venerdì 27 dicembre 2013

Del come e del quanto lo stato paga i commissari dei concorsi a cattedra.

Alla fine del 2012 il MIUR ha bandito i concorsi a cattedra. Anch’io, insieme a molti altri docenti, ho inviato una domanda richiedendo di far parte di una delle  commissioni giudicatrici. Ovviamente tale domanda l’ho spedita dopo avere letto attentamente il bando e avere quindi appreso che, per l’impegno che avrei dovuto sostenere, avrei percepito una cifra forfettaria di pochissimi euro che nel bando non veniva neppure esplicitata e di 0,50 euro per ogni compito corretto ( sì, avete letto proprio bene: 50 centesimi a compito!).
Nonostante le premesse mi sembrava una buona cosa dare la mia adesione e, poiché ero da poco in pensione, mi è sembrato opportuno dare ancora un mio contributo perché ho sempre lavorato nella scuola con grande passione e ho ritenuto trascurabile interessarmi dell’aspetto economico della cosa.
Alla mia commissione sono stati attribuiti duecentoquarantacinque concorrenti e quindi, espletati gli scritti, ci sono stati assegnati duecento quarantacinque compiti da correggere.
Il concorso avrebbe dovuto essere svolto entro il mese di giugno del 2013, o almeno così ci era stato detto. Infatti i commissari che hanno accettato di continuare, dopo la valanga di rifiuti dell’incarico attribuito, speravano di potere godere  delle vacanze estive come ogni lavoratore. Invece gli scritti si sono tenuti nel mese di marzo e le correzioni, per motivi burocratici che non abbiamo capito molto bene, sono slittati al mese di maggio e parte di giugno.
Per correggere duecentoquarantacinque compiti, è necessario un tempo congruo, che al netto delle pausa-pranzo e delle piccole pause-caffè, è andato a consistere in circa cinque ore al giorno per una trentina di giorni. Ci avevano detto che potevamo andare a mangiare in una tavola calda e che i pasti ci sarebbero stati rimborsati.
Ora, essendo noi docenti della commissione in maggioranza donne e non avendo l’abitudine di ingozzarci di cibo, ma anzi di badare alla nostra dieta, abbiamo mangiato il minimo indispensabile, pensando che, comunque, non avrebbe fatto bene né alla nostra salute né alla nostra linea abbondare in cibo, in considerazione che tavole calde non ce n’erano in prossimità della scuola che ci ospitava o meglio una c’era ma con un tipo di cucina adatta più lavoratori di mano che di mente. Così ci siamo accontentati di insalatine, qualche frutto e talvolta, volendo esagerare, qualche pezzo di formaggio. Il tutto consumato al ristorante di un albergo poco lontano dalla scuola. Ma questo non  per tutti i giorni di correzione, ché anzi molto spesso, parendoci cosa buona e giusta non allontanarci per più di una mezzora al massimo, e, vista la crisi, di non pesare sul bilancio del MIUR, abbiamo pensato di portarci da casa cibo da consumare direttamente nella stanza di lavoro. Qui,  infatti, allo scoccare delle tredici stendevamo sul tavolo , previo accantonamento delle carte, delle graziose tovaglietta all’americana sulle quali mettere i nostri piccoli contenitori  e i nostri bicchieri e bottiglie d’acqua. Questo è ciò che abbiamo fatto per quasi tutti i giorni dedicati alla correzione degli scritti. Solo quattro o cinque volte siamo andate a mangiare al ristorante di cui sopra richiedendo ogni volta  scrupolosamente regolare ricevuta fiscale, per accluderla alla documentazione finale, fiduciose che, almeno, ci sarebbero state rimborsate quelle piccole spese dei pasti.
Abbiamo dunque lavorato per tutto il mese di aprile e a inizio maggio eravamo pronti ad iniziare, seguendo la prassi indicata dal bando, gli orali per i quali avevamo provveduto a stilare  un apposito calendario di circa quindici giorni, vista anche l’esiguità del numero dei concorrenti da esaminare dopo la selezione degli scritti.
Ma le nostre attese sono state abbondantemente… disattese e quello che doveva essere un lavoro da concludersi entro fine giugno si è protratto, sempre per inestricabili e inconoscibili motivi burocratici per tutto il mese di luglio e, dopo la pausa di quindici giorni di ferie estive, per l’ultima settimana di agosto!
Il tour de force  nostro e dei candidati, nel caldo del mese di luglio cagliaritano non è stato certamente leggero: anche i nostri già magri pasti ne hanno risentito e ci siamo permessi di uscire a pranzo , sempre nel ristorante annesso all’albergo, sì e no, tre-quattro volte in tutto. Per il resto abbiamo consumato le nostre insalatine dentro l’aula messaci a disposizione con l’aria condizionata a tutto campo, poiché il mese di luglio del 2013 rimarrà memorabile non certo per il concorso ma sicuramente per il caldo sofferto dai malcapitati concorrenti.
Ma insomma, espletate tutte le operazioni di rito, finalmente abbiamo concluso il nostro lavoro, per quanto ci ha riguardato, ben fatto , con scrupolo e tutta la professionalità di cui siamo stati capaci pur nell’atmosfera torrida dell’estate cagliaritana.
Finalmente siamo tornati ciascuno alle proprie incombenze e ci eravamo quasi dimenticati della remunerazione dovuta, dei rimborsi e di tutto il resto. La nostra professione infatti ha questo di buono: ci abitua fin da subito alla povertà, alla parsimonia, alla considerazione che tutto ciò che il docente di scuola fa durante il suo lavoro ha un valore così grande che non può essere retribuito in moneta. E infatti non ci pagano, tutt’al più ci “mantengono in vita” fino all’atto finale del pensionamento quando scopriamo che: a) tutti gli anni di servizio non possono essere conteggiati ai fini della pensione né della liquidazione per motivi così complessi che il solo atto di comprensione, esulando dalle nostre competenze tese a esercitarsi in termini di formazione e di cultura, ci distrugge psicologicamente e ci fa preferire rinunciare piuttosto che impegnarci per avere giustizia in una lotta impari con il mostro dai multiformi tentacoli della burocrazia scolastica; b) non tutti gli anni di pre-ruolo che ci hanno visto percorrere chilometri e chilometri di strade per tutta la Sardegna nell’arduo compito di raggiungere gli studenti di paesini interni dell’isola, dove non arrivano neppure i mezzi pubblici, per cause misteriose e inadempienze della burocrazia interna alle stesse scuole, non ci verranno mai riconosciuti in termini monetari; c) la nostra pensione al netto delle tasse si riduce a una somma pari solo, forse, a quella che riceve un docente precario all’inizio della sua carriera.
Ed è in questo spirito che finiamo per accettare tutto, anche il fatto che, come sta accadendo purtroppo in questi giorni, gli insegnanti vengano pagati a…sorteggio!
Poi, giusto nel giorno del mio compleanno, mi è arrivato il bonifico da parte del ministero.
Ho deciso di rendere pubblico l’ammontare che il MIUR mi ha corrisposto per questo lavoro che ho svolto ( ovviamente a me come, presumo, anche a tutti gli altri commissari) riportando direttamente gli estremi del bonifico pervenutomi, in modo che non ci siano dubbi. E i rimborsi dei pasti? Neanche l’ombra, ovviamente.
Adesso io desidererei invitare tutti i funzionari statali che svolgono consulenze, incarichi e altro, a pubblicare nei loro blog o su un social network  qualsiasi o anche in un quotidiano, le somme che ricevono per lo svolgimento degli incarichi loro affidati. Magari scopriamo di essere in buona compagnia e di non essere noi insegnanti i soli contro i quali si esercita il sopruso di uno stato che discrimina tra figli e figliastri?















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