venerdì 8 dicembre 2023

"Dolce per sé è il ricordo"

 


"Dolce per sé è il ricordo..."

 

E' ancora là la casetta piccola, a due piani, dipinta di calce bianca con striature ingrigite dal tempo. L'abbiamo messo in vendita. E' in vendita già da alcuni anni ma non l'acquista nessuno. E' la casa dei miei genitori. Sta in una vaneddra, una viuzza come ce ne sono tante, nel mio piccolo paese, in un quartiere cui, non ho mai saputo perché, fu dato il nome di Tripoli. Ma fu un nome profetico perché il trascorrere fatidico del tempo restituisce ora il senso a quel nome. Tanti magrehebini lo abitano adesso senza che la loro lingua si distingua dalla parlata della gente di là. Stessi suoni gutturali, stessa modulazione vocale, stesse parole, a volte. La lingua siciliana ha tante inflessioni arabe e, se udita a distanza, sfuma e si confonde con questa e questa con quella. Da tempo le inflessioni amalgamano quella gente in un'unica popolazione, senza differenze se non nei nomi.

 In questo posto io ci sono nata.

La mia casa si apriva alla strada e quasi proseguiva in essa. La strada un tempo, nel mio tempo d'infanzia, non era un luogo diverso. Era la casa stessa, era la mia casa all'aperto. Non un giardino, non un cortile, ma proprio la casa stessa -  priva del tetto- dove si andava, noi bambini a continuare la nostra vita di dentro. Il fuori era sinonimo stesso della casa, e indicava il suo luogo più fresco, quando d'estate c'era un gran caldo e tutti non potevamo stare nel chiuso delle mura, dove non era neppure pensabile un gioco di movimento per me e i miei fratelli, noi che eravamo, a turni intercambiabili, ora gli yankee ora gli indiani e ci rincorrevamo e ci lanciavamo i sassi col tirapietre.  La strada era la nostra casa anche d'inverno, nei caldi inverni siciliani, con le lame di luce nei gialli muri di tufo che a Natale ci facevano gustare l'effetto dell'affabulazione collettiva all'aperto con distribuzione di fette di limone col sale, in un giro di ragazzine vocianti e di madri affacciate all'uscio.

C'era in quella casa un terrazzo con le tegole del tetto consunte per i troppi anni e ricoperte, a dicembre, da un fitto spessore di muschio. Quello era il muschio di Natale per me che andavo a sollevarlo, attaccato com'era fortemente alla creta, con la lama di un coltello.  Ce n'era tanto. Insieme ai miei fratelli lo sdradicavo quasi tutto. E dopo averlo fatto essiccare un po' al sole, tutto quel muschio diventava il tappeto erboso del nostro presepio. Andavamo poi alla ricerca di pezzi di sughero, più difficili da trovare. Ma l'effetto finale era bello: tutto quel sughero addossato alla parete della nostra sala da pranzo diventava: case, stalle, botteghe dell'arrotino e del pescivendolo, piccole casette dento le quali stavano a filare le figurine femminili del presepe e il ciabattino con il martello  e la scarpa in mano. E le stradine di piccola ghiaia dove, vicino alla grotta si collocava "u spavintatu ru prisepiu" un pastorello con le braccia e le mani alzate in atteggiamento di grande meraviglia per l'evento della nascita del Bambino. Molto più difficile diventava la collocazione delle luci. Piccole lucine tutte colorate che dovevano andare ciascuna dentro ogni anfratto di sughero o dentro ogni casetta. Era lì che scatenavano le sciarre: c'era sempre chi tra noi pestava il filo o non riusciva a districarlo o rompeva le lucine. Allora erano sequele di urla dei più grandi e qualche scappellotto volava a filo di testa.

Persino l'acqua, quella vera, mettevamo dentro una piccola vasca camuffata tutt'intorno dal provvidenziale muschio. Acqua che spesso faceva saltare la corrente avvolgendo nel buio più completo quel piccolo paesaggio, magari nel bel mezzo del pranzo di Natale.

Il pranzo non era quel trionfo di gola che oggi affolla ogni tavola. C'erano gli anelletti col sugo di carne e piselli, la pasta della festa, e i brocioloni ripieni di pangrattato, uvetta e pinoli. Ma il segno distintivo della festa c'era sempre: cannoli e buccellati. In tutte le tavole c'erano.

E quella nostra piccola casa ci conteneva tutti, nonni, mamme, padri, zii e cugini, in un vociare festoso e assordante al quale nessuno si sottraeva. La festa era: stare tutti insieme nella casa piccola che spesso si allargava nella strada. Bastava solo aprire la porta. E se qualche vicino passava, pure lui era invitato a partecipare, a mangiare e a giocare con noi. La nostra piccola casa aveva, nel piano superiore, due piccole camere da letto con il soffitto dove un qualche imbianchino con vocazione d'artista aveva trovato il modo di dare un saggio della sua maestrìa: un dipinto con scene campestri e tralci di edera. E persino una casa di campagna con tanti alberi e tanto verde intorno, dove io mi rifugiavo immaginandomi avventure regali di principesse e principi, di re e di regine. Quella era la casa dei miei sogni, la casa che abitavo ogni notte, dove tra fughe di stanze e vasi di fiori c'era una stanza tutta per me con le tende bianche alla finestra e un letto a baldacchino dove io dormivo da sola senza il fastidio dei fratelli e di mia madre che mi costringeva alle faccende di casa. Cosa che odiavo di più al mondo: non riuscivo a capire perché mai solo io, dei quattro figli che eravamo, dovevo aiutare la mamma a pulire, rigovernare, lavare i pavimenti e rifare i letti. Ecco, io questa cosa qui non la volevo fare. Io volevo leggere e guardare la parete dipinta e immaginarmi principessa in mezzo alle mie stanze. Ero strenuamente sorda ad ogni rimprovero e la mia resistenza aveva quasi sempre la meglio.

Era in questa casa che noi bambini aspettavamo a lungo, nei pomeriggi delle domeniche estive, mio padre che ci prometteva di portarci al mare. Noi lo aspettavamo, ma quando la luce del sole lasciava la mano alla azzurra penombra della sera, perdevamo le speranze e uscivamo a giocare in strada con gli amici. Quelle delusioni preludevano ai pianti e mia madre, infastidita dalle proteste nostre e dall'assenza del marito, sfogava spesso il suo malcontento facendoci rientrare alla svelta e sbarrandoci l'accesso alla strada con il chiavistello. Spesso cenavamo senza di lui, spesso andavamo a letto senza vederlo né salutarlo. Ma tardi, ancora sveglia, mi riusciva di sentire i passi pesanti di mio padre che rincasava a notte fonda e qualche strillo di mia madre che si lagnava di aver dovuto, la sera della festa, cenare da sola con i bambini. Non erano assenze colpevoli. Erano assenze necessarie. Lui, mio padre, il suo lavoro lo cercava così, nella piazza del paese, nella banchina. La banchina era luogo d'ingaggio e piazza di scambi, sito privilegiato delle transazioni ma pure del libero ritrovo tra   uomini. Le donne non vi avevano accesso. Solo i maschi potevano esercitare questo loro diritto tacitamente riconosciuto. Anche le bambine non potevano frequentarlo, se non accompagnate dal genitore. Lui, mio padre, mi portava qualche volta con sé. Ed io riverberavo l'orgoglio dell'accesso in quel luogo a me proibito, se sola. C'era un caffè, poco più di un chiosco coperto in realtà, dove gli uomini andavano a bere e a giocare a carte. Il bancone aveva una vetrina ricoperta di dolciumi che variavano ad ogni stagione: cannoli, pasticciotti, iris con crema di ricotta, cartocci pieni di crema, d'inverno; frutti di martorana, dolcetti biscottati all'anice, pupi di zucchero per la festa dei morti in autunno; gelati di tutte le specie in primavera e in estate. Ognuno per una festa. Ognuno col suo turno di apparizione. Mi incantavo a guardare. Mio padre col suo sorriso appena abbozzato mi lanciava uno sguardo d'intesa e faceva materializzare nelle mie mani almeno uno di quei meravigliosi dolci.

E così, nelle mie sere di festa, quando lui non tornava a casa a saldare la promessa di una passeggiata, me ne andavo a letto delusa, ma non sconfitta. La mattina dopo, quando mi alzavo per andare a scuola, - mio padre era già andato via da alcune ore- lo cercavo  e non lo trovavo più in casa. Ma sul grigio marmo del comò della sua camera da letto c'era sempre un pasticciotto per me.