giovedì 8 luglio 2021

Cambiare l'acqua ai fiori di Valérie Perrin ed. e/o, 2020

 

 

 

 


 

 Recensione di Maria Rosa Giannalia

 

Questo romanzo di Vàlerie Perrin ha avuto uno straordinario successo di pubblico e di vendite. Questo grande successo mi ha incuriosito poiché, dopo la lettura che ne ho fatto, il romanzo non mi aveva per niente entusiasmato. Pertanto, ho voluto capire  come mai solo io non fossi stata particolarmente attratta da “Cambiare l’acqua ai fiori”. L’ho riletto una seconda volta, magari, ho pensato, la lettura frettolosa che ne avevo fatto, mi aveva impedito di apprezzarne l’impianto generale. Così, ultimata la seconda lettura ho cercato di analizzare questo testo con gli strumenti di analisi che possiedo e che , generalmente, utilizzo , anzi, utilizzavo, solo per i testi di studio perché questo genere di analisi richiede un certo tempo che solitamente magari non ho desiderio di impiegare per i romanzi di piacere.

 

Intanto chi è l’autrice? Valerie Perrin è la compagna di Claude Lelouch e come tale ha avuto modo di fare una buona esperienza di sceneggiature di film come recita anche Wikipedia : L'incontro con Claude Lelouch nel 2006 ha dato il via alla sua carriera cinematografica come fotografa di scena e poi come co-sceneggiatrice degli ultimi film del regista[1], ma sono soprattutto i suoi romanzi a renderla nota al grande pubblico. Fatto, questo, da tenere molto presente nell’analisi di questo testo che andrò a sviluppare.

 

 Mi pare opportuno iniziare proprio dalla struttura del romanzo: come è concepito? Come è stata scelta la tematica? Quale trama e quale ordito sono stati intrecciati per costruire questo libro di successo? E soprattutto cosa ha convinto milioni di persone del terzo millennio a decretarne il successo? Sono tutte domande che mi sono posta e alle quali tenterò di dare risposte, premettendo che non è uno di quei libri che io sceglierei per mia volontà.

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La fabula è piuttosto scarna:  Violette, una donna con un vissuto problematico, si innamora di un uomo molto narcisista, si dà a lui anima e corpo, lo sposa, ha una bambina, lui la tradisce con molte donne diverse, lei si disamora progressivamente ma , incapace di abbandonarlo al suo destino, continua una vita di sacrifici in cui lei mantiene, solo col suo lavoro, tutta la famiglia, fino a quando la morte accidentale della bambina non le fa prendere coscienza di sé, facendole rivoluzionare la sua condizione di donna sottomessa e sfruttata a favore della costruzione su altre basi più gratificanti della propria vita.

Il romanzo ha un impianto strutturale molto antico. Si potrebbe infatti rapportare alla struttura delle fabulae milesiae, antesignane del romanzo, riprese, nella tradizione latina, da Petronio e da Apuleio. L'autrice, non so quanto consapevolmente, ha attinto proprio alla più classica delle strutture: quella ad incastro. La storia viene accresciuta via via da diverse altre storie, molte delle quali ridondanti e poco legati al nucleo centrale del racconto. Cioè una matrioska di narrazioni alcune delle quali del tutto autonome e non necessarie (la storia di Iréne e di Gabriel ad esempio, o anche la storia di Francoise e Philipe, quella di Paul e Julien) che si collegano con la storia principale solo tangenzialmente. E servono non per sviluppare, arricchire e ampliare il nucleo centrale del romanzo, ma solo come riempimento del testo in sé. Una sorta di storie nella storia.

 Il narratore principale, sempre interno, cioè Violette, si alterna con altri personaggi nella variazione anche del genere letterario: la lettera, il diario intimo, il testo poetico etc. Cioè l'autrice si è giocata la carta della commistione di molti generi nel gioco della variazione. Espediente anche questo utilizzatissimo nelle narrazioni classiche dove però la commistione dei generi era riferita a e necessitata da un contesto molto specifico, in cui, non esistendo ancora la cultura di massa, questi romanzi avevano più la funzione di intrattenere in modo semplice piuttosto che di fare partecipare il lettore in modo attivo alla costruzione del testo stimolandolo a mettere in atto tutta la sua enciclopedia personale, le sue esperienze, il suo mondo, per elaborare in maniera significativa le proprie emozioni e riflessioni che  possano attivare il pensiero e generare conoscenza.

Questa éscamotage - ripeto, presente nella struttura dei romanzi antichi- fornisce l’opportunità all’autrice di deviare l’attenzione del lettore verso altre vicende, in modo che egli non si annoi o quantomeno tenga sempre desta l’attenzione che, viceversa, in un approfondimento maggiore del tema centrale, potrebbe calare, con abbandono conseguente della lettura.

   In altri termini, ciò che mi appare evidente è come l’autrice abbia tenuto presente il suo pubblico di riferimento, pensando ad un suo personale lettore empirico che, per la maggior parte dei casi, ha potuto coincidere con il lettore di massa, ma non con il lettore reale il quale potrebbe anche non prestarsi al gioco che questa costruzione strutturale sottende.

   Di questa macchinosa costruzione della struttura mi sembra che la narrazione centrale non  risenta positivamente perché alla variazione del  genere non corrisponde alcuna variazione del registro linguistico che si mantiene sulla falsariga del registro iniziale, con pochi dialoghi e molti “ spiegoni” vale a dire molte parti in cui soprattutto il narratore sia interno sia esterno racconta non solo i fatti ma anche le emozioni, sostanzialmente impedendo il contributo del lettore al quale viene raccontato sempre non solo ciò che hanno fatto e fanno i personaggi ma anche ciò che sentono, vale a dire le emozioni. Ne consegue che il lettore ingenuo o di primo livello (come viene definito da Umberto Eco nel suo  Lector in fabula)  viene suggestionato dalla scorrevolezza del testo poiché non gli è richiesto alcuno sforzo e alla fine del romanzo lo stesso lettore ha l'impressione di aver letto un libro assai gradevole e anche coinvolgente. Ma solo perché è stato confermato nelle sue emozioni e nei suoi sentimenti più semplici e generali e certamente  tenuto a debita distanza dalle riflessioni più profonde e, direi, molto più complesse, degli universali del sentire umano, poco arrincchendosi a livello personale. Però gli rimane l’impressione di avere passata qualche ora di gradevole lettura.

 In base a questa lettura che ne ho fatto ( assolutamente personale, per carità, che non vuole minimamente essere prescrittiva per nessuno), io sfaterei il mito di questo romanzo per ricondurlo nell'alveo dei libri furbi costruiti per coinvolgere i lettori,  conducendoli falsamente sul territorio di un argomento grave, cioè la morte, ma trattandolo con una leggerezza non di stile ma solo di intenti, poco credibile e poco adatto , almeno per il mio sentire, alla tematica trattata nel romanzo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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