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venerdì 8 dicembre 2023

"Dolce per sé è il ricordo"

 


"Dolce per sé è il ricordo..."

 

E' ancora là la casetta piccola, a due piani, dipinta di calce bianca con striature ingrigite dal tempo. L'abbiamo messo in vendita. E' in vendita già da alcuni anni ma non l'acquista nessuno. E' la casa dei miei genitori. Sta in una vaneddra, una viuzza come ce ne sono tante, nel mio piccolo paese, in un quartiere cui, non ho mai saputo perché, fu dato il nome di Tripoli. Ma fu un nome profetico perché il trascorrere fatidico del tempo restituisce ora il senso a quel nome. Tanti magrehebini lo abitano adesso senza che la loro lingua si distingua dalla parlata della gente di là. Stessi suoni gutturali, stessa modulazione vocale, stesse parole, a volte. La lingua siciliana ha tante inflessioni arabe e, se udita a distanza, sfuma e si confonde con questa e questa con quella. Da tempo le inflessioni amalgamano quella gente in un'unica popolazione, senza differenze se non nei nomi.

 In questo posto io ci sono nata.

La mia casa si apriva alla strada e quasi proseguiva in essa. La strada un tempo, nel mio tempo d'infanzia, non era un luogo diverso. Era la casa stessa, era la mia casa all'aperto. Non un giardino, non un cortile, ma proprio la casa stessa -  priva del tetto- dove si andava, noi bambini a continuare la nostra vita di dentro. Il fuori era sinonimo stesso della casa, e indicava il suo luogo più fresco, quando d'estate c'era un gran caldo e tutti non potevamo stare nel chiuso delle mura, dove non era neppure pensabile un gioco di movimento per me e i miei fratelli, noi che eravamo, a turni intercambiabili, ora gli yankee ora gli indiani e ci rincorrevamo e ci lanciavamo i sassi col tirapietre.  La strada era la nostra casa anche d'inverno, nei caldi inverni siciliani, con le lame di luce nei gialli muri di tufo che a Natale ci facevano gustare l'effetto dell'affabulazione collettiva all'aperto con distribuzione di fette di limone col sale, in un giro di ragazzine vocianti e di madri affacciate all'uscio.

C'era in quella casa un terrazzo con le tegole del tetto consunte per i troppi anni e ricoperte, a dicembre, da un fitto spessore di muschio. Quello era il muschio di Natale per me che andavo a sollevarlo, attaccato com'era fortemente alla creta, con la lama di un coltello.  Ce n'era tanto. Insieme ai miei fratelli lo sdradicavo quasi tutto. E dopo averlo fatto essiccare un po' al sole, tutto quel muschio diventava il tappeto erboso del nostro presepio. Andavamo poi alla ricerca di pezzi di sughero, più difficili da trovare. Ma l'effetto finale era bello: tutto quel sughero addossato alla parete della nostra sala da pranzo diventava: case, stalle, botteghe dell'arrotino e del pescivendolo, piccole casette dento le quali stavano a filare le figurine femminili del presepe e il ciabattino con il martello  e la scarpa in mano. E le stradine di piccola ghiaia dove, vicino alla grotta si collocava "u spavintatu ru prisepiu" un pastorello con le braccia e le mani alzate in atteggiamento di grande meraviglia per l'evento della nascita del Bambino. Molto più difficile diventava la collocazione delle luci. Piccole lucine tutte colorate che dovevano andare ciascuna dentro ogni anfratto di sughero o dentro ogni casetta. Era lì che scatenavano le sciarre: c'era sempre chi tra noi pestava il filo o non riusciva a districarlo o rompeva le lucine. Allora erano sequele di urla dei più grandi e qualche scappellotto volava a filo di testa.

Persino l'acqua, quella vera, mettevamo dentro una piccola vasca camuffata tutt'intorno dal provvidenziale muschio. Acqua che spesso faceva saltare la corrente avvolgendo nel buio più completo quel piccolo paesaggio, magari nel bel mezzo del pranzo di Natale.

Il pranzo non era quel trionfo di gola che oggi affolla ogni tavola. C'erano gli anelletti col sugo di carne e piselli, la pasta della festa, e i brocioloni ripieni di pangrattato, uvetta e pinoli. Ma il segno distintivo della festa c'era sempre: cannoli e buccellati. In tutte le tavole c'erano.

E quella nostra piccola casa ci conteneva tutti, nonni, mamme, padri, zii e cugini, in un vociare festoso e assordante al quale nessuno si sottraeva. La festa era: stare tutti insieme nella casa piccola che spesso si allargava nella strada. Bastava solo aprire la porta. E se qualche vicino passava, pure lui era invitato a partecipare, a mangiare e a giocare con noi. La nostra piccola casa aveva, nel piano superiore, due piccole camere da letto con il soffitto dove un qualche imbianchino con vocazione d'artista aveva trovato il modo di dare un saggio della sua maestrìa: un dipinto con scene campestri e tralci di edera. E persino una casa di campagna con tanti alberi e tanto verde intorno, dove io mi rifugiavo immaginandomi avventure regali di principesse e principi, di re e di regine. Quella era la casa dei miei sogni, la casa che abitavo ogni notte, dove tra fughe di stanze e vasi di fiori c'era una stanza tutta per me con le tende bianche alla finestra e un letto a baldacchino dove io dormivo da sola senza il fastidio dei fratelli e di mia madre che mi costringeva alle faccende di casa. Cosa che odiavo di più al mondo: non riuscivo a capire perché mai solo io, dei quattro figli che eravamo, dovevo aiutare la mamma a pulire, rigovernare, lavare i pavimenti e rifare i letti. Ecco, io questa cosa qui non la volevo fare. Io volevo leggere e guardare la parete dipinta e immaginarmi principessa in mezzo alle mie stanze. Ero strenuamente sorda ad ogni rimprovero e la mia resistenza aveva quasi sempre la meglio.

Era in questa casa che noi bambini aspettavamo a lungo, nei pomeriggi delle domeniche estive, mio padre che ci prometteva di portarci al mare. Noi lo aspettavamo, ma quando la luce del sole lasciava la mano alla azzurra penombra della sera, perdevamo le speranze e uscivamo a giocare in strada con gli amici. Quelle delusioni preludevano ai pianti e mia madre, infastidita dalle proteste nostre e dall'assenza del marito, sfogava spesso il suo malcontento facendoci rientrare alla svelta e sbarrandoci l'accesso alla strada con il chiavistello. Spesso cenavamo senza di lui, spesso andavamo a letto senza vederlo né salutarlo. Ma tardi, ancora sveglia, mi riusciva di sentire i passi pesanti di mio padre che rincasava a notte fonda e qualche strillo di mia madre che si lagnava di aver dovuto, la sera della festa, cenare da sola con i bambini. Non erano assenze colpevoli. Erano assenze necessarie. Lui, mio padre, il suo lavoro lo cercava così, nella piazza del paese, nella banchina. La banchina era luogo d'ingaggio e piazza di scambi, sito privilegiato delle transazioni ma pure del libero ritrovo tra   uomini. Le donne non vi avevano accesso. Solo i maschi potevano esercitare questo loro diritto tacitamente riconosciuto. Anche le bambine non potevano frequentarlo, se non accompagnate dal genitore. Lui, mio padre, mi portava qualche volta con sé. Ed io riverberavo l'orgoglio dell'accesso in quel luogo a me proibito, se sola. C'era un caffè, poco più di un chiosco coperto in realtà, dove gli uomini andavano a bere e a giocare a carte. Il bancone aveva una vetrina ricoperta di dolciumi che variavano ad ogni stagione: cannoli, pasticciotti, iris con crema di ricotta, cartocci pieni di crema, d'inverno; frutti di martorana, dolcetti biscottati all'anice, pupi di zucchero per la festa dei morti in autunno; gelati di tutte le specie in primavera e in estate. Ognuno per una festa. Ognuno col suo turno di apparizione. Mi incantavo a guardare. Mio padre col suo sorriso appena abbozzato mi lanciava uno sguardo d'intesa e faceva materializzare nelle mie mani almeno uno di quei meravigliosi dolci.

E così, nelle mie sere di festa, quando lui non tornava a casa a saldare la promessa di una passeggiata, me ne andavo a letto delusa, ma non sconfitta. La mattina dopo, quando mi alzavo per andare a scuola, - mio padre era già andato via da alcune ore- lo cercavo  e non lo trovavo più in casa. Ma sul grigio marmo del comò della sua camera da letto c'era sempre un pasticciotto per me.

 


lunedì 27 maggio 2019

La terza età delle donne: il principio



Arriva un momento in cui stai facendo cose ordinarie, anche banali. Ad esempio stai entrando in una banca, che so, a chiedere un mutuo per comprare la tua unica e sola casa dopo una faticosa vita di traslochi in case rabberciate alla meno peggio, magari dopo che hai deciso di separarti da un marito ingombrante e faticoso.
Una banca è , in un certo senso, come una chiesa. Entrarci comporta raccoglimento, compunzione, attenzione anche a ciò che ti metti addosso. Devi dare l’impressione di essere una persona affidabile. Quindi niente cose eccessivamente frivole ma neanche raffazzonate. Il giusto equilibrio che dica subito, a colpo d’occhio, che sei una donna elegante, seria, affidabile, lavoratrice, equilibrata e anche bella. E che ci tieni al tuo aspetto.
Quindi.        
Quindi, con tutta la carica che ti dà il desiderio di potere acquistare finalmente non dico la casa dei tuoi sogni, ché è da tanto che ci hai rinunciato definitivamente,  ma perlomeno una casa comoda con il riscaldamento, dopo anni di abbigliamenti casalinghi degni di un igloo, in una zona silenziosa dove i vicini non decidano di farti sentire a volume spiegato, a tutte le ore del giorno, le ultime novità di Sanremo, insomma una casa decente degna di questo nome, parcheggi la tua utilitaria e varchi la soglia del santuario. Ti sei guardata anche allo specchietto dell’auto, prima di incamminarti e hai visto che non sei troppo male e magari ti dai un ultimo ritocco di rossetto.
Insomma, adesso sei lì, in quel luogo sacro, dove una porta a vetri alta e pesante, ti restituisce la tua immagine. Tu lo sai, ovvio, che sei una donna qualsiasi , pure un po’ sprovveduta, ma all’esterno…oh,  hai l'aspetto di una guerriera pronta all’assalto.
Apri e vedi, nell’androne,  un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquanta che tu sei pronta ad archiviare tra quellichenontiinteresserannomaineanchemorta.
Sei abituata ad avere addosso gli sguardi degli uomini che , si sa, anche senza volerlo, le donne le guardano sempre, purché ben messe e con parvenza di giovinezza. Ma tu sai che devi tirare dritta per la tua strada, come sempre hai fatto dalla pubertà in poi, senza ricambiare né sguardi né parole, facendo finta di nulla.
E invece non succede niente. Il tizio non ti lascia neppure passare per prima, ma oltrepassa l’ingresso senza neppure reggerti la porta, anzi lasciandotela quasi sbattere in faccia.
Sbigottita, non sai se per la sorpresa o per la cattiva educazione,  entri a tua volta, fermando con una veloce bracciata la porta, entri e quando sei dall’altra parte, ti giri ad accompagnare la vetrata e vedi lo stesso tizio che, con passo veloce, raggiunge una giovane donna, alta, bionda, alla quale daresti sì e no, neanche trent’anni. E’ vero, hai molti pensieri per la testa, soprattutto quello, importante, per il quale sei andata proprio in quella banca e archivii tutta la faccenda in uno sgabuzzino mentale in cui ti proponi di non entrare mai più.
Allora vai dritta verso l’ascensore. Sei sola, devi arrivare al quinto piano per raggiungere il direttore al quale esporre cautamente la tua richiesta di mutuo. In garanzia hai pensato di potere portare il tuo stipendio (sei una buona lavoratrice), il tuo status sociale ( una donna ancora giovane, mediamente colta, in grado di potere lavorare per molti anni, una sola figlia a carico e niente marito che, con i tempi che corrono, è una cosa assai buona, perché, secondo come è messa la tua famiglia, ti tocca mantenere anche lui)  e infine il tuo charme, o quello che pensi di avere ancora.
Vieni accolta da un’impiegata che ti fa accomodare in una orribile saletta con il niente intorno, neppure un giornale, né una pianta, niente di niente, ma solo un freddo  il dottore la prega di attendere, arriva subito.
Ti siedi, ti guardi in giro, non c’è nulla che possa attrarre il tuo sguardo, neanche la finestra che dà sul retro in un cortile stretto dove l’unica immagine è quella di un muro con alcune crepe nell’intonaco dalle quali si intravedono delle macchie di muffa. Aspetti. Agguanti il tuo cellulare, unica risorsa in questo frangente, compulsi nell’ordine: posta, messaggi, facebook. Ti accorgi che nessuno ti ha scritto mail, nella box ci sono solo pubblicità di vacanze a Dubai in alberghi da mille euro a notte, di prodotti dimagranti, di offerte imperdibili  per l’acquisto di una nuova automobile, di fb che ti informa che Sempronio Vivamaria ti ha taggato in un suo post, messaggi di conoscenti che ti informano di incontri e serate ai quali ti guarderai bene dal partecipare, post in fb che sembrano scritti da Pierini Formaggini anziché da uomini e donne maturi, e altre cose così. Aspetti. Aspetti, e ancora aspetti. E’ passata quasi un’ora e pensi: cavolo, sembra di essere dal dottore o in una fila che, so, dell’INPS, non certo in una banca. Finalmente una presenza: viene introdotta nella tua stessa saletta, dalla medesima impiegata, una ragazza, giovane, questa volta bruna, i capelli lisci con taglio irregolare, grandi occhi color nocciola, minigonna e stivale borchiato. Sembra appena uscita da Vogue. Saluta, si siede nella poltroncina vicino alla tua e si dispone pure lei all’attesa.
Dopo ancora cinque lunghi minuti, finalmente ecco il direttore, un tipo tarchiato, occhialuto, un po’ di pancia prominente messa in mostra dal biancore di una camicia  spiegazzata ai fianchi.

Tiri un sospiro di sollievo e, mentre pensi che sia finita quella attesa ignobile e inadatta al luogo e alla tua persona, fai per alzarti e andargli incontro. Quello, come se non ci fossi, va dritto dritto verso la brunetta, la saluta calorosamente, la invita ad entrare nel suo ufficio, poi, rivolgendosi a te: “ Mi scusi, signora, è una faccenda di pochi minuti e poi sono subito da lei!”.

martedì 4 luglio 2017

Sole anche di notte

di Gianfranco Bognolo




Fu un’indimenticabile stagione di grazia quella! Tutto sempre in accordo, tutto scorreva in armonia in quella Venezia della seconda metà degli anni ’70 e i primi anni ottanta. Il mondo passava per di la, ogni momento, ogni attimo assumeva una carica magica.
Parlavamo di tutto, pensavamo di tutto, niente potevamo lasciare inesplorato: dal Buddha allo Zen, da Wim Wenders a Blade Runner, da Brian Eno a Riuichi Sakamoto e David Sylvian, da Karl Marx a Nietszche, da Mondrian a Klee, Da Conrad a Dostoieskj, da Pasolini a Baudelaire.
Tutte le Biennali erano nostre: ogni mostra, ogni dibattito, ogni proiezione … Ogni concerto, ogni pièce musicale … scoprivamo Mahler e Cage e Nono. La Fenice era un’incessante processione di continue sperimentazioni.
Ci sentivamo … vivi. Bevevamo, mangiavamo facevamo all’amore o non lo facevamo per niente … eravamo innamorati persi … eravamo in continuo andare verso … .
Fino a notte fonda, fino al mattino a parlare di tutto … con gli occhi pieni di gioia, pieni di lacrime …
L’architettura. Andavamo ad assistere alle lezioni di Tafuri, di Dal Co. Ogni volta una nuova scoperta, una nuova emozione. Ogni giorno si poteva andare ad un incontro ad un dibattito. E tutto era messo in discussione.
A volte andavamo al cimitero di San Michele a visitare le tombe di Stravinskj e Pound e piangevamo di felicità per ciò che ci avevano consegnato.
Eravamo felici e disperati allo stesso tempo …
Mi ricordo una sera io e F. il mio unico vero amico andavamo all’isola di Sant’Elena ad assistere al discorso di Berlinguer a conclusione della festa nazionale dell’Unità. Eravamo elettrizzati per tutt’altro … discutevamo di “takete e maluma” o se volete di tondo e triangolo, di dolce e amaro, di tenero e duro ecc.
Io sentivo il mondo scorrermi dentro e guardavo F. mentre continuava a parlare come uno sciamano.
La politica e l’economia, la storia e la filosofia ed Hermann Hesse del “Gioco delle perle di vetro” … Castalia … dove avremmo voluto arrivare anche noi …
Ascoltammo Enrico parlare di austerità, di uguali e diversi. Ma noi sentivamo solo il suono della sua voce scollegato dal contenuto … e ci pareva un lama tibetano che recitasse il mantra “Om mani padme hum”.
Finito il discorso, tornammo indietro a piedi fino a San Marco.
La mattina dopo capii mentre in vaporino andavo a lavoro che era finita una stagione … che non sarebbe più stato così … “L’ultima estate di Klingsor” … era davvero finita…
Qualche giorno dopo ci raggiunse la notizia che Berlinguer era morto a Padova.

                                                                                                                     




martedì 27 giugno 2017

La cultura non è per tutti





  La foto viene da qui

racconto di  Gianfranco Bognolo

25 settembre 1984

   C’era la prima del Prometeo di Luigi Nono quella sera. La facevano alla chiesa sconsacrata di San Lorenzo a Venezia, la struttura era stata progettata da Renzo Piano.
   Le sirene dell’acqua alta avevano già suonato  ma nulla mi avrebbe fermato dall’andarla a vedere. Non c’erano biglietti da acquistare perché era su invito. Perciò avevo smosso mari e monti per avere quell’invito e ce l’avevo fatta: mi avevano assicurato che bastava recarsi all’entrata, dire nome e cognome e mi avrebbero fatto passare.
   Mentre salivo sul vaporino, mi avvolse un vento caldo e lugubre di scirocco  che mi accompagnò per tutto il tragitto . Arrivai in campo san Lorenzo. Era pieno di gente, di quella gente che conta: gli intellettuali, i politici, i giornalisti, i nobili , insomma la granda magnaria al completo.
   Mi avvicinai all’entrata e dopo una lunga coda dove c’erano altri disgraziati come me che vedevano passargli avanti il gran mondo, arrivai sul portone. Una signora con fare disgustato mi chiese a che titolo mi presentassi al suo cospetto. Avevo voglia di usare le stesse parole dell’uomo di fronte alla Legge di Kafka, ma mi uscì, flebilmente, solo il mio cognome e nome, come all’appello alla scuola elementare. 
   La signora fece finta di scorrere una lista che aveva in mano e dopo un po', trionfante, mi disse che non c’era nessuno con questo nome e cognome e che quindi non potevo passare.
   Non dissi nulla. Non cercai nemmeno di recriminare un po'. In qualche modo mi aspettavo che sarebbe andata così. Vedevo tutti gli altri passare senza che la signora scorgesse la lista:  cosa serviva di fronte a questi nomi altisonanti? E stavo lì come un baccalà.
Cominciò a piovere, sentivo che non sarei mai riuscito a muovermi e tornare a casa.
   Capii, in quel momento, che sarebbe sempre stato così, che sarei sempre venuto dopo quella gente anche se fossi stato cento volte meglio di loro, anche se avessi avuto tutto il diritto per passare prima di loro.
   Capii che ciò che io ero non contava, che contava da dove venivo, qual era la mia famiglia,  qual era il mio censo.

   In un flashback vidi mio padre e mia madre immortalati in quelle foto in bianco e nero, appena sposini, in viaggio di nozze a Sirmione sul Garda.
   Ad un certo punto, non so come, mi trovai giù dalla scalinata di accesso mentre, come in Kafka, chiudevano la porta e davano inizio alla rappresentazione.
   Le sirene dell’acqua alta suonarono di nuovo. Traversai il ponte e mi girai indietro per un’ultima volta. Si sentivano gli echi di suoni lontani: forse sarebbero piaciuti a Luigi Nono, ne avrebbe fatto una composizione …
Mi risuonava in testa la frase di Verga sui VINTI in quel meraviglioso prologo dei Malavoglia.
   Arrivai a casa bagnato fradicio dalla pioggia che mi aveva accompagnato per tutto il ritorno: la Giudecca, nomen omen.
   Mi cambiai, mi sedetti al mio tavolino e lessi Dante:

                      Fatti non foste a viver come bruti
                      ma per seguir virtute e canoscenza 

   Giurai a me stesso che non avrei mai più vissuto un‘esperienza del genere.
                                                                                                                                                                                     










martedì 7 marzo 2017

Il dono

Ieri mi è stata regalata una piccola piantina fiorita in previsione della festa della donna del prossimo 8 marzo, da un uomo. Un signore che non conoscevo, che mi aveva aspettato all'ingresso della biblioteca comunale di Pirri, luogo dove stava per iniziare il primo incontro del corso di scrittura programmato. Sono stata fermata mentre , sul marciapiede, stavo per entrare nell'edificio. Il signore aspettava proprio me. Conosceva il mio nome e cognome e mi ha detto che doveva darmi qualcosa. Poi, facendosi aiutare da un suo amico, ha portato dentro l'edificio diversi pacchi e un voluminoso contenitore con una ventina di piantine colorate. " Queste sono per voi donne, per la vostra festa di domani". Ed ha accompagnato questo omaggio floreale con un foglio in cui aveva stilato , a mano, una dedica e un augurio a tutte le donne di quel corso. Il fatto in sé, del tutto inaspettato, ha suscitato in me e nelle altre donne, forse, un piacevole imbarazzo, un certo stupore e, soprattutto, una domanda: perchè? Ci ho pensato a lungo, ho cercato di dare una risposta razionale e motivata ad un gesto che è risultato essere assolutamente gratuito nella forma e nella sostanza. Rifletto ancora: perchè? Ma la domanda la rivolgo adesso a me stessa, al motivo del mio stupore e a quel certo imbarazzo che ho provato. Di tutte le risposte che mi sono data, di tutte le spiegazioni, forse questa è quella che spiega più cose e descrive me stessa a me: non mi aspetto nessuna forma di gratuità da nessuno. E in questa non-attesa si incardina l'interpretazione e la lettura che faccio del mondo. E' un'abitudine solo mia? Non credo. Perchè ho letto negli altri volti lo stesso mio stupore. E allora: perchè la gratuità ha l'effetto di imbarazzarci prima ancora di farci gioire e di disporci all'accoglienza? La nostra società ci ha talmente performato ai consumi, ai modi del dare e del ricevere che non sappiamo spiegarci un gesto quando è scardinato dalla logica di questo triste contesto mercificatorio e contabilizzato? Il gesto del dono disinteressato siamo pronti ad accoglierlo con un sorriso laddove provenga, che so, da un bambino. Ma abbiamo difficoltà ad accettarlo da un adulto per giunta sconosciuto. Pensiamo sempre che ci sia dell'altro, dietro. Di sicuro, dopo ci verrà chiesto qualcosa, qualcosa che non avremmo voluto dare ma che daremo per educazione, per piaggeria, per conformismo,
per qualsiasi altra motivazione che razionalmente andremo ad attingere dal repertorio infinito dei gesti cui la società dei consumi o della solidarietà pelosa ci costringe. Ma pochi di noi accettano un dono senza alcuna richiesta. Puramente gratuito. Ecco, questa gratuità, forse, nel mondo in cui viviamo, assume i connotati di una forma di eversione che dovremmo imparare a praticare molto spesso.

giovedì 16 febbraio 2017

Il Partenone e le sfilate di moda

A proposito delle sfilate di moda e del Partenone negato dalla commissione archeologica di Atene a Gucci, risulta veramente strano che, per una questione di orgoglio nazionale, si rifiutino dei contributi atti a restaurare e a sottrarre al degrado un così grande patrimonio dell'umanità intera. SE pensiamo che quelle stesse costruzioni nacquero in Grecia per celebrare la bellezza, l'armonia e l'equilibrio, forse ci si potrebbe rendere conto dell'insensatezza del rifiuto del mecenatismo che, oggi, si produce in queste forme. Basterebbe rileggere Vitruvio nel suo libro "Architectura", per riflettere su quanto i greci pensassero in termini di bellezza: "Vitruvio spiega come siano emerse le particolarità della colonna dorica e narra che i greci, per i responsi di Apollo Delfico e per comune decisione di tutta la Grecia, potessero conquistare in Asia XIII colonie in una sola volta, ciascuna con un condottiero al comando. A capo delle colonie in Asia vi era Ione che occupò gran parte del territorio della Caria. Orbene espugnate ormai tutte queste città dell’Asia, i greci chiamarono quella terra Ionia dal loro capo Ione, e iniziarono così a edificare templi e santuari per gli dei. Quando volevano collocare le colonne dei templi, non avendo le simmetrie per farlo, cercarono un criterio in modo da costruirle capaci di sostenere il carico e allo stesso tempo che fossero belle di aspetto. Allora gli ateniesi presero come misura l’impronta del piede umano e lo riportarono in altezza, essendo il piede la sesta parte del corpo umano la fecero alta sei volte il diametro della base. Così la colonna dorica rappresenta negli edifici la proporzione, la bellezza e la solidità della virilità dell’uomo. In seguito gli ateniesi, volendo costruire un altro tempio anche ad Artemis, costruirono colonne costuite da un nuovo tipo di bellezza . La dedicarono alla gracilità femminile e la chiamarono colonna ionica. Per la costruzione usarono lo stesso metodo di misura utilizzata per la colonna dorica, solo che questa non la fecero alta sei volte bensì otto, in modo da essere più alta e di aspetto più slanciato. Lo ornarono a destra e sinistra del capitello con volute pendenti che somigliavano tanto a crespi cincinni di capigliatura tipica femminile, mentre disposte lungo tutto il fusto della colonna lasciarono andare verso il basso delle scanalature come fossero pieghe di lunghe vesti matronali. Così nacquero due degli ordini che caratterizzano i templi del periodo: una, la colonna dorica, che rappresenta la figura umana maschile nuda e senza ornamenti, l’altra, la colonna ionica, di aspetto svelto, snello piena di ornamenti e raffigura la fragilità e armonia del corpo della donna. Infine il terzo ordine, quello corinzio, imita la gracilità e sveltezza della vergine. Le colonne corinzie sono configurate con le membra gracili della tenera età della vergine e presentano effetti ornamentali molto graziosi che vanno a sottolineare la dolcezza e la premura della vergine in tenera età. Vitruvio poi ci informa sull’origine del capitello corinzio: “Una fanciulla corinzia in età da marito, morì di malattia. Dopo la sepoltura, la sua nutrice raccolse ed ordinò in un cestello rotondo tutti quei vasetti e coppe onde la fanciulla si era dilettata in vita, e lo collocò in cima al monumento, coprendoli con una tegola quadrata onde durassero di più così all’aperto. Sotto il cestello si trovava a caso una radice di acanto, la quale, premuta al cestello, a primavera gettò foglie e caulicoli, e questi, crescendo attorno al cestello e trovandosi spinti in fuori dagli angoli della tegola, furono costretti dal peso a flettersi nelle estremità delle volute. Allora Kallimachos, che per eleganza e rifinitezza delle sue statue fu chiamato dagli ateniesi katatxitecno~, passando a lato di quel monumento, notò il cestello e le tenere foglie che gli crescevano attorno; e colpito dall’aspetto di leggiadra novità dell’insieme, costruì a Corinto capitelli su quel tipo, e ne fissò le misure proporzionali, e quindi stabilì il complesso delle proporzioni degli edifici di ordine corinzio.” ( Vitruvio, Architettura, introduzione di Stefano Maggi, testo critico, traduzione e commento di Silvio Ferri, ed BUR Milano 2008 pagg.227-229)

domenica 31 luglio 2016

Vuoi chattare con me?


                                                                La foto viene da qui

Sempre più spesso mi succede che, aprendo la mia posta elettronica, trovi dei messaggi con questo oggetto: Roberto è il tuo smart macht. Dagli un’occhiata.
Se, incuriosita, guardo,  mi appare un’immagine di un uomo, tra i 60 e i 70 anni e sul lato destro della sua foto la frase Roberto vuole chattare con te oppure Roberto cerca donne tra i 50 e i 70 anni, oppure ancora solo una frase generica del tipo: ciao, ti va di chattare?, o infine nulla. Foto e basta.
Tutto ciò mi porta a fare riflessioni che spaziano tra il chiedermi cosa cerchi Roberto  da donne tra i cinquanta e i settanta anni e che cosa pensa di trovare in questa sua spasmodica ricerca.
Capisco i cinquanta: parecchie star della TV si profondono in affermazioni rincuoranti e rassicuranti, soprattutto per se stesse: la donna a cinquanta  anni, dicono.  è ancora un fiore, nel pieno della sua giovinezza, del suo charme, della sua vitalità sessuale.
Ma a settanta? Cosa si aspetta un uomo da una donna di settanta anni?
E poi perché una settantenne che, si presume, abbia una famiglia, dei figli, dei nipoti, e per il carico d’età non sia più suscettibile agli allettamenti di sconosciuti, per lo meno se è riuscita a tesaurizzare le sue esperienze in fatto di uomini, debba proprio andare ad impiegare il suo tempo con un Roberto sessantasettenne o , non so, un Giorgio sessantanovenne? Per parlare di cosa?
Mi ricordo che, intorno alla metà degli anni ’90, quando questo genere di comunicazioni era una  novità , si entrava in una chat room e lì si trovavano numerosi perditempo che  scambiavano frasi del tipo: quanti anni hai, come sei vestita, che lavoro fai e altri particolari che potete immaginare, spingendo la propria curiosità fino al limite della decenza. In genere erano tutti giovani magari un po’ frustrati.  Ma giovani.
Adesso la rete è appannaggio di tutti, anche dei novantenni. I quali, per carità, possono saggiare la propria abilità con questi media e magari averne grande soddisfazioni, per lo meno in termini di svago o di cultura.
Ma mi piacerebbe capire cosa cercano tutte queste persone a, che possiamo realisticamente definire anziane, nella ricerca di contatti in rete.
Se gli va bene, presumo possano trovare qualche signorina che avrà i suoi buoni motivi per lanciarsi in uno scambio intellettual-chic con un uomo di sessantacinque-settantanni.
Questo lo presumo io, naturalmente.
Ma mi do un certo beneficio d’inventario. 
Capisco un po’ meno il sessanta-settantenne che cerca donne coetanee. Di cosa possono parlare in chat?
Mi figuro conversazioni sulla interpretazione figurale della Divina Commedia o sulla kantiana critica del giudizio. O altre cose similari. 
Poi ci sono anche degli annunci di uomini relativamente giovani che cercano di chattare con donne tra i sessanta e i settanta anni. Ammesso che le signore in questione rispondano, cosa direbbero  loro? 
Mi sorge il dubbio che tutto questo possa essere un’ennesima trovata della rete, per sollecitare e incrementare la partecipazione dell’utenza per ammannire, durante le chattate, vagoni di pubblicità.
Perché altrimenti, come si spiegherebbe questo reiterato interesse, da parte della stessa rete, che periodicamente continua ad inviare, senza sosta alcuna e senza scoraggiamenti di sorta, ulteriori altri avvisi? Con un unico messaggio: Roberto o Giorgio, o Federico o Andrea o chiunque altro, sta aspettando la tua risposta.
Io vorrei dire a questa pletora di uomini, se esistono nella realtà: fatevene una ragione, non avrete mai risposte. Almeno è quello che mi piacerebbe avvenisse.
Mi è lecito a questo punto pensare che ancora questo Roberto, o come cavolo si chiamino tutti gli altri, non abbiano trovato il posto dove meritano di andare e, in questa speranza, con un ultimo disperato click, continuerò a cestinare le loro richieste.
E questa la chiamano comunicazione.

giovedì 17 marzo 2016

Taliàri e licchiàri



C’è un verbo nella lingua siciliana: taliàri , dal significato semplice: guardare.  Una semplicità solo apparente.
Di dubbia etimologia, alcuni studiosi rimandano alla matrice arabo-ispanica attaláya (v.qui) , altri al latino talem discernere (v. qui).
Fatto sta che pochi verbi, come questo , hanno in sé una tale polisemia da  significare azioni molto diverse tra loro, ma che in comune hanno l’atto del guardare.
Capita così che , nella lingua che considero la mia lingua madre e il cui legame,  più adesso che nell’età giovanile, sento fortissimo, mi ritrovo a pensare e a farmi lunghi discorsi quasi per un cammino a ritroso alla scoperta dei valori più profondi che mi legano all’isola di Sicilia, anche al di là della mia stessa consapevolezza di figlia eretica.
E così da parecchi giorni mi frulla in testa questo verbo, portato alla ribalta e alla conoscenza dell’Italia intera dal commissario Montalbano, la celeberrima creatura di Camilleri.
Ma taliàri esisteva già molto prima che Moltalbano lo diffondesse urbi et orbi ed ancora esiste e resiste fervidamente nella parlata sicula per esprimere concetti che vanno molto al di là del suo semplice significato, l’unico che viene veicolato attraverso la fiction televisiva.

Prendiamo ad esempio una frase minima: chiddu mi taliò ( quello mi guardò). Ebbene questa comunicazione così semplice nella sua apparenza, implica, a seconda dei contesti, esiti fortemente diversi nella percezione degli interlocutori e ne condiziona le reazioni.
Prendiamone solo una che ormai suona abbastanza insolita: taliàrisi. Nella forma riflessiva implicante due persone giovani di sesso diverso che si  "guardano" reciprocamente, questa espressione,  segnava un tempo, e in qualche caso segna ancora adesso, l’inizio dell’innamoramento.
Le ragazze , quando l’adolescenza incalzava e ne faceva fiorire il sorriso e il seno, uscivano di casa o accompagnate dai fratelli o dalla mamma o anche in piccoli gruppi di coetanee, ma lo sguardo era sempre , apparentemente, fisso in un punto preciso. Preferibilmente per terra o in avanti ,  perso verso un orizzonte concluso: le case piccole e fitte dei paesi non lasciavano spazi vuoti dove si potesse immaginare l’infinito.
In questo panorama però, senza parere nè apparire, le ragazze sapevano chi le stesse taliàndo e in quel preciso momento erano pure in grado di cogliere in quello sguardo una richiesta, una semplice ammirazione, uno spasimo amoroso e talvolta pure uno scherno. Il codice della taliàta o, meglio, della taliatìna era noto a tutti e pochi potevano sbagliarsi nel decifrarne tutte le sfumature.
Così ragazzi e ragazze si taliavano e a quegli sguardi affidavano i loro messaggi muti.
Il codice, che ha una chiara matrice anche nella nostra letteratura stilnovista (…Mostrasi sì piacente a chi la mira, che dà per gli occhi una dolcezza al core…Dante , Vita Nova), non si poteva né doveva fraintendere, pena la sgradevolezza della delusione, quando, in un successivo momento, si concretizzava in un rito più definito, meno ambiguo, espresso da un altro verbo correlato strettamente: licchiàri.

Credo che siano rimasti in pochi a riconoscere il significato di questo verbo, oramai caduto in disuso nella lingua siciliana, verbo che, in quanto a fortuna, si colloca in una posizione inversa al suo compagno taliàre il quale permane ancora abbondantemente nell’uso del parlato quotidiano e che, semanticamente parlando, preludeva alla licchiatìna dei due innamorati che prima si taliàvano. Se dovessimo tradurre in italiano e alla lettera questo verbo, dovremmo dire: assaggiare. Nella forma traslata il significato passa ad indicare una forma di amoreggiamento molto cauta e discreta: i due giovani, dopo essersi a lungo taliàti, cioè guardati intensamente ed, evidentemente, piaciuti, si licchiàvanu, vale a dire si assaggiavano e quindi si saggiavano reciprocamente  per capire se, al di là della semplice taliàta, della bellezza e della forma fisica, ci potesse essere qualche altro elemento di interesse più profondo, un’intesa che, esulando dal semplice piacere degli occhi, andasse a ravvisare una sorta di “affinità elettiva”. A riprova di ciò può concorrere anche l’altro termine dialettale che  ancora invale nell’uso corrente: spruvàrisi , cioè “mettersi alla prova”. Cosa, questa, che andando più il là del licchiamènto, ne completatava la funzione, in quanto i due giovani cominciavano a “parlarsi”.
Nei paesi siciliani, compreso il mio, Villabate, c’era un vero e proprio rito che si compiva e celebrava per tutta la durata del licchiamènto  che non era, diversamente a quanto potrebbe immaginarsi, di breve durata, ma poteva protrarsi anche per anni. Il rito prevedeva il “passeggio” del giovane lungo la strada dov’era ubicata la casa dell’innamorata. Il codice formale prevedeva che l’uomo non dovesse mai essere da solo, ma sempre accompagnato da un amico che gli faceva da spalla e da confidente nei momenti più penosi del rapporto, vale a dire quando la fanciulla corteggiata non si mostrava.
In una società castigatissima come quella siciliana di sessanta anni fa, ancora fortemente connotata dalla cultura araba,  le figlie  erano ritenute essere un prezioso gioiello di famiglia. Esse venivano cedute in promessa di nozze ad una famiglia nuova solo dopo opportune informazioni prese in ambiti ufficiali, per esempio presso il maresciallo dei carabinieri e il parroco.
Il licchiamènto  si poteva ritenere positivo solo se la fanciulla corteggiata, dopo qualche tempo, si affacciava sulla strada a taliàre  dietro le persiane il giovane corteggiatore. Il quale, incoraggiato da questa presenza, dopo qualche settimana, osava avvicinarsi alla persiana per scambiare un saluto con l'innamorata e, nei casi più arditi, un baciamano. Dopo questo incontro che non durava più di cinque minuti, la madre della ragazza, fingendo un qualche bisogno casereccio, richiamava la figlia a gran voce : questo era il segnale della fine dell’incontro. Il giovane si doveva congedare rispettosamente e porre fine alla passeggiata amorosa.

Non tutti questi licchiamènti esitavano in fidanzamenti ufficiali. Si dava anche il caso che, dopo le prime apparizioni della fanciulla dietro le persiane, le ricerche fatte dai genitori della sposa presso le opportune fonti già citate, dessero esito non confortante. Allora la persiana rimaneva ostinatamente chiusa anche dopo giorni e giorni di passeggio da parte dell’uomo.
Nei casi di giovani più ostinati e sicuri del loro amore, l’unica via d’uscita era la fuitina, una fuga d’amore senza il consenso dei genitori che finiva sempre per concludersi con il matrimonio , celebrato in sacrestia all’alba  dal parroco, senza il privilegio dell’altare maggiore né della festa col parentado. In questo caso i genitori, obtorto collo, si riappacificavano con figlia e genero ed erano costretti a dare loro la benedizione. Gli sposi venivano finalmente riammessi nella casa  dei genitori che si ritenevano obbligati ad aiutarli a costituire una nuova famiglia.



lunedì 29 febbraio 2016

Labirinti tecnologici del pensionato

Non so quanti di voi siano in pensione e da quanti anni.
Non so quanti di voi abbiano dimestichezza con le tecnologie.    

Non so neppure quanti di voi siano curiosi ogni mese di andare sul sito dell’Inps per visualizzare il cedolino della propria pensione.
Mi piacerebbe fare un piccolo excursus per constatare quanti , dei pensionati, ogni mese vanno a fare questo controllo.
Certo, so anche che molti tra noi hanno lavorato con i computers almeno negli ultimi dieci-dodici anni della propria vita lavorativa e dunque non hanno difficoltà a districarsi nei meandri della rete.
Ci sono però molti pensionati che non hanno avuto questa fortuna. Chissà, penso ad esempio a tutta la serie di collaboratori ( una volta si chiamavano bidelli, termine adesso caduto in disuso e dal suono diventato quasi offensivo)  nelle scuole, oppure agli operatori tecnologici dei comuni, oppure ancora a tutta i pensionati non statali che hanno svolto mansioni di tipo pratico.
A costoro penso.
Penso a loro in specie tutte le volte che vado a controllare nel sito dell’Inps il mio cedolino della pensione. 
E, ogni santa volta, non riesco a trattenermi dall’imprecare contro l’imbecillità di coloro che , evidentemente, con sprezzo palese degli utenti- di questi utenti!- gestiscono il portale dell’istituto in questione.
Dico: potrebbero prendere lezioni da chi gestisce i siti commerciali, visto che questi ultimi sono così facili da consultare, in considerazione che i soldi te li richiedono. 
Evidentemente è quando te li devono dare che si inceppa tutto il meccanismo. Quasi non sia un tuo diritto e un loro dovere, ma un tuo dovere  spremerti le meningi e allungare ad libitum la tua soglia di sopportazione e un loro diritto pensare secondo la logica del “ tanto sei tu che hai bisogno, noi procediamo secondo quanto è per noi più conveniente”.
Anche gli informatici dell’Inps sono dipendenti statali e come tali si allineano alla logica del cittadinoutenteugualesudditoechesiarrangi.
Io non sono una persona proprio a digiuno di tecnologia, visto che so gestire un blog e qualche altra cosina. Però…però. 
Ogni mese, quando entro nel sito dell’Inps per controllare il mio cedolino e vedere quante trattenute ho avuto, quante tasse ho pagato tra Irpef, tasse comunali, tasse regionali e balle varie, ho i miei problemi. Cosa volete, sono una che non si accontenta. Nel senso , cioè, che voglio vedere fin nei minimi dettagli, quanto lo stato mi taglieggi ogni mese questa unica fonte di reddito che ho. 
E qui casca l’asino.
Allora.
Allora le operazioni da fare sono queste: ricercare il sito che a suo tempo avevo memorizzato tra i preferiti e la cui dicitura , viceversa, cambia ogni due-tre mesi. Una volta trovato il sito, mi devo autenticare, poi devo accedere ai servizi. Tra questi servizi, devo scegliere quelli che vengono definiti: servizi per il cittadino ( gli altri suppongo siano per chi? Per gli abitanti del deserto, delle zone rurali non accatastate, per i nomadi o per coloro che sono dispersi su qualche isola oceanica…boh). Una volta entrata trovo almeno una trentina di servizi , e tra questi, almeno cinque o sei che riguardano le pensioni. Tra questi ultimi devo scegliere quelli che portano la dicitura: servizi ex INPDAP, perché sono un’insegnante ( faccio fatica a definirmi un’ex insegnante, perché noi insegnanti siamo come i preti, anche in pensione, rimaniamo insegnanti. Abbiamo avuto il crisma, il sacramento). A questo punto non è mica finita: bisogna scegliere un servizio. Quale? Direte voi. Uno pensa all’Inps e viene in mente la parola: pensioni. E invece no! Ci sono tre o quattro voci tra cui scegliere proprio: pensioni. Altrimenti rimani a vagare ancora per i meandri della rete e hai il tempo di informarti su tutte le leggi e leggine e provvedimenti e commi vari che , certo, un domani potrebbero tornarti utili. Tipo, per esempio, quando deciderai di andare a chiedere un prestito per farti curare in clinica privata e operarti a pagamento, visti i servizi sanitari che lo stato ci propone. 
Comunque, andiamo avanti, perché non è finita.
Il sistema ti richiede ancora di scegliere, tra cinque o sei opzioni, quella dove  compare la parola  pensioni che puoi individuare tra le scritte delle opzioni stesse, oppure inserire nel campo in bianco. Eccoti finalmente alla meta agognata.
Ci siamo (pensi).
Clicchi e ti compare una schermata: consultazioni cedolini, elenco cedolini e accesso. Se sei dotato di forte intuito e prontezza di dito, potrai finalmente visualizzare il tuo dannatissimo cedolino e renderti conto di: quante tasse hai dovuto pagare per il mese, quante trattenute Irpef ti hanno fatto, che conguagli ti hanno conteggiato e decurtato e solo ora finalmente, asciugandoti una lacrima fantozziana, potrai salvare nel tuo pc il tuo  striminzito e pietoso cedolino.
Ah, dimenticavo…la password d'accesso viene cambiata in media ogni sei mesi. 
Per sicurezza, dicono.







venerdì 2 ottobre 2015

Nonno... a chi?






Oggi 2 ottobre 2015, apprendo dalla solita pubblicità televisiva che è la festa dei nonni. Ne sentivamo un urgentissimo bisogno.
Dopo quella della mamma, del papà, adesso anche quella dei nonni. Spero che in breve istituiscano anche quella degli zii, dei cugini, dei cognati , dei suoceri, dei generi e delle nuore. Non sia mai che qualcuno,
sentendosi trascurato, si offenda.
Naturalmente , sempre in TV è tutto un proliferare di annunci pubblicitari, in modo che nessuno si dimentichi di questa  nuova e magnifica festa, men che meno il nonno e la nonna. E cosa viene pubblicizzato soprattutto? Quale oggetto può rendere più felici  questi nonni?
 UNA VISITA GRATUITA DA AMPLIFON.
Questo è infatti il meglio che la società dei consumi pensa che possa fare felici i nonni i quali, come è notorio, si relazionano con i loro nipotini esclusivamente su Skype in un elegante pc portatile. Infatti le immagini pubblicitarie mostrano un nonno o una nonna che, felici, possono sentire, in modo finalmente normale, ma solo  tramite onde a bassa frequenza, i propri nipotini.
Ma quello che è veramente ragguardevole è che i nonni, per la LORO FESTA, non solo non riceveranno alcun regalo, ma anzi dovranno spendere.
Spendere per acquistare, come detto chiaramente nella pubblicità, un apparecchio acustico. Del quale, poi, usufruiranno in modo più utile e proficuo, per sentire la voce dei nipoti, solo e se acquisteranno un pc e si pagheranno un corso di alfabetizzazione informatica.

Portare i bambini a casa dei nonni, spendere un intero pomeriggio (orrore!) a casa dei propri genitori anziani e stare con loro in piacevole conversazione tutti insieme (ma vogliamo scherzare?) è una idea talmente aliena dai trenta/ quarantenni di oggi, che nessuno si scandalizza per una pubblicità come quella di cui sopra. Diciamo che fa parte della vita quotidiana.
E se i nonni, nel giorno delle figlie e dei figli o dei nipoti inviassero via internet un’e-mail corredata da una loro gigantografia  per dire auguri, sono qui, ci sentiamo in chat, cosa accadrebbe?
E poi ancora: se i nonni oggi sono capaci di interagire via internet con i loro nipoti, a maggior ragione avranno certo altri interessi che non aspettare la festa  loro dedicata per avere il piacere di vederli  in video e stare con loro virtualmente.
Che tipo di animale è il nonno nell’immaginario di questi pubblicitari? Mi piacerebbe saperlo! O forse questi trenta/quarantenni che escogitano campagne pubblicitarie,  si riferiscono ad immagini di nonni anteguerra? Personalmente conosco molti nonni che non solo sono ancora inseriti proficuamente nel mondo lavorativo (grazie anche alla provvidenziale  legge Fornero), ma danno moltissimi punti a figli e nipoti sul piano degli interessi culturali e di impegni quotidiani.
Non sarebbe ora di cancellare per sempre questa immagine di nonni rimbecilliti che viene veicolata attraverso i vari canali pubblicitari ?

Sfogliando il libro di  lettura delle due mie nipotine, settenne una e cinquenne l’altra, che frequentano già rispettivamente la terza  e la prima classe della scuola primaria, mi soffermo, insieme a loro, sull’immagine di una vecchina , con lo scialle sulle spalle, con occhiali da presbite e capelli bianchi, seduta su una poltrona a sferruzzare. Le due bimbe si girano verso di me e mi fanno in coro: “ma questa che nonna è?”
Me lo chiedo anch’io. Forse non è neppure la mia di nonna, vissuta a cavallo tra l’ottocento e il novecento, devastata dai lutti di guerra e dalla fame del  dopoguerra. Vale a dire la bis-bis-nonna delle due mie esilaranti nipotine. E neppure la loro o quella di milioni di altri bambini di oggi ,di sette otto anni.
Questa dicotomia esistente tra la vecchietta disegnata nel sussidiario e l’immagine del nonno con apparecchio acustico e connessione internet, mi fa riflettere molto, a lungo e amaramente.
Immagine romantica la prima, finalizzata , chissà, forse a sollecitare affettività fasulle e pelose nei bambini in formazione. La seconda, invece, spumeggiante immagine vòlta a indurre ancora una volta  consumi dissennati. Mi chiedo, giusto così per mia pura curiosità: se una persona, e non necessariamente anziana, ha problemi acustici, deve andare a comprarsi  il primo apparecchio che capita? Non sarebbe forse meglio che andasse da un otorino? O forse questa informazione è meglio che non passi visto che potrebbero intasarsi gli ambulatori degli ospedali con messa in crisi delle strutture ospedaliere dove non si riesce, neppure senzapubblicità, a farsi fare una visita degna di questo nome in tempi non biblici?


Le due immagini citate risultano entrambe assurdamente mistificatorie, piegate a fini che nulla hanno a che vedere con il benessere della terza età. E che ancora una volta inducono all’unico maxi valore unidirezionale: il consumo, il consumo, il consumo.

venerdì 7 agosto 2015

L'immondizia come paradigma della nostra vita?




L’ articolo di Melania Mazzucco ( La Repubblica di domenica 26 luglio 2015) dal titolo eloquente “Se questo è il volto di una capitale”, mi ha fatto pensare alla dimensione del degrado non solo di Roma ma di molte città e paesi italiani, piccoli e grandi.   La scrittrice, nell’articolo citato,  racconta  l’accoramento degli abitanti che vedono  l’insieme degli edifici, delle piazze, delle strutture antiche che provengono da una storia millenaria, deturparsi pian piano  ma costantemente. Vero è che nella storia degli uomini una certa quota di deturpamento fa parte della vita sociale stessa. Ma  si tratta di quel  deturpamento  connesso all’uso quotidiano e che rientra nell’ andamento della costruzione-disfacimento-ricostruzione e che è nell’ordine naturale delle cose.
Il grido accorato della Mazzucco che si sostanzia nella frase con cui apre l’articolo Che cosa ho fatto di male (per meritare questo)? ci mostra, invece, l’estrema drammaticità dell’impossibilità di  recupero e  di ripristino della passata bellezza di Roma. E’ quasi un  de profundis . Il tanto parlare di questo problema che si è fatto nei quotidiani e nei rotocalchi, dà anche la misura di una sofferenza di quella parte di cittadini che non si ritiene responsabile di questa devastazione.
Ma non è proprio così. Siamo tutti responsabili dell’ambiente in cui viviamo, urbano o naturale che sia, poiché tutti fruiamo in misura diversa di ciò che è pubblico. Forse Il degrado di Roma ha raggiunto livelli non più sopportabili, forse perché Roma è lo specchio del paese, fatto sta che si fa un gran parlare  solo adesso, di questo problema.

Ma ci siamo chiesti quante città vivono da molti decenni la condizione di Roma stessa? E quando mai se n’è data notizia dei quotidiani nazionali?
Ci sono città, nella penisola, che per degradazione non sono seconde a nessuna altra.

Anche nel degrado c’è forse una graduatoria: città più o meno degradate, in procinto di degradazione, quasi-degradate, degradate parzialmente, irrimediabilmente degradate.
Tra queste ultime annovero Palermo, mia città natale, o meglio, mia provincia di nascita, essendo io  nata in un piccolo paesino, a quasi sei chilometri dalla grande città, di nome Villabate  che ho visto crescere in questi ultimi quarant’anni almeno del triplo sia per il numero di abitanti che per i fabbricati.
Questa piccola cittadina ha la sfortuna di trovarsi a ridosso del territorio della grande città di cui è ormai diventata un' anonima periferia urbana insieme a molte altre frazioni che circondano la città a nord-est.  E' situata nell’importante snodo autostradale che immette nelle tre principali autostrade Palermo-Catania, Palermo –Agrigento, Palermo-Messina.
Tuttavia  Villabate ha sempre avuto  dignità di paese in quanto la sua genesi storica data al millesettecento  in seguito  all’inurbamento di un latifondo di proprietà di un abate di nome Agnello. Da qui, dunque, la toponomastica: Villa dell’abate, esitata in Villabate.
Un legame affettivo di più di mezzo secolo mi lega a questo luogo. Ed è di questo paese che voglio parlare.

Il paese si snoda lungo la vecchia strada provinciale per Agrigento,  ai cui lati sono sorte le prime case dei contadini che avevano nella coltivazione degli agrumi della Conca d’oro la loro ragione di vita economica e sociale. Il paese , nel corso degli anni, si è ingrandito per accumulo, senza mai un piano regolatore, senza un ordine che salvaguardasse l’ambiente meraviglioso dei “giardini”, dove nelle sere tiepide di primavera, il profumo della zagara era sentore di paradiso. 
Questo ambiente, invidia dei viaggiatori stranieri, vanto e orgoglio dei contadini, è stato piegato e violentato all’inurbamento senza che nessun amministratore segnalasse un abuso, perché, in mancanza di pianificazione generale, non si può parlare di abusi.
A mia memoria questo paese è stato sempre deturpato dalla spazzatura  che non necessariamente è collegata con gli abusi edilizi, ma, come questi, è sintomo di un idem sentire della comunità.  Ma se da una parte gli abitanti si sono sempre lamentati della sporcizia pubblica, dall’altro si sono guardati bene dall' intervenire a livello privato.  Eppure le case, al loro interno, sono state sempre splendenti per la pulizia meticolosa che le massaie provvedevano ( e provvedono) a fare quotidianamente  senza trascurare neppure i marciapiedi prospicienti.
Ecco, però  finiva qui l’interesse del privato cittadino per la cosa pubblica. Sempre a mia memoria, ho visto buttare cartacce, sporcizie varie, materiali di risulta e quant’altro nelle strade pubbliche  senza che qualcuno dei cittadini mai si arrischiasse a fare la benché minima osservazione. Era questo un modo ordinario di vivere. Nessuno si meravigliava, a nessuno veniva in mente che forse quello non era proprio un modo civile di stare in una comunità. Persino i bambini, rimproverati qualche rara volta perchè sorpresi a sporcare la strada, rispondevano con una tipica frase, diventata luogo comune, ad eventuali scarse osservazioni di qualche adulto dotato di senso civico: Vossia chi vùali? Picchì cca u’ sua è?  (Lei cosa vuole?Perché questa è proprietà sua?).  Questa frase non si sente più ripetere certamente, ma la condizione educativa che ci sta dietro era (e forse ancora è) paradigmatica di un mondo in cui ciò che è pubblico è terra di nessuno. Quindi si può devastare.
Ebbene, no. A questa domanda dobbiamo imparare a rispondere: sì, qui è mio ed è anche tuo, dei tuoi fratelli, dei tuoi cugini, della tua famiglia, della famiglia di tutti noi. E’ nostro e bisogna salvaguardare ciò che è nostro, esattamente come salvaguardiamo tutto ciò che ci riguarda dentro la nostra casa. L’ambiente che sta fuori dalla nostra casa, è casa nostra anche quello . Ci appartiene, apparterrà ai nostri figli cui lo lasceremo in eredità.
E’ di tutti noi anche il territorio di confine tra il nostro paese e quello della grande città, dove, pensandolo come terra di nessuno, perché zona industriale e trafficatissima, molti, tra abitanti e passanti, scaricano ogni giorno cumuli di immondizie. E mai nessuno si prende la briga di raccogliergli, né amministratori né semplici cittadini, i quali, anzi, si sentono confortati dagli enormi cumuli ad aggiungere carico al carico in un generale inferno di degrado di cui oramai non si rendono più neanche conto. E così si continua a vivere dentro una grande pattumiera senza neppure sentirne l’odore.

Questo è il punto di non-ritorno, l’irrimediabilità del degrado definitivo.

martedì 5 maggio 2015

Ma che ne sappiamo delle prove INVALSI?

" Bene hanno fatto le maestre a  scioperare oggi!". 
" Ma sta scherzando, signora? Io lavoro tutti i giorni  otto ore al giorno, a me tutti questi scioperi  mi danneggiano. Dove e con chi lascio la mia bambina?"
" Ma no, signora, oggi dovevano esserci le prove INVALSI, è per  questo che le maestre hanno scioperato!"
" Ma scusi, le sembra giusto che le maestre per non far fare le prove Invalsi ai bambini, non vadano a scuola ed incitino anche gli scolari a non andare?"
"Certo, signora, è giusto! I bambini non sanno fare queste prove, perchè non servono a niente! Le maestre si rifiutano a ragione a non farle fare, perché non corrispondono a tutto ciò che fanno durante la loro attività didattica di tutto l'anno!"
" Ma sta scherzando, signora? Allora perché le maestre non fanno quel tipo di lavoro lì, la mia bambina deve perdere un giorno di scuola. Questo non è giusto. Ho parlato con diverse mamme che sono pronte a portare i loro figli nelle scuole private a causa di tutti questi disservizi nella scuola pubblica,  ma io no. Io non voglio portare mia figlia nella scuola privata. E' lo stato che deve assicurare il servizio pubblico!"
" E invece io le dico, signora, che i bambini non devono essere stressati con l'addestramento alle prove Invalsi. Non se ne può più!"

Questi sono i discorsi che stamattina ho sentito personalmente fare da due mamme che commentavano lo sciopero indetto oggi nella scuola. Tali ragionamenti all'interno di un ambulatorio per la fisioterapia. Donne che per motivi di salute, si incontrano e si confrontano sui temi di attualità che le riguardano da vicino.
Che percezione ha la gente della nostra scuola? Mi sono interrogata su questo argomento. Lo spostamento del problema- sciopero contro la "buona scuola" allo sciopero contro i test dell'Invalsi: perché?
Che confusione! Quanto contano le dicerie che si sparpagliano dai corridoi scolastici agli spiazzi antistanti le scuole e da qui ai luoghi di aggregazione, per le persone che colgono qualche affermazione un po' qua e un po' là, che non leggono nulla, che non si informano con attenzione, che non sanno stare neanche cinque minuti sul problema senza distrarsi, senza lanciare sguardi al cellulare e all'ultimo messaggino arrivato?
E' veramente triste. La più grande tristezza è che nell'epoca delle informazioni veloci, ciò che arriva a destinazione sono soltanto rumors senza nessun costrutto.

Chiariamo prima un concetto: lo sciopero di oggi nella scuola non ha nulla a che vedere con le prove Invalsi. E' uno sciopero regolarmente indetto dalle organizzazioni sindacali per protestare contro la riforma del governo Renzi denominata "La buona scuola".

Una volta chiarito ciò, bisognerebbe chiedersi: ma quanti, tra tutti i docenti e tutti gli utenti della scuola, conoscono nel merito queste benedette prove INVALSi? E non solo per sentito dire? Perché la gente  si arroga il diritto di entrare nel merito di qualsiasi cosa succeda nelle scuole, senza averne la benché minima cognizione?
Di chi è la responsabilità di tutto ciò? Degli insegnanti che non spiegano ai loro alunni il come e il perché dello sciopero, il come e il perché delle prove Invalsi, o non piuttosto della scuola  come istituzione che, anziché informare bene e aprire il confronto su questi argomenti, all'interno degli organi collegiali, dove sono presente anche i genitori, lascia che  le dicerie scorrano per la loro strada e i loro rivoli, nulla apportando né all'informazione reale, né all'opportunità di costruire insieme qualcosa di diverso? Degli stessi genitori che sentono il problema solo quando lo scontano sulla propria pelle?

Perché gli insegnanti non spiegano che c'è differenza tra scioperare contro una legge di riforma della scuola ( la buona scuola appunto) che ha tanti aspetti negativi e che affossa anni di faticose conquiste in termini di didattica per gli studenti e di carriera dei docenti, e dichiararsi contrari ad un unico aspetto di carattere didattico ( i test invalsi) che , peraltro, se utilizzati per una didattica innovativa e consapevole, possono portare ad un apprendimento critico e a competenze sicure nelle due abilità di base ( lettura e comprensione del testo e matematica e risoluzione dei problemi)?.
E' veramente triste la disinformazione che, in primis,  sta alla base della formazione dei docenti e che, in secundis,  riverbera sull'utenza.
Fatto sta che , volenti o nolenti, bisogna che prendiamo atto una volta e per tutte che i nostri studenti sono in coda a quelli di molte nazioni europee ed extraeuropee, e che, in particolare, gli studenti del Sud d'Italia e delle Isole, sono gli ultimi degli ultimi. Ci sarà una ragione per tutto ciò? O dobbiamo dire sempre, parafrasando il povero Jacovitti, "sono un salame per colpa della società?

sabato 2 maggio 2015

Come in un sogno. Ancora malasanità.

E' accaduto un'altra volta. La seconda nella mia vita. Non ne desidero una terza .Vivere per otto giorni la vita di  una corsia dell'ospedale , da degente, non è una  cosa che possa risultare attraente. Necessaria, forse sì, attraente mai.
E quindi  è così che mi ritrovo, mio malgrado, in questa situazione, in un tempo che è come sospeso tra il ritmo di vita ordinario che era anche mio e che adesso non mi appartiene,e quello in cui mi trovo di oggi, quello dei malati avviluppati nella sofferenza, sordi anche al vicino di letto, sconfitti dal proprio dolore.
Il mio è ben poca cosa, un male di stagione degenerato che mi ha necessitata al ricovero , ma il passaggio obbligato mi ha costretto a vedere con altri occhi i miei simili. Tra questi, ovviamente annovero anche il personale ospedaliero. E così ti accorgi di tante piccole sfumature: la ragazza, giovane, in stanza con me, mi racconta il marito, stava per morire, per un malessere stagionale simile al mio, mal curato presso un altro ospedale cittadino.  Non per incompetenza, ma per incuria, non per la pericolosità del virus, ma per la strafottenza del primario che non cura abbastanza l'organizzazione del suo reparto, non per la tragica fatalità contro cui ogni umano agire è inutile, ma per mancanza a-s-s-o-l-u-t-a  di attenzione alla persona. Tutto qui. Come se una volta entrato in ospedale, ciascuno di noi perdesse la sua fisionomia di essere umano, per assumere quella di un "caso" clinico, o, peggio, di un numero di corsia.
Solo l'intervento tempestivo del marito che ha preteso con urla e improperi ( ci vogliono, ogni tanto, basta con questa fiducia nei primari e con il timore reverenziale, alcuni non se lo meritano proprio, né l'una né l'altro)  all'indirizzo del primario, il trasferimento in altra struttura, ha salvato la giovane in questione, mamma di due bambini.
Nella struttura dell'ospedale di Is Mirrionis, reparto infettivi, invece, la giovane è stata curata, accudita amorevolmente da tutto il personale, in primis dalle infermiere che  ne sono fatte carico. L'hanno accudita, coccolata, consolata e curata bene ovviamente. Quanto è importante per un paziente ospedalizzato trovare conforto ed empatia tra il personale ospedaliero? 
L'ospedale è un altrove in cui il tempo diventa altra cosa, si deforma, si dilata. Nella struttura estranea che l'accoglie,  il malato si sente sperso,  tutto sembra complottare contro di lui, e  le difese psicologiche, anche più consolidate, cadono di fronte all'essere un "ammalato". Incombe la paura, il terrore di non farcela, di continuare a star male. Il paziente è indotto a sottomettersi al volere di coloro che sono preposti alla sua vita. Si accosta a loro con timore reverenziale, quasi non chiede, non osa, per timore di essere rintuzzato anche nelle richieste più banali. E allora è il personale paramedico e medico che deve avere la giusta intuizione, che deve accostarsi con RISPETTO al dolore e alla sofferenza dell'altro, sopportandone pazientemente anche le richieste reiterate, anche se sa che non sono necessarie. Il paziente , quando è in ospedale, diventa indifeso, è come un bambino, è nelle mani di altri. Ho avuto modo di apprezzare la grande professionalità dei medici di questo reparto come anche l'umanità veramente grande delle infermiere. Alcune di esse gestiscono il proprio ruolo con grandissima dignità e con dedizione assoluta. Bisogna proprio dirlo, questo è un mestiere faticosissimo e molto molto impegnativo. Ma credo che la bontà del servizio di un reparto dipenda in primo luogo dal primario. E' il direttore che fa la differenza nei reparti. E la cosa è evidente anche al primo sguardo: pulizia, silenzio nei corridoi, personale efficiente, gentilezza e calore umano. Tutto questo conta almeno al 50% per la guarigione del paziente contribuendo al suo benessere psico-fisico.
Con tutto quello che la Regione Sardegna spende in sanità, con una 
spesa sanitaria complessiva che ha raggiunto quasi tre miliardi e 360 milioni, pari a quella del Lazio ma per solo un milione e mezzo di abitanti ( tanti siamo tuttora i residenti nell'isola), non sarebbe cosa buona e giusta pretendere non solo l'accuratezza e la professionalità nelle cure, ma anche un trattamento dignitoso dei pazienti, improntato alla vita di una comunità che si ritiene civile?
Invece...non è proprio così. C'è una differenza notevolissima non solo all'interno delle divisioni ma anche tra reparti e reparti. Se si è fortunati, può capitare di trovarsi nella corsia giusta, altrimenti bisogna affidarsi alla divina provvidenza, se si è credenti.
Non penso proprio che, viste le cifre citate, noi cittadini ci dobbiamo rassegnare a questo sistema. Bisogna levare la voce, farsi sentire, dire  con fermezza il proprio parere e, se l'ammalato non può, devono farlo i familiari. Non possiamo sopportare che mentre si sperperano milioni e milioni di euro, provenienti dalle nostre tasse e quindi dalle nostre tasche, dobbiamo accontentarci di un servizio scadente da paese del terzo mondo.
A queste cose dobbiamo pensare quando facciamo le nostre scelte politiche e non alle alchimie di potere che, da qualunque parte vengano, non vengono certo per il nostro meglio.
In Sardegna, in particolare, dovremmo proprio smetterla di guardare altrove e invece guardare al nostro interno, a ciò che avviene nelle  nostre istituzioni, e insistere su queste, senza farci sviare verso altri problemi messi davanti ai nostri occhi non per farci vedere ma per accecarci.



venerdì 26 dicembre 2014

Babbo Natale: chi è costui?




La foto viene da qui


Notte di Natale, 24 dicembre 2014, ore 22.30. Abbiamo appena finito di mangiare , le bambine hanno portato in tavola il tiramisù in minuscoli calici di vetro.
E’ l’ora di consegnare i pacchi con i regali a tutti e quattro i bambini presenti. Per la fretta non si è riusciti a sistemarli per tempo sotto l’albero. Sono ancora nascosti nello sgabuzzino su in terrazzo. Breve consulto tra i genitori: si decide di distrarre i bambini, di andare a prendere tutti i pacchi regalo e disporli dietro la porta d’ingresso dell’appartamento. Si conviene che uno dei genitori provveda a bussare all’uscio e a quel punto si inviteranno i bambini ad aprire la porta a Babbo Natale e prendere i regali.

Costanza, quattro anni, è incuriosita:
- Ma chi è che ha bussato?
-Babbo Natale!- dice la mamma.
-Babbo Natale?- Costanza inizia a piangere, corre e va a nascondersi dietro il divano.
-Ma  Babbo Natale ha solo lasciato i regali, non c’è più alla porta, ha lasciato solo i regali e se n’è andato via, non ti preoccupare!- continua la mamma.
- Ma perché se n’è andato via? – fa Costanza- non entra?-
-No, porta solo i regali, ma non entra nelle case e non si fa vedere dai bambini.
-Perché non si fa vedere?
-Ma perché deve portare un sacco di regali a milioni di bambini, non può fermarsi in ogni casa-
-Ma come fa babbo Natale ad arrivare in tutte le case di tutti i bambini?
-Ha una slitta magica: è velocissima e lo porta dappertutto.
-Ma da dove arriva Babbo Natale , dov’è la sua casa?
-La sua casa è in un paese freddo freddo al polo nord dove c’è un sacco di neve.
-Ma dove li mette tutti questi regali? Come fa a caricarli tutti sulla slitta?
-Babbo Natale è magico, ce li fa stare tutti.
-Ma questo Babbo Natale legge tutte le lettere di tutti i bambini?
-Certo, altrimenti come fa a portare i regali richiesti?-
E se li ricorda tutti? Non li scambia?
-No se li ricorda tutti, perché è magico.
A questo punto i bambini iniziano a scartare i regali: ce ne sono due, tre per ognuno. Per terra si accumulano nastri e carta colorata in un grande mucchio. I bambini guardano e commentano.
- Ecco, Babbo Natale non mi ha portato quello che gli avevo detto io!- Costanza inizia a piangere a dirotto.
- Ma vedrai, avrà lasciato altri regali a casa di nonna, perché babbo Natale va anche a casa dei nonni a portare altri regali. Magari il regalo che hai richiesto, lo troverai lì- dice la mamma per consolarla.
Poco convinta, Costanza smette di piangere. Rigira tra le mani un’ enorme scatola di cento colori e un pacco più piccolo con un bellissimo vestitino. C’è ancora un pacco da scartare. Lo scarta e tira fuori un album colorato da disegnare. Lo prende e si avvicina alla mamma:

- Ma questo io non l’avevo proprio chiesto! Restituisciglielo, si vede che ha sbagliato!- e se ne va.