna letterario-cinematografica


Ieri sera 27 febbraio 2020 si è conclusa la rassegna letterario-cinematografica programmata presso la biblioteca Comunale di Quartu Sant'Elena.

Il libro presentato da  Elisabetta Randaccio è stato "Piccole donne " di Louisa May Alcott, cui ha fatto seguito il 28 febbraio, il film omonimo del 1933.




Libro e film sono stati analizzati  dalla prof.ssa Randaccio, critico cinematografico, che ha evidenziato come ambientazione e costruzione dei personaggi ad opera dell'autrice L.M.Alcott, siano stati mirati non ad un facile  e accattivante racconto ad uso degli adolescenti della seconda metà dell'ottocento ( ricordiamo che il libro venne editato integralmente nell'anno 1868 ), quanto piuttosto ad una vera e propria analisi dei sentimenti di donne e uomini giovani e meno giovani che, non prescindendo da un contesto molto preciso,  rappresentano verosimilmente  lo spaccato di un'epoca.
Al di là , quindi, del luogo comune che ascrive  "Piccole donne" alla paraletteratura rosa dedicata alle ragazze, Elisabetta Randaccio ci ha mostrato come , viceversa, il libro abbia avuto e abbia tuttora una qualità letteraria alta. Qualità che permette all'opera di essere collocata tra i classici. Il successo immediato di questo romanzo ha attraversato le epoche, tanto da arrivare a noi ancora ricco di cose da dirci.

Il film, del 1933, è stato ugualmente interessantissimo, poichè l'analisi condotta dalla Randaccio ha messo in luce tutta la complessità della realizzazione filmica e della sceneggiatura, senza trascurare la magnifica interpretazione di una giovanissima Catharine Hepburne che si impose alla ribalta di Hollywood col riconoscimento tributatole al festival del cinema di Venezia nel 1934 come migliore interprete femminile.


Bisogna sottolineare che questa rassegna, nella sua totalità dei quattro incontri letterari e cinematografici, è da considerarsi un'attività di qualità alta che colloca l'offerta della biblioteca di Quartu Sant'Elena al pubblico della città, tra le migliori delle istituzioni bibliotecarie dell'interland cagliaritano e della stessa Cagliari.

Un ringraziamento a tutti coloro che hanno partecipato: il pubblico che ci ha gratificato della sua costante presenza, tutto il personale della biblioteca che si è profuso moltissimo in orario non lavorativo, e infine  le relatrici, le  lettrici e il lettore.
 Avremmo gradito almeno una volta  la presenza di qualche rappresentante dell'amministrazione del Comune di Quartu, ma, evidentemente, i molteplici impegni non hanno consentito a nessuno di partecipare.  

Alcune foto della serata





martedì 4 febbraio 2020

Procedura di Salvatore Mannuzzu ed. Arcipelago Einaudi 2015




Scritto nel 1988, il romanzo “Procedura”  colloca Salvatore Mannuzzu nel novero degli autori sardi contemporanei portatori di innovazione nel panorama letterario nazionale, così come si può leggere anche in Wikipedia.

In realtà alcune recensioni e quarte di copertina attribuiscono il romanzo che Mannuzzu scrive  al genere giallo. Ma di questo genere letterario, il libro non ha le caratteristiche, essendo piuttosto un vero e proprio studio romanzato su comportamenti , sensazioni ed emozioni oltre che sentimenti di un insieme di personaggi che agiscono e/o si lasciano vivere in una Sassari del 1976, sonnolenta e disperante città di provincia. In questa città il protagonista, un magistrato, viene mandato , si intuisce per punizione, ad indagare sulla morte di un collega- Valerio Garau- inspiegabilmente morto dopo avere sorbito un caffè al bar del tribunale, in compagnia di una collega  sua amante. Questo il fatto che dà avvio alla “procedura” per mettere ordine ai fatti.
Nel sottofondo la storia dell’Italia degli anni ’70: il sequestro Moro, ad opera delle brigate rosse, di cui, nella cittadina di provincia, isola in un’isola, arriva un’eco ovattata e smorzata.
Lo spunto iniziale porge il destro all’autore per fare muovere il suo personaggio, che non viene mai nominato, attraverso strade fredde e quasi surreali, alla ricerca di indizi, motivazioni, spiragli di luce, atti a condurlo non tanto alla soluzione del caso quanto, piuttosto al sondaggio e alla comprensione dell’animo umano.
Così, in una girandola di uomini e donne, tutti con legami più o meno stretti con il morto, il magistrato, con indolenza e, a volte, fastidio, dipana una matassa fatta di verità parziali, di punti di vista differenti, nella quale lo scopo fondamentale quasi si dissolve a favore dell’emersione di stralci di vita, spiragli, attraverso cui  si mostrano al lettore episodi del passato prossimo e remoto di tutti i personaggi presenti nel romanzo.
Alla fine il caso non si risolve, la ricerca della verità approda a tante differenti verità ciascuna delle quali ha una sua plausibile spiegazione e collocazione all’interno della vicenda.

E’ notevole in questo libro, la capacità di Mannuzzu di iniziare una narrazione intricata fin dall’inizio, e sapere condurla fino alla fine annodando con sicurezza  tutti i fili delle azioni,  per ricondurli , in fondo al romanzo, al punto di partenza.
La scrittura è spiazzante: la sintassi è costruita attraverso un labirinto di incisi e subordinate, in cui le descrizioni di pensieri, stati d’animo, le analessi, si intrecciano continuamente, destabilizzando anche il lettore esperto che è costretto a rimanere perfettamente avvinto alla scrittura pena la confusione e la perdita del senso della narrazione.
A complicare ancor più la scrittura, una punteggiatura non canonica con l’uso spregiudicato soprattutto dei due punti, quasi a volere spiegare continuamente le ragioni di azioni apparentemente inspiegabili in un colloquio costante e fitto che il magistrato, protagonista della vicenda, instaura con se stesso. E infatti di questo colloquio interiore la narrazione ha tutte le caratteristiche: il protagonista insegue i suoi pensieri senza curarsi di interlocutori.

Per questo il libro mi è sembrato un’opera di scrittura raffinatissima ma difficile e certamente non alla portata di lettori poco esperti.
Questa scrittura di Mannuzzu in qualche modo mi sbalordisce, nel senso che non somiglia a nessuna delle  scritture di autori sardi contemporanei : è caratterizzata da una cifra originalissima che conferisce alla narrazione una sorta di monotonia volutamente  livellante  quasi che l’autore volesse rappresentare le vicende umane dando a ciascuna di esse la stessa importanza e il medesimo valore: nessuno dei personaggi dice la verità, ognuno ha una sua verità da rivelare importante quanto quella degli altri. Come dire che la ricerca della motivazione della morte è solo un fatto puramente aleatorio e, tutto sommato, anche inutile, che nulla aggiunge e nulla toglie all’infinita vicenda dell’uomo.